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Caro Thom, ma l’Anima dov’è?

24.07.2019

Thom Yorke dal vivo durante la sua ultima tournée italiana

Il nuovo disco di Yorke – ascoltato e celebrato pochi giorni fa anche dal vivo, qui in Italia – è un lavoro dove tutto è al posto giusto, inquieto sì ma neanche tanto, citazionista, sicuro di sé e dei propri mezzi tecnici. Ecco: proprio il contrario di quei fremiti e di quell'urgenza espressiva a cui il Nostro ci aveva abituati

Nell’età della perenne trasformazione, dove nulla sembra essere creato e quasi tutto pare mutar forma, non sarà la tecnica a salvarci dall’imperante omologazione dei suoni. Ci vorrà, forse, un pezzo di anima, da donare all’ascoltatore più avventuroso al netto di qualunque percorso produttivo e distributivo ci si parerà davanti nel prossimo futuro. A pensarla in questo modo, forse, è anche Thom Yorke, che il termine ANIMA (scritto così, a lettere maiuscole) lo ha scelto come titolo della sua nuova prova da solista. Al suo fianco, però, c’è ancora una volta Nigel Godrich, vero deus ex machina dell’identità Radiohead, protagonista indiscusso degli ultimi 25 anni di musica anglo-americana, compagno di palcoscenico di Yorke (assieme al visual artist Tarik Barri) nelle cinque tappe del suo recentissimo tour italiano.

È bene dirlo subito: ANIMA è un piccolo capolavoro di tecnica di produzione, un’intricata opera di incroci e sovrapposizioni uditive, immaginate per sorprendere e talvolta spiazzare l’ascoltatore ormai dipendente dai brani ad alta rotazione da playlist. C’è tanto mestiere in queste nove tracce (dieci per la versione in vinile) pubblicate dalla XL Recordings, dove ogni beat ed elemento ritmico possiede il “giusto” timbro sonoro, ogni medley costituisce il “perfetto” collante narrativo. «Everything in it’s right place», verrebbe da pensare, dato che la voce di Yorke si inserisce ottimamente in questa complessa architettura digitale, con le sue liriche “opportunamente” ossessive e criptiche. E Yorke, in effetti, si mostra un ottimo ascoltatore, capace da decenni di intercettare le più avveniristiche e seducenti sonorità contemporanee per presentarle (verrebbe ancora da dire “opportunamente”) a un pubblico ormai adorante, estasiato sotto al palco dal grido collettivo «I’m a creep».

E infatti ANIMA, prima che un disco di straordinaria capacità tecnica, è una raccolta dove perfino l’inquietudine viene contenuta, affinché tutto risulti inedito ma rassicurante, diverso ma confortante. L’anima del nostro Thom è tutto un fremito, ma contenuto, una deviazione creativa supportata da ogni confort di un viaggio musicale in prima classe. Nulla ci turba, il dubbio è annientato da cotanta sicumera e padronanza. E senza il dubbio, quel che rimane è mero citazionismo. Perché questo è un disco che fagocita il meglio della scena underground di inizio Duemila, che ingloba le limature dell’elettronica post-glitch, innestando lo stile vocale degli ultimi Radiohead in un flusso ammaliante di archi, cori e frequenze medio/basse.

C’è mestiere, si diceva, e pure tanto, ma non sfugge il tributo (a voler essere gentili) verso il duo scozzese dei Boards of Canada, che in brani come Traffic, Twist, The Axe e Runwayaway viene letteralmente saccheggiato per andare a costruire il cardine ritmico delle composizioni. E neppure vengono eluse le decine di riferimenti a label come Planet Mu, Warp, Mo’ Wax, Ninja Tune o Hymen, che per questo disco meriterebbero una rivendicazione di titolarità che vada ben oltre la semplice ispirazione. Ciò che resta è la meraviglia struggente di Dawn Chorus, questa sì una perla del ripensamento, un elogio del rimorso, un fiore di sincerità nato in un fango di voluttà. «Please let me know / when you’ve had enough / of the white light», sono forse le parole più sincere di un artista ormai speculare a se stesso.

Costruito come un percorso di cantautorato elettronico senza soluzione di continuità, perfetto erede di un’estetica esattamente omologata nella patina edulcorata della generazione Spotify, ANIMA è la negazione dell’urgenza espressiva, la nemesi dell’impotenza drammatica – e così umana – di The Bends. Dietro questi brani balbettati e fintamente scomposti, c’è un team di autori perfettamente consapevoli, perfettamente a loro agio nelle maglie dell’attuale music business, perfettamente allineati agli algoritmi imperanti di determinazione del target di pubblico. Ed ecco che la profezia si autoavvera e l’anima di Thom Yorke diventa «A fake Chinese rubber plant / In the fake plastic earth».

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