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Tempo e acqua, i nemici più cari

IL 113 11.07.2019

Gregorio Paltrinieri indossa il Submersible BMG-Tech

Allenarsi ogni giorno nuotando 18 chilometri ha un solo scopo: farti sentire a tuo agio in un elemento naturale che non è il tuo mentre sfidi di continuo il cronometro, dice Gregorio Paltrinieri. Che ai Mondiali, a luglio, uscirà dalla vasca e affronterà per la prima volta correnti e meduse

«Per tutta la vita ho gareggiato in piscina. A volte sono andato bene, a volte male. Ma ho ottenuto buoni risultati». I “buoni” risultati cui fa riferimento Gregorio Paltrinieri, 24 anni, emiliano di Carpi, sono in realtà eccezionali: oro nei 1.500 stile libero (la sua specialità) alle olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 e ai Mondiali di Kazan del 2015 e di Budapest del 2017. “Buoni” risultati cui vanno aggiunte altre vittorie e medaglie ai Mondiali in vasca corta, agli Europei, alle Universiadi e ai Campionati italiani, pure negli 800 e nei 400 metri. Ai prossimi Mondiali di Gwangju, in Corea del Sud dal 12 al 28 luglio, oltre che per i 1.500 in piscina, Paltrinieri si è qualificato anche per la finale dei 10 chilometri di nuoto in acque libere. Una novità assoluta per uno dei re della vasca. Un ragazzo semplice, ma determinato alla ricerca della vittoria.

Hai scelto di competere anche fuori dalla piscina. Come mai?

«Dopo l’oro a Rio ero in cerca di altri stimoli e volevo fare qualcosa di veramente nuovo. Il nuoto in mare è una disciplina che può sembrare simile a quella in vasca, ma è completamente diversa. È un po’ la stessa differenza che c’è tra correre in moto su pista o fare motocross. È un altro tipo di nuoto. L’acqua può essere più fredda o più calda, gli avversari ti spingono, ci sono le meduse, le correnti cambiano e la distanza della gara è più impegnativa. Detto questo, è una disciplina che mi gasa tantissimo e nella quale spero di qualificarmi per le Olimpiadi di Tokyo 2020. Intanto, ci sono riuscito per i Mondiali, che è già un grande obiettivo raggiunto perché sono partito da zero. Poter gareggiare anche a Tokyo sia in vasca sia in acque libere sarebbe grandioso. Vediamo se ci riuscirò».

Come cambia la tua nuotata in queste due discipline? 

«Innanzitutto in vasca la distanza è di 1.500 metri e, per quanto possa essere lunga, cerco sempre di tenere un passo abbastanza sostenuto. Nei 10 chilomentri, se parti forte dopo 1.500 metri sei morto. Inoltre, non hai punti di riferimento perché la riga nera che c’è sul fondo piscina lì non c’è, ma al massimo vedi la boa a 700 metri. E comunque devi alzare continuamente la testa per non perdere la direzione e tenere conto della corrente. È un nuoto molto più primitivo e istintivo. Sai che da un momento all’altro ti può capitare tutto e sei obbligato a cercare il meglio di te. In piscina chi è più forte solitamente vince. In mare non è detto: le variabili che possono far andare bene o male una gara sono tante».

Per la 10 chilometri hai cambiato il team tecnico o è sempre lo stesso? 

«È lo stesso e anche questo è un aspetto che fa parte della sfida. Se volessi fare solo quello di cui ho voglia, mi dedicherei esclusivamente al nuoto in mare, ma credo di avere ancora tanto da dimostrare in piscina e intendo continuare. Ovviamente c’è anche il titolo dei 1.500 metri di Rio da difendere a Tokyo. Quindi, mi alleno come sempre prevalentemente in piscina, mentre per il nuoto in mare mi sto costruendo l’esperienza direttamente nelle gare. Più ne faccio, più imparo».

Aver dedicato tantissimo a questo sport ha significato sacrificare parte della tua gioventù? 

«No. Mi sono sempre allenato volentieri e senza soffrire le rinunce che la vita da atleta comporta. Viaggio tanto e vivo esperienze diverse che non sono poi così scontate per un ragazzo di 24 anni. Intanto faccio quello che amo, ed è l’unica cosa che vorrei fare in questo momento. L’allenamento di un nuotatore è tosto, ma mi piace nuotare. Mi piace gareggiare. Mi piace vincere. E per riuscire a vincere l’unico modo è allenarsi».

Com’è la tua giornata tipo? 

«Mi sveglio intorno alle 7 di mattina. Nuoto due ore, poi vado in palestra. Pranzo e mi riposo, altrimenti non arrivo vivo a fine giornata. Nel pomeriggio faccio altre due ore in vasca. In quattro ore di nuoto percorro circa 16-18 chilometri al giorno… Solo la domenica stacco completamente».

Le tue vittorie hanno creato aspettative altissime su di te… 

«La responsabilità cresce di gara in gara, soprattutto se si continua a vincere. Perdere è brutto, così come l’idea di dover lasciare lo scettro. Per questo cerco di allenarmi al meglio. La pressione la sento, ma nel corso degli anni ho imparato a governarla e con l’esperienza ho migliorato la gestione della gara, tanto che ormai arrivo a quel momento sempre più tranquillo».

Come ci sei riuscito?

«In passato, soprattutto nel periodo delle Olimpiadi di Rio, per liberare la mente ho fatto yoga e training autogeno. Poi ascolto sempre musica: cambio il genere a seconda del momento, ma prima delle gare mi carico solo con l’hip hop».

Come affronti una finale? 

«Olimpica o mondiale che sia, in una finale gli otto nuotatori ai blocchi di partenza sono tutti forti e anche quello che sembra un outsider può vincere. Se fisicamente siamo tutti più o meno alla pari, la differenza la può fare il tuo stato mentale. Alla fine ti alleni per anni per arrivare pronto in quel momento e in quella gara. Non ci sono scuse, devi stare bene, nuotare e battere gli altri».

Vincere vuol dire toccare per primo il muro. Cosa provi in quel momento? 

«Una liberazione. Se senti che sei andato bene e poi vedi che sei arrivato primo è una sensazione bellissima. Se sei indietro… amen».

E quando ti presenti al blocco di partenza prima della partenza di una finale?

«Vivo momenti tesi e importanti. Sono concentratissimo fin da quando arrivo al palazzetto. Cerco di allentare la tensione anche sdrammatizzando, ma so che non posso sbagliare, perché mi alleno da tutta una vita per arrivare a questo tipo di gare e so a memoria che cosa devo fare: il numero di bracciate, la virata, la spinta al muretto… So già tutto perché l’ho fatto migliaia di volte. Devo solo riuscire a estraniarmi dall’ambiente circostante perché anche un semplice incoraggiamento può mettermi pressione. Ma sono tutti pensieri superflui perché se sono arrivato lì significa che ho lavorato bene e che sono pronto. E se anche capita l’imprevisto, non posso che essere sicuro dei miei mezzi».

Che ambiente è quello del nuoto?

«È uno sport individuale, duro e competitivo. Ci si allena per ore, sempre da soli e con la testa sott’acqua: non senti nulla e non puoi parlare con gli altri. Però è anche vero che la squadra e il gruppo con cui ti alleni è importante. Se non ci stai bene o non c’è serenità, rischi di non riuscire a dare tutto. Nei giorni di gara pensi solo a te stesso, ma se hai qualche amico in squadra, va meglio».

Prima dei Mondiali hai dovuto affrontare un piccolo infortunio al gomito destro… 

«Sono stato fermo una decina di giorni. Non tantissimi, ma abbastanza da farmi perdere la sensibilità con l’acqua».

Che cosa significa? 

«Durante la settimana non mi alleno solo di domenica. E quando il lunedì ritorno in vasca, la sensazione è bruttissima. Mi sembra di non saper nuotare. Mi butto in acqua e sento che è tutto diverso dal solito. Del resto il nuoto è uno sport che si pratica in un ambiente che non è il nostro. Bisogna solo abituarsi».

Che sensazioni hai per i Mondiali?

«Mi sono allenato bene, anche se per me l’appuntamento chiave è sicuramente quello delle Olimpiadi del 2020. Penso che mi giocherò la vittoria nei 1.500 con l’ucraino Romanchuk e il tedesco Wellbrock. Sono entrambi più giovani di me e molto temibili».

 

Il paradosso del nuotatore è che, anche se giovane, non lo è mai abbastanza. Tu a 24 anni sei quasi un veterano. 

«In questo sport non si può andare avanti all’infinito. Io credo di avere ancora tanto da dare e di non aver ancora fatto la prestazione della vita. Ovvio che più passano gli anni più aumentano gli avversari. E più diventa difficile. Mentalmente sono pronto ad affrontare quest’anno e il prossimo. Poi vedremo».

Fondamentale nelle tue specialità è la gestione del tempo, tanto che sei pure diventato brand ambassador di una casa di orologi come Panerai. 

«Sono il primo testimonial italiano nella storia di questa marca e ciò mi rende molto orgoglioso. Mi sono sempre piaciuti gli orologi e più la collaborazione prosegue più scopro punti in comune. Anche perché loro, come me, amano l’acqua. È vero: per me, la gestione del tempo è tutto e, proprio perché in vasca ci si gioca la vittoria sui decimi di secondo, devo essere preciso: una qualità che alleno ogni giorno. Per esempio, nei 1.500 metri non si può partire né troppo forte né troppo piano, ma pur non avendo un cronometro che mi mostri i tempi, mi sento come se avessi un orologio nella testa che scandisce ogni istante. E nella 10 chilometri il tempo è persino più importante perché, un po’ come nella Formula 1, ci sono i pit-stop: chi nuota deve fermarsi per idratarsi e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. La bravura di un nuotatore è riuscire ad adattarsi a tutto».

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