Appoggiare a terra un piede o qualche ruota ci rende proprietari esclusivi di quello spicchio di suolo pubblico? Uno scrittore-musicista si aggira fra ragazzini in skate, pedoni adulti e pensionati ex ciclisti, che si contendono carreggiate e marciapiedi, rivolgendo loro il fatidico quesito: «Di chi è la strada?» Il dibattito è aperto, soprattutto adesso che è stato firmato il decreto sulla “micromobilità elettrica” (leggi: monopattini e affini)

Il comma 102 della legge di Bilancio 2019 recita: «Al fine di sostenere la diffusione della micromobilità elettrica e promuovere l’utilizzo di mezzi di trasporto innovativi e sostenibili, nelle città è autorizzata la sperimentazione della circolazione su strada di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini». Il paesaggio urbano si arricchisce dunque di monopattini elettrici disponibili in sharing, per tutti. Ma cosa vuol dire “per tutti”? Chi sono tutti? Poggiare piedi, ruote o rotelle ci rende proprietari esclusivi del metro quadro calcato?

Per capirlo, ho posto a skater, biker, pedoni e automobilisti la domanda: di chi è la strada? È davvero di tutti? «Quando sei in strada gli automobilisti ti urlano “Disgraziato vai sul marciapiede”. Quando sei sul marciapiede i pedoni ti urlano “Disgraziato vai in strada”», racconta Damiano, 19 anni, seduto sulla sua mountain bike allo Skatepark Cinetown di Roma. «Si chiama Skatepark ed è per gli skate», osserva poco dopo uno skater. «Altrimenti si sarebbe chiamato Bikepark». Porta in testa un cappellino su cui si legge Antihero e racconta la sua epica: «Se inaugurano un nuovo quartiere a noi non ci par vero. Andiamo e lo skatiamo. I vecchi ci urlano “L’abbiamo pagato con i soldi delle nostre tasse”». Continua a raccontare di lotte ingaggiate con i senza tetto per il possesso di una panchina. «Un giorno uno di loro, che sapevamo avere un coltello, m’indicò il pavimento e disse “Qui c’è una linea. Se l’attraversi ti ammazzo”. Ora in quel posto hanno cacciato sia noi sia i barboni, ci hanno messo una palestra chic e ci vanno le persone coi tacchi a spillo». Conclude con un’indicazione: «Ogni mattina alle 06:10 precise sul Ponte dell’Industria passa un signore, è vestito come un addetto alla sicurezza e viaggia in monopattino».

Pochi giorni dopo sono a Milano e metto a verbale la testimonianza di Antonietta, classe ’36, commessa Upim in pensione: «Veramente la strada sarebbe comunale. Il marciapiede invece, anche se ormai le bici ci vanno come sulla ciclabile, è dei pedoni, dei passeggini, dei tricicli, delle carrozzine dei disabili, delle persone non più giovani». Vita neonatale e geriatrica, nel mezzo nulla. Accanto a lei, il signor Piero, classe ’43, commenta: «L’altro giorno sono uscito dal barbiere e ho dovuto fare un balzo indietro per non essere preso da un ciclista». Quanti balzi indietro si registrano ogni giorno nelle nostre città? Al tavolino di un bar quattro anziani giocano a carte. «Ora non siamo pedoni, siamo seduti. Le nostre gambe sono quelle delle sedie», dicono. «Chi si prende la strada è il motociclista, vede quante moto ci sono parcheggiate sui marciapiedi? La moto fa la corsia preferenziale, sa quanti incidenti fanno con gli autobus? Di buono c’è che ne fanno meno con noi». «Le biciclette in sharing non ci piacciono», dice uno. «Sì, non ci piacciono. Esci dal portone e te le ritrovi parcheggiate davanti», dice un altro. Ma lei non ha una bici?, chiedo a un altro ancora. «Certo. In cantina. Una bici da corsa. Sta lì da dieci anni». L’ultimo viaggio della bicicletta risale al 2009, quando viene caricata su un’auto partita da Milano e diretta a Tricarico, paese in provincia di Matera. «Voleva venire con me, e l’ho caricata su», dice l’uomo. L’ultimo giro che fanno insieme è una gita al santuario Madonna di Fonti.

Monopattini elettrici in sharing in California

«Abito a Lodi, tra poco chiudo, che s’arrangiassero tutti quanti», commenta il titolare di un’autofficina. Come si può facilmente intuire è dalla parte delle auto, la strada è degli automobilisti, il marciapiede dei pedoni; tutti gli altri, monopattini compresi, non esistono. Vicino alla parete dove sono allocate chiavi inglesi e altri strumenti di lavoro ha una vetrina votiva in cui sono esposti modellini di auto d’epoca. Le stesse che ripara, «delle nuove se apro il cofano non so neanche dove mettere le mani».

Contatto telefonicamente il numero degli Hell’s Angels Italia. Risponde un uomo che alla mia domanda «Di chi è la strada?», fa seguire un grandissimo sospiro e un lungo silenzio. Quindi, dice: «La strada del pedone, del ciclista, dell’automobilista, del motociclista non è la strada degli Hell’s Angels. La nostra strada è una filosofia di vita».

Mi chiedo se oltre ai monopattini elettrici, la legge di Bilancio 2019 non debba prevedere anche marciapiedi per pedoni che vanno di fretta, marciapiedi per camminatori soprappensiero, piste ciclabili per pedoni, corsie preferenziali per automobilisti in crociera, strade per chi non ha una meta. In una foto del 1980 il mio amico Alessandro ha 6 anni e somiglia ad Antoine Doinel bambino che attraversa Colle Prenestino, in una Roma in bianco e nero. Indossa abiti da corridore che segue le orme del padre. «Per lui era uno sport proletario. Ti bastano un paio di scarpe e hai la libertà», ricorda. Quel giorno gareggiava con altri quindici bambini, ripensa al freddo, alla strada ghiacciata e alla prima competizione. «Che la strada fosse mia è un’impressione che ho avuto molti anni dopo. Mi trovavo in un agriturismo in provincia di Gubbio. Non c’era nessuno, una fine del mondo, e in quel momento dissi: “La strada è mia”». Era una strada sterrata.

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