Anni di ironie rivolte agli ultras dell’attività sportiva, poi (grazie a una prova di pilates) la folgorazione che ti cambia la vita: che impagabile benessere quello dei muscoli in movimento!

Abbiamo detto no a tutti i ragazzetti che, all’uscita della metropolitana, ci tentavano con le loro settimane di prova gratis in palestra. Abbiamo sottoscritto abbonamenti nella piscina comunale più comoda (orari perfetti, giusto qualche pensionato con cui condividere la corsia) rimasti nel buio del portafogli: su dieci ingressi già pagati a ottobre, solo quattro hanno la spunta. Abbiamo convenuto che in fondo ci muoviamo sempre (passeggiamo fin troppo, prendiamo la bicicletta anche quando c’è aria di bufera), non sarete di certo voi con i vostri distinguo aerobico/anaerobico a convincerci che il nostro è sì movimento, ma sbagliato. Abbiamo deciso che non sarebbero stati nemmeno i primi sintomi d’invecchiamento a farci cambiare idea: il corpo avrebbe tenuto, era la testa che andava, come sempre, allenata. Abbiamo fatto tutto questo, anzi l’ho fatto io. Le responsabilità vanno prese in prima persona singolare, senza sperare in complici immaginari.

Ho fatto tutto questo, e poi è successo. Ho deciso di bussare alla porta della scuola di pilates sotto casa (primo evento fortunato: la distanza dev’essere minima) inconsapevolmente durante la settimana di prova prima dell’inizio dei corsi (secondo evento fortunato: il tempismo è alla base di tutte le storie d’amore). Ed è partita, appunto, una serie di fortunati eventi, un’insegnante deliziosa, playlist inappuntabili come sottofondo, e più di tutto: la scoperta del corpo. Il corpo c’è, il corpo esiste. Il corpo non è solo nuotare (ma al mare: perciò si disertano le vasche di città); non è soltanto camminare, non è inforcare la bici (sulle strade senza piste ciclabili e minate di pavé: così le vogliamo proprio far soffrire, quelle già stanche membra). Il corpo è presente, il corpo pensa. Pensa te.

Sto a riportare qui quello che voi, probabilmente, già sapete. Voi già edotti, già coscienti, già illuminati. In questi mesi di (pur tranquillissima) attività fisica, ho capito che il vero sapiente è chi scopre che il corpo esiste, per l’appunto. Il corpo e basta. Nell’epoca del corpo espanso, del corpo meccanicizzato, del corpo esteso, del corpo accessoriato, insomma dell’übercorpo, il bello è comprendere che esiste solo il corpo per se stesso. Sei tu e un materassino, al massimo una palla, un tubo, due pesi da mettersi ai polsi o alle caviglie: protrusioni minime e analogiche, contro il corpo tecnologico che oggi ci vendono i personal trainer, ma pure i gadget siliconvallici (il bioritmo regolato da smartphone e orologi digitali), e la distopia audiovisiva (dalle psicosi di Black Mirror in giù), e persino i pamphlet intellettuali (leggetevi Essere una macchina di Mark O’Connell, da noi lo pubblica Adelphi, se n’era parlato pure su queste pagine). Mentre tutto sembra indirizzarci verso una narrazione hi-tech dell’umano, noi riscopriamo – io riscopro, anzi scopro – la base. Le basi. I muscoli. Le ossa. Ci sono! Li sento!

Al momento non c’è persona che invidi più della deliziosa insegnante di pilates citata sopra. Non c’è nulla che invidi più della sua consapevolezza corporea, della sicurezza, della scioltezza. Quello che prima confinavo nel campo dell’esibizionismo ginnico oggi per me è saggezza. Avevo raccolto, in passato, le biografie inattese di amici e conoscenti: quella che pianta il suo marchio di vestiti per aprire un centro di yoga; quell’altra che lascia il posto nell’azienda assai quotata per mettersi a insegnare posizioni del gatto e meditazioni assortite. Ma loro già sapevano dell’esistenza del corpo: io l’ho intuita solo ora, e dunque solo ora comprendo. Questo è l’anno della mia rivoluzione.

La recherche del proprio corpo si accompagna a nuovi riti, a una nuova mentalità, pure a un nuovo linguaggio. Io, che dalle parole sono sempre partito, queste parole del corpo non le padroneggio ancora. So che esiste lo psoas, questo (a me) sconosciuto, ma non chiedetemi di più. Per ora mi basta sentirlo al termine della lezione, quando i muscoli si rimettono al loro posto, non indolenziti, ma anzi felici di essere stati stimolati: le piante dei piedi si ribellavano dopo le camminate, le gambe ti rinfacciavano l’ennesimo tragitto percorso pedalando. Ora non succede più: il corpo ringrazia. So anche che adesso il mio corpo reagisce alle parole shoulder bridge (il lessico della ginnastica è del tutto simile a quello delle agenzie di comunicazione, parimenti intolleranti all’italiano), perché lo vedo fare delle azioni precise e spericolate con un automatismo sconcertante. Ma non chiedetemi di spiegarvi cos’è. Il corpo è istintivo, il corpo va da solo.

Resta l’ultima confessione. L’ultima assunzione di responsabilità. Non sono mica diventato il migliore degli allievi: tutt’altro. Continuo a sbagliare la respirazione, gli addominali restano dei nemici, ancora non riesco a toccarmi gli alluci con le mani. Ma nella mia testa sono un atleta, un ginnasta, un ballerino. E tanto mi basta. Il corpo adesso c’è, ed è un posto bellissimo.

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