Appendice

Scolpita dai coltivatori della pietra

26.06.2019

Antiche strutture di una cava lungo la costa pugliese

Le cave dismesse e le loro architetture punteggiano il territorio pugliese e ne segnano nel profondo l'identità. Così, diventa quasi possibile raffigurarsi la regione come un'unica, grande scultura, creata nel corso dei secoli da generazioni di operai armati di piccone. Esplorare gli scavi abbandonati, collocandoli su mappe inedite, per regalare un nuovo destino al paesaggio che ci circonda: la storia di una missione culturale sbocciata anni fa, durante le vacanze al mare, tra bambini

«Avrai sentito parlare anche a Torino dei nostri trulli, diamine! Tu però forse non sai che la zona dei trulli ad Alberobello è stata dichiarata monumentale, né più né meno che la passeggiata archeologica di Roma. Ma io, ad Alberobello, di memorando, di eccezionale, di veramente monumentale non ci ho trovato che la laboriosità dei contadini e degli agricoltori». Così lo scrittore e politico Tommaso Fiore, negli anni Venti del Novecento, scriveva della Puglia a Pietro Gobetti.

Parlando di Un popolo di formiche, il libro con cui Fiore vinse il Premio Viareggio nel 1952, Alessandro Leogrande – scrittore pugliese anche lui, prematuramente scomparso lo scorso anno – scriveva: «[…] chi è il popolo di formiche di Fiore? È quel popolo secolare di braccianti contadini piccoli proprietari che hanno creato dal basso la realtà agricola pugliese ben più del latifondo o degli agrari che dominano la scala sociale […]», chiarendo al meglio il senso di quel titolo.

Anche analizzando le cave da cui provengono le pietre di tutte le belle architetture pugliesi, ritroviamo un popolo di cavatori che, armati per migliaia di anni del solo piccone (prima che venisse sostituito da mezzi meccanici), hanno modellato il territorio locale come una grande e unica scultura. Un popolo di “coltivatori della pietra”, se vogliamo usare il gergo degli stessi cavatori, che quando vanno a lavorare nelle cave usano dire: «Vado alla coltivazione». Un popolo di “coltivatori della pietra” che, alla stregua dei braccianti di Fiore, hanno modellato la propria regione.

L'antica pescheria scavata nella roccia a Polignano

Uno dei luoghi che più ricordo della mia infanzia si trova sulla scogliera di Polignano, ed è un’antica peschiera romana scavata nella roccia. Risulta oggi come una piccola cava. Una sorta di piscina con l’acqua molto bassa. Di fianco vi sono altre architetture cavate. Il tutto è sormontato dalla terrazza di una vecchia trattoria. I miei genitori erano soliti passare su quegli scogli molte giornate estive per poi andare – regolarmente – a pranzare in quel locale. Io passavo la gran parte di quelle giornate tra le architetture che si erano formate nella roccia e, accompagnato dal figlio dei gestori della trattoria, esploravo il microcosmo di quelle pietre concave – acquisendo già all’epoca il metodo che mi avrebbe poi portato, negli ultimi dieci anni, a perlustrare l’intera regione, sommando insieme i brandelli di territorio derivati dall’estrazione dell’uomo.

Alla miriade di architetture di risulta, derivate dalle zone estrattive, talvolta si sommavano vere e proprie architetture cavate e progettate: strade, viuzze, tunnel e canali interamente scolpiti nella roccia, attraversati in questi anni come fossero parte di un ideale sentiero che collega tutti questi stralci di paesaggio. L’idea, la visione, meglio ancora la visualizzazione della Puglia come un’unica grande scultura, è un’operazione mentale che mi è stata possibile proprio proseguendo quel gioco esplorativo infantile. Ho semplicemente continuato a scoprire il territorio secondo il paradigma che avevo imparato in quell’architettura cavata romana, o forse e più verosimilmente (solo sul finire di questa ricerca me ne rendo conto) ho continuato a scovare in altri luoghi quel mondo che avevo già conosciuto da piccolo, a “conquistare” altri territori da rendere parte di quel microcosmo infantile.

Reperti di strutture riconducibili all'industria estrattiva locale

C’è una frase di Ettore Sottsass in cui mi ritrovo completamente e che mi sembra spiegare in qualche modo il mio lavoro: «Mi viene in mente che forse non posso essere un architetto moderno perché sono un architetto mediterraneo. La “modernità” non è forse stata inventata dai popoli del Nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero?».

Villaggio Cavatrulli è il titolo che ho assegnato a questo progetto che, dopo anni di lavoro, raccoglie un vasto archivio di fotografie derivate dalle mie perlustrazioni, appunti di diversa natura – dai testi, agli schizzi, sino ai modelli in pietra – e alcuni collage fotografici realizzati sommando insieme – gli uni sugli altri – questi brandelli di paesaggio. È un lavoro nato dalla volontà (inconscia o meno) di essere parte di questi luoghi, nato come momento di svago, di decompressione, e realizzato durante le lunghe pause che riuscivo a ritagliarmi ogni anno da quel Nord di cui prima.

L’autore di questo articolo

Fabrizio Bellomo è l’autore di Puglia. Villaggio Cavatrulli, secondo volume di XXI. Guide d’artista, la collana edita dal Centro Di e ideata insieme a Giacomo Zaganelli con l’intenzione di costruire un percorso di esplorazione e conoscenza alternativo agli itinerari turistici tradizionali. L’iniziativa (che IL ha già raccontato nei mesi scorsi) vuole raccontare l’Italia e le sue regioni da un punto di vista inedito attraverso gli occhi di venti artisti diversi e dei loro progetti, uno per regione, per rivelarne la geografia sconosciuta e dimenticata.
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