Appendice

Da Betlemme al booking online

IL 113 02.07.2019

Da più di duemila anni un albergo, ogni albergo è un romanzo – o almeno un racconto. E continua a esserlo anche nell’era di TripAdvisor e Airbnb

Le mille porte e i lunghi corridoi. L’occhio che vede tutto e la bocca che non dice niente di concierge e camerieri. La convivenza di estranei che sono separati soltanto da sottili tramezzi e usano in giorni successivi le stesse lenzuola (lavate, si spera). La simulazione temporanea di una casa e la vita di chi in albergo ci vive davvero, perché ci lavora o perché non sa dove altro stare. L’Occidente in trasferta, nei grand hotel coloniali, e l’esotismo di sordide pensioncine in cui i viaggiatori occidentali rendono la loro esperienza più intensa. Quello che succede in albergo e che rimane in albergo, o almeno dovrebbe. Le stanze private e gli spazi comuni. La possibilità di fingersi chi non si è e la possibilità di mostrare a tutti chi si è, spendendo i propri soldi. La botta di vita, magari in viaggio di nozze, e il posto dove farla finita, magari con una pistola. Gli ospiti abituali, i clienti occasionali e i personaggi ambigui. Le coppie, le famiglie e i singoli. I turisti, le prostitute e le spie. I viaggiatori, i rifugiati e i rappresentanti. L’albergo, ogni albergo, è un romanzo – e anche un film, ma questa è ancora un’altra storia.

Ogni albergo è un romanzo, perfino quando in quell’albergo non c’è posto.

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra (…). Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe (…) salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo».

Così il Vangelo secondo Luca. Ora: lasciamo da parte la teologia e rimaniamo alla narrazione. E soprattutto non roviniamo la storia con la filologia, che ha trasformato la traduzione di quella parola – katalyma in greco, diversorium in latino – da “albergo” in un più anodino “alloggio”. E pensiamo a che cosa è nato da quel dettaglio, da un banale episodio di insufficiente ricettività alberghiera nella Palestina di duemila anni fa (o si trattava forse di overbooking?). Proprio da quell’accenno di Luca, «lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo», è nato il grande romanzo popolare del presepe, in cui sono confluiti elementi attinti dagli altri vangeli (apocrifi e non), inserimenti di età medievale e altri dettagli che sono andati via via standardizzandosi. E intanto, intorno alla mangiatoia, si sono affollati sempre più personaggi, ciascuno con la sua storia, grazie a un’opera collettiva in modalità open source, che ha tuttora una delle sue capitali folk in via San Gregorio Armeno.

Tuttavia, la macchina narrativa “alberghiera”, che pure funzionò così bene, benché in absentia, nel caso di Betlemme, dovette aspettare molti secoli per entrare a regime. Prima e dopo Cristo, l’epica antica, la lirica e la tragedia non frequentarono gli alberghi: gli eroi letterari si affidavano all’ospitalità privata, continuando a preferire le regge di Alcinoo alle locandacce equivoche, riservate tutt’al più ai personaggi del Satyricon o dell’Asino d’oro, sullo sfondo delle trame svelte di quegli antenati del romanzo (giustappunto). E benché già Mirandolina sapesse mettere a reddito narrativo il suo mestiere di locandiera, sarà il Novecento, con l’invenzione del turismo, con i grand hotel che hanno cercato di rendere eterna la Belle Époque e con i motel squallidi della provincia americana a far sposare definitivamente l’albergo con il romanzo.

E non ci convincerà del contrario Vitaliano Trevisan che qualche anno fa, nel suo straordinario memoir Works, dedicò alcune pagine alla sua esperienza di concierge notturno in un albergo veneto a un passo dall’autostrada. Scrive Trevisan:

«Addio (….) all’inevitabile coloritura romantica dello scrittore misconosciuto, che per mantenersi fa il portiere notturno»

E prosegue:

«Una piccola nota che trascrivo da un taccuino dell’epoca: “Agosto ’01 – Tutti che mi parlano della letterarietà del lavoro in hotel. Andassero a farselo mettere nel culo”. Rende bene l’idea. E poi non era certo un grand’hotel quello in cui lavoravo, ma giusto un tre stelle, più che dignitoso per carità, nel mezzo della periferia diffusa vicentina. Nulla di particolarmente letterario in quelle notti».

Le sue stesse pagine lo smentiscono: nei dettagli con cui Trevisan fotografa di scorcio i clienti e i suoi colleghi, c’è la vita. E i libri, perlomeno i buoni libri come Works, hanno bisogno della vita e non di qualcosa di “particolarmente letterario”.

Ma, oltre a queste vicende a tre stelle, nei romanzi luccicano anche le vicende a cinque stelle che si svolgono sui velluti offerti dalla grande hôtellerie internazionale: dal Plaza di New York del Grande Gatsby al Dusit Thani di Bangkok dove scendeva Pepe Carvalho e dal Grand Hotel des Bains di Morte a Venezia al Pera Palas di Istanbul, nella cui stanza 411 Agatha Christie scrisse buona parte di Assassinio sull’Orient Express, il celebre giallo ambientato su un treno che era a sua volta la versione su binario di un grande albergo. Quando sono soltanto lusso e niente più questi hotel vanno bene come set di un qualche romanzetto sentimentale. Ma, per fortuna, l’intrigo, la violenza e l’orrore non si nascondono soltanto nella desolazione dell’Overlook Hotel di Shining e nelle stanze in cui si svolge Psycho, a cui Guido Vitiello ha dedicato Una visita al Bates Motel, di prossima uscita per Adelphi: il torbido affiora spesso anche in affollati alberghi di gran nome. E quando non è violenza può essere semplicemente disagio, la sensazione di essere fuori posto: nel mondo rimpicciolito di un hotel le differenze sociali, come in una sperimentazione in vitro, finiscono infatti per acuirsi. E proprio questa è una delle corde che vibrano sotto la superficie del romanzo incompiuto di Stefan Zweig, Estasi di libertà, che insieme con altre opere dello scrittore austriaco ha ispirato il Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, l’esaltazione cinematografica definitiva di un certo immaginario retrò legato agli alberghi. Estasi di libertà è ambientato in Engadina e nella stessa valle sono ambientati anche La müdada di Cla Biert e La cura di Arno Camenisch in cui, dopo decenni, riaffiora, seppur con i toni lievi dell’ironia, quello stesso senso di inadeguatezza per il grande albergo patito da chi ne varca la soglia ma si accorge di non conoscerne le liturgie, pur abitando nei dintorni. Perché lo scarto tra il microclima interno all’hotel e quello del luogo in cui l’hotel si trova è un altro potente innesco narrativo.

Ma l’albergo può essere anche una commedia e addirittura scivolare nella pochade, come nel secondo atto dell’Hotel del libero scambio di Georges Feydeau e Maurice Desvallières. Un albergo, ogni albergo, è un romanzo e un albergo può essere tutto: può essere il sanatorio della Montagna incantata (o magica, come si traduce oggi); può essere uno dei motel di Cormac McCarthy; può essere l’Hôtel Central di Libreville, «una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco», in cui Georges Simenon ambienta il suo capolavoro “africano” Colpo di luna, che racconta il mondo coloniale con la stessa lucida febbre del Viaggio di Céline; può essere il piano b di alcuni ex terroristi dell’Eta basca che in un romanzo di Bernardo Atxaga, L’uomo solo, gestiscono un hotel di Barcellona e non vorrebbero dare troppo nell’occhio.

Forse ora le prenotazioni online, Airbnb, i pacchetti low cost e TripAdvisor hanno tolto «ogni coloritura romantica» al mondo alberghiero e quindi questo non ha più «nulla di particolarmente letterario» come già diceva, sbagliando, Vitaliano Trevisan del suo tre stelle vicentino? Niente affatto: Hotel del Nord America di Rick Moody, già uscito in traduzione per Bompiani tre anni fa, ricostruisce una vita intera, quella del suo “protagonista” Reginald Edward Morse, proprio attraverso le decine di recensioni online degli alberghi in cui ha soggiornato. Perché la letteratura è più veloce dei mutamenti del costume.

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