Un’ampia retrospettiva di Bruce Naumann al Museo Picasso di Malaga è l’occasione giusta per scoprire il “contenuto incarnato” dell’arte contemporanea

Profondità, rigore, inventiva sono le caratteristiche che fanno di Bruce Nauman (Fort Wayne, Indiana, 1941) uno dei più grandi artisti viventi. La sua carriera ormai cinquantennale è un percorso senza cadute di tensione, immune dal manierismo che spesso intacca in età matura anche i più grandi artisti. Dal 18 giugno celebrato con un’ampia retrospettiva al Museo Picasso di Malaga, Nauman è il prototipo contemporaneo dell’artista inteso come uomo di cultura (Ludwig Wittgenstein, Samuel Beckett, John Cage sono tra le personalità che l’hanno influenzato e che lui omaggia). La sua ricerca si snoda negli anni come un lungo trattato filosofico, ma l’approccio è tutt’altro che intellettualistico. Lo humour, l’espressione triviale a scopo liberatorio, la corporalità anche nei suoi aspetti più scabrosi sono all’ordine del giorno nelle sue creazioni.

Una delle sue opere-simbolo, ora esposta a Malaga, è la scritta al neon del 1967 che recita: «Il vero artista aiuta il mondo rivelando verità mistiche». Una dichiarazione d’intenti a doppio taglio, ironica nei confronti degli artisti-guru, ma allo stesso tempo serissima. La ricerca delle verità nascoste che si celano dietro i meccanismi sociali è infatti per lui uno sforzo costante, quasi un impegno preso nei confronti del pubblico. A inizio carriera Nauman utilizza il proprio corpo e quello del visitatore come strumento di indagine della realtà. Ritraendosi come fontana vivente, esplorando lo spazio che lo circonda con movimenti metodici e instancabili (si veda in mostra Wall/Floor Positions, 1968); oppure disorientando la percezione del visitatore facendolo camminare in corridoi strettissimi, riprendendolo con telecamere a circuito chiuso, inondandolo di luce gialla (Yellow Room, 1973).

Negli anni successivi si intensifica invece la dimensione più propriamente scultorea, che sfocia nelle celebri installazioni di teste mozzate, macabre e vitali allo stesso tempo: calchi in cera che sembrano trofei, che negano la loro inerzia mostrando la lingua o spruzzando acqua. Un altro strumento espressivo tipico sono i giochi di parole allusivi, con i quali sovverte il linguaggio comune per evidenziare i meccanismi di potere che vi si celano. E poi c’è il filone della precoce sperimentazione nel campo della videoarte, come in Clown Torture (1987), dove il linguaggio diventa litania minacciosa tra nonsense, humour e horror. Ma l’antologica propone anche opere meno conosciute, come gli enormi anelli di Untitled (Model for Trench Shaft and Tunnel) del 1974, corposa e corporea risposta alla sterilità in cui rischiava di incagliarsi il Minimalismo.

Per il grande filosofo Arthur Danto, l’opera d’arte contemporanea si definisce come un “contenuto incarnato”: un’espressione che sembra formulata per un autore come Bruce Nauman, in perfetto equilibrio tra la speculazione filosofica e la dimensione concreta, quella dell’irrimediabile imperfezione dell’essere umano.
 

Bruce Nauman, Rooms, bodies, words, al Museo Picasso di Malaga, dal 18 giugno all’1 settembre

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