Appendice

Bussano alla porta

IL 113 29.07.2019

«Questo è un hotel o cosa? Che significa che non si può fare sesso?». Dall'autore de “Gli autunnali”, un racconto inedito per lo speciale “Pagine d’albergo” di “IL”

«Vi sconsiglio di fare sesso stanotte», disse il portiere.

Il ragazzo dette un’occhiata scettica alla ragazza, prima di controbattere.

«È uno scherzo?», chiese, con un po’ di spavalderia.

«So che può sembrare bizzarro», riprese il portiere. «È solo un suggerimento».

Il ragazzo ridacchiò, adesso più innervosito: «Questo è un albergo o cosa? Che significa che non si può fare sesso? Tanto valeva proibire il sonno. Ecco a voi il primo albergo in cui è vietato dormire».

Il portiere sembrò dispiaciuto: «Come non detto, fate finta che non vi abbia detto niente».

La camera era dignitosa. Il ragazzo e la ragazza si liberarono della pesante sovraccoperta che ricopriva il materasso e buttarono a terra i quattro cuscini d’arredo che puzzavano di stantio. Sfecero le valigie e sbevazzarono un paio di birre prelevate dal frigobar. Poi si misero a letto e spensero le luci.

Mentre le tenebre infittivano il ragazzo disse: «Che assurdità proibire il sesso dentro un albergo».

La ragazza si raggomitolò al suo petto: «È la più grande fesseria che abbia mai sentito».

Il ragazzo fece scivolare la sua mano sulla schiena della ragazza, come a volerle contare le vertebre una per una.

«Fermati», disse la ragazza.

«Perché?».

«Siamo stanchi, abbiamo viaggiato tutto il giorno».

Nella camera regnò il silenzio per qualche istante.

«Non è per quel divieto, vero?», chiese all’improvviso il ragazzo.

«Cosa ti viene in mente? Ma figurati».

«Sicura? Se sto con una matta voglio saperlo».

Risero. Il ragazzo tornò alla carica, stavolta allungando la mano ben oltre l’osso sacro della ragazza. Furono interrotti da un rumore nel corridoio. Sembrava che qualcuno stesse trascinando un bagaglio enorme e inconsueto, niente a che fare con i soliti trolley. Dopo bussarono alla porta un paio di volte, né piano né forte: due colpetti veloci e ravvicinati.

«Chi era?», chiese la ragazza, da sotto le coperte.

«Non lo so».

«Hai sentito quel rumore strano prima che bussassero?».

«Sì, e non capisco».

Come una radicale forma di ribellione a quelle cose che non capivano, ripresero immediatamente a toccarsi e baciarsi. Ma quel rumore in corridoio tornò subito da loro. Era singolare, senz’altro spaventoso, come un cigolio ultraterreno, un lamento d’ignoto. Ancora una volta risuonarono sulla porta due colpetti dati con la nocca di una mano.

«Adesso basta!», sbottò la ragazza.

Si fece coraggio, piombò giù dal letto e corse ad aprire la porta: riuscì a vedere soltanto una donna di spalle che girava l’angolo del corridoio.

«Chi era?», chiese il ragazzo, ancora pietrificato sul letto.

«Niente», rispose la ragazza. «Avranno sbagliato».

Il ragazzo e la ragazza restarono svegli ancora per diverso tempo, ma nessuno dei due aveva più voglia di fare niente. Il buio si era fatto quasi impenetrabile, quasi insostenibile, ed entrambi furono d’accordo nel lasciare accesa la luce del bagno. Poi il ragazzo prese a carezzare la ragazza sui capelli, come per consolarla di qualcosa che gli sfuggiva.

Al mattino prima di loro al check-out trovarono un arpista. Scherzava con sua moglie sul fatto che quell’albergo fosse una specie di labirinto.

«Mi sono perso per i corridoi», diceva. «Non riuscivo proprio a ritrovare la camera».

Dopo aver pagato, andandosene, si trascinò dietro il suo bizzarro strumento. Il ragazzo e la ragazza si guardarono e tirarono un sospiro di sollievo. Anche se la ragazza, in cuor suo, sapeva di avere visto una donna nel corridoio e non un suonatore d’arpa. Quasi contemporaneamente a quella certezza mise a fuoco un quadro che ritraeva una donna. Era sistemato dietro la reception.

«Chi è la donna del quadro?», chiese.

«Ah, non sappiamo», gli risposero mentre sbrigavano le consuete operazioni al desk, restituzione documenti, stampa di una ricevuta.

Soltanto il facchino, poco prima dell’uscita, le si accostò all’orecchio e le disse: «Era l’antica proprietaria, scoprì il tradimento del marito, si suicidò».

L’aneddoto, ormai fuori dall’albergo, più che inquietarla la divertì. Lo raccontò subito al ragazzo che si predispose alla più antica forma di esorcismo conosciuta dall’uomo: si mise a ridere. La ragazza ci pensò ancora un poco in aeroporto, mentre aspettavano il volo che li avrebbe riportati a casa. Rifletteva sulla donna che aveva intravisto in corridoio e quella ritratta nel quadro, ammettendo a se stessa che non avrebbe potuto stabilire con certezza se fossero state o meno la stessa donna. La prima l’aveva vista di spalle, dentro una luce tenue, la seconda era soltanto il dipinto di un pittore discutibile.

La cosa passò in cavalleria, almeno finché non le capitò di leggere le recensioni di quell’albergo su un sito internet. Le saltò agli occhi una coppia che un paio d’anni prima aveva dato una valutazione impietosa alla struttura, il minimo, soltanto una stella su cinque.

Il commento, lapidario, diceva così: «Abbiamo passato la notte in bianco perché continuavano a bussarci alla porta».

Luca Ricci è nato a Pisa nel 1974 e vive a Roma. Ha scritto racconti e romanzi. Tra le sue opere più recenti, I difetti fondamentali (Rizzoli, 2017), Gli autunnali (La nave di Teseo, 2018) e Trascurate Milano (La navedi Teseo, 2018). È tradotto in molte lingue.
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