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Suonala ancora, algoritmo

IL 112 13.06.2019

Un video di Anri Sala nella personale “As You Go” in mostra al Castello di Rivoli fino al 23 giugno

Anri Sala As you go, Antonio Maniscalco photo courtesy Castello di Rivoli

Multinazionali come Google e Sony stanno investendo da tempo sulla possibilità che una macchina possa comporre musica in autonomia, imparando grazie al “machine learning”. Fino a oggi si trattava quasi solo di tappeti sonori, usati per video e spot, ma il nuovo album di Holly Herndon lascia intuire l’inizio di una nuova era

È una lallazione primitiva, un ronzio alieno che improvvisa una melodia ritmata e frusciante. Non è una voce umana e nemmeno un suono prodotto da uno strumento musicale o programmato al computer. È il frutto dell’immaginazione di una macchina. Si chiama Spawn ed è l’intelligenza artificiale che appare nel nuovo album di Holly Herndon PROTO. Lei è una delle artiste di musica elettronica più quotate al mondo, una pensatrice che ha appena conseguito il PhD in Musical Arts a Stanford e che concepisce i dischi come riflessioni sullo spazio condiviso fra uomo e computer.

Realizzato nell’arco di due anni, PROTO è un disco di pop elettronico, ma anche un progetto scientifico, un lavoro d’avanguardia, una nuova forma di folk. Attraverso musiche multiformi e voci alterate digitalmente, ci parla di alienazione e del bisogno di una comunità, di senso di responsabilità e di un futuro in cui i nostri discendenti non saranno più identificabili come esseri umani. A volte l’accompagnamento musicale è talmente stordente, rapsodico e complesso da trasmettere un profondo senso di smarrimento. Ma alla fine le voci umane che stanno alla base dell’album trovano un’armonia comune ed evocano l’esperienza comunitaria dei cori religiosi che Herndon ascoltava da bambina, nel Tennessee. «Uso la voce umana per raggiungere una forma d’estasi pubblica attraverso la performance», dice lei. È un nuovo tipo di bellezza.

Da almeno sessant’anni, l’uomo usa i computer per cercare di ottenere musiche sottratte alla propria immaginazione creativa. Il machine learning rappresenta un gigantesco passo avanti in questo processo. L’intelligenza artificiale comprende autonomamente le regole sottese alla musica grazie ad algoritmi che apprendono analizzando enormi quantità di dati e che per associazione con il funzionamento del nostro cervello prendono il nome di reti neurali. Un tempo relegate ad attività manuali e di routine, le macchine possono ora cimentarsi in attività cognitive e non meccaniche. L’intelligenza artificiale sta diventando un’intelligenza creativa.

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Rakutaro Ogiwara

È una rivoluzione epocale che suscita grida d’allarme ed evoca scenari apocalittici, l’equivalente nel campo delle arti degli annunci secondo i quali entro il 2025 la metà dei lavori esistenti saranno svolti da robot. «Ed Sheeran è destinato a perdere il lavoro?», chiedeva a fine febbraio la Bbc. Quel che hanno fatto i ricercatori del Sony Computer Science Laboratory di Parigi rappresenta lo schema ricorrente del modo in cui musica e intelligenza artificiale vengono abbinate. Hanno dato in pasto a un computer 13mila spartiti semplificati di altrettante canzoni. Grazie a essi, un programma ha imparato a distinguere le differenze fra stili musicali, generando brevi melodie e armonie. Nel gennaio 2018 il materiale è stato rimaneggiato dal capo progetto Benoit Carré e ha generato l’album Hello World a nome Skygge, a cui hanno partecipato le pop star Kiesza e Stromae.

Le multinazionali ci stanno investendo. Magenta è il progetto di ricerca open source di Google che usa il machine learning come strumento integrato al processo creativo, fra reti neurali che trascrivono note di pianoforte e timbri inediti generati dall’intelligenza artificiale. È una tecnologia che è stata messa a disposizione di una vastissima platea nel marzo 2019, quando gli utenti di Google hanno potuto festeggiare il compleanno di Bach giocando con un doodle che utilizza il machine learning per creare un contrappunto barocco a quattro voci a partire da una serie di note selezionate dall’utente. I musicologi hanno storto il naso per gli errori di notazione e di armonizzazione compiuti dal sistema, ma fa impressione pensare che il gioco sia stato costruito assegnando a una macchina il compito di comprendere la logica di Bach – l’equivalente di Dio nella musica – analizzando un data set di 306 armonizzazioni corali del compositore.

PROTO è frutto di un processo completamente diverso. Non nasce per replicare ciò che la musica è, ma per ipotizzare ciò che potrebbe essere. L’intelligenza artificiale è stata alimentata facendole ascoltare canti e fonemi. Holly Herndon è infatti convinta che la musica prodotta in un mondo digitalizzato e caratterizzata dalla manipolazione dei timbri non possa essere descritta da uno spartito tradizionale. Si è perciò confrontata con Spawn non a partire da note, armonie, melodie e ritmi, ma dall’idea del suono come materiale. «Alla fine, sorprendentemente, Spawn ha elaborato uno stile vocale che non le avevamo insegnato. È grezzo e primitivo, lievemente stridulo e molto caratteristico. Anche laddove non appare, la sua voce ha influenzato le scelte sonore del disco, ne ha dettato l’atmosfera».

Holly Herndon è nata nel 1980 nel Tennessee; ora abita a San Francisco, in California. Il suo quinto album, “PROTO”, è uscito il 10 maggio

Boris Camaca

Anche se PROTO rappresenta la creazione artistica migliore mai prodotta dall’interazione fra uomo e intelligenza artificiale, la lallazione di Spawn dimostra che il processo è appena iniziato. «È una bambina. Dobbiamo far sì che, crescendo, non diventi un mostro».

Non è una preoccupazione insensata. In un’industria musicale basata sempre più sulla proposta agli utenti di canzoni e playlist legate a umori e momenti della giornata, l’intelligenza artificiale viene usata per produrre musiche che replicano stati d’animo generici e spesso blandi. Startup come Jukedeck e Amper danno modo di creare musica personalizzata fissando alcuni parametri e ottenendo quasi istantaneamente composizioni utilizzabili per accompagnare video, spot pubblicitari, podcast.

La ricerca di Herndon è più radicale e profonda. Mira a innescare una riflessione pubblica sull’uso che facciamo delle macchine. «Non si tratta di descrivere l’intelligenza artificiale come positiva o negativa, ma di riflettere sulle sue applicazioni e sollevare domande, per esempio sulla proprietà intellettuale di musiche prodotte da una macchina che mima opere altrui. I musicisti devono sforzarsi di cercare risposte prima che qualcun altro lo faccia per loro, com’è accaduto per le piattaforme di streaming che si sono trasformate in schemi di marketing piramidali. È ora che gli artisti diventino parte attiva della conversazione pubblica sull’intelligenza artificiale».

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