Simon Norfolk ha documentato la guerra in Afghanistan, gli eccidi in Ruanda e tanti altri orrori commessi dall’uomo. Ci ha spiegato che è il modo migliore per capire le cose e magari cambiarle (per poi raccontarci i cinque scatti che hanno cambiato lui). In più, in coda all’intervista al fotografo inglese, alcuni consigli di “IL” per gli appuntamenti con le belle immagini dell’estate 2019

«Per vivere da protagonista, devi conoscere il pessimismo dell’intelligenza e trovare l’ottimismo della volontà. Se non pensassi che le mie fotografie possano cambiare il mondo, non mi alzerei neppure dal letto». Con tono ambizioso e sguardo umile, Simon Norfolk racconta il suo mestiere di fotografo e la sua vita, passeggiando nelle amate campagne del Sussex, dove le falesie crollano in mare e il vento spettina i prati.

Il suo è uno di quei casi virtuosi in cui la fotografia è passione, bisogno umano e imperativo morale al tempo stesso. Nelle sue immagini si trova la storia dell’umanità e, a ben guardarle, si nasconde anche il nostro destino. «La fotografia è un mezzo straordinario per testimoniare e capire. È un linguaggio immediato, adatto a un mondo che cambia ogni istante. Ed è fondamentale che si diffonda con altrettanta velocità», afferma, criticando i salotti vellutati delle gallerie d’arte, che programmano le loro mostre con tre anni di anticipo. «Che diavolo ne so di cosa succederà nel mondo fra tre anni!», esclama. «Per questo amo i festival, perché sono nel nostro tempo», continua, difendendo con passione la volontà che la sua fotografia sia uno strumento di giustizia, prova inconfutabile degli errori commessi dall’uomo. «Al festival Cortona On The Move porto un lavoro chiamato Crime Scenes, scene del crimine. Agli eccidi del Ruanda affianco lo scioglimento dei ghiacci, le memorie della Prima guerra mondiale e la guerra in Afghanistan. Perché l’uomo si osservi e non si ripeta». Norfolk è un inguaribile idealista, un archeologo del paesaggio, capace di riportare alla luce, con grazia, le prove della nostra stoltezza.

«Mi piace stare in alto, si vede tutto il mondo», dice rivolgendo lo sguardo alle coste nebbiose e sfuggenti. «Le cose vanno viste da lontano per capirle davvero». Non è solo questione di geografia, ma anche e soprattutto, di tempo. Alcune cose accadono senza volerle e passiamo il resto della vita a cercare di comprenderle, di aggiustarle. Così almeno è stato per Norfolk, che ancora oggi cerca un equilibrio in una vita fatta di compromessi. Prova spesso a guardarsi da lontano e in quell’esercizio quasi spirituale la fotografia è per lui una bussola. «Posso individuare nei miei cinquantasei anni almeno cinque momenti, che hanno segnato la mia vita rendendomi quello che sono oggi. E per ciascuno c’è un’immagine che viene prima di ogni parola. Tutte le altre foto sono tappe dei miei pensieri e il monito per una nuova coscienza collettiva», dice sorridendo, richiamando alla mente quelle cinque icone, sulle quali indugia come fossero un libro dalle pagine infinite.

#1

«Mia madre ritrovò questa immagine un paio d’anni fa, poco prima di morire. Mi ritrae tra le braccia della mia tata a Lagos, in Nigeria, dove sono nato. Scattando la foto, mio padre tagliò la testa della donna che mi stava crescendo. Quella scelta racchiude in sé tutta l’arroganza britannica alla fine dell’impero. Poco dopo quello scatto, fummo costretti a tornare a Manchester: le colonie si ribellavano. Tutto ciò che è venuto dopo è figlio di quel momento, dell’incapacità di comprendere che l’impero era finito. Per 250 anni avevamo guadagnato e sognato più di chiunque altro, oggi siamo i più impauriti di tutti. Passeggiando per Londra, ascoltando i discorsi sulla Brexit, guardando le mostre nei musei, è come se la nostra vita barcollasse nei postumi di una sbornia. Dobbiamo svegliarci, guardare ai danni che abbiamo fatto e alle teste che abbiamo tagliato».

#2

«Nel luglio del 1994 andai in Ruanda, sul finire del conflitto tra Hutu e Tutsi. Presi un aereo la mattina, feci uno scalo a Charles de Gaulle e a metà pomeriggio ero nel mezzo dell’inferno. Non ero preparato a tanta brutalità, da nessun punto di vista. La vista di quelle atrocità mi ridusse in pezzi. Feci il mio lavoro, tornai nella mia felice Londra e sette mesi dopo, passeggiando per strada, collassai. Il contrasto tra il luogo nel quale vivevo e il dolore che avevo visto mi stava divorando. Ho impiegato molti anni per rimettermi in piedi e vent’anni per capire cos’era successo».

#3

«I musei inglesi sono pieni di dipinti italiani. Nel Settecento sognavamo l’Impero Romano e compravamo qualsiasi cosa ce lo ricordasse. Uno in particolare mi pareva racchiudere un mucchio di confusione. Ritraeva la Sacra Famiglia in un paesaggio che avrebbe dovuto ricordare l’Egitto, ma somigliava alla campagna toscana. E in un angolo, dalla natura incolta, emergevano delle rovine. Ho dovuto andare in Afghanistan nel 2001 per capire la ragione di quell’opera, che stava tutta nella sua data: 1666. Nascevano i grandi imperi europei, le navi inglesi, francesi e olandesi attraversavano gli oceani cariche di ricchezze, schiavi e superbia. E quel dipinto, con le sue rovine, era lì per ricordarci il miserabile destino: tutto ciò che è umano prima o poi cade».

#4

«Forse ho iniziato a fotografare sul serio solo con la guerra in Afghanistan. Anziché rincorrere la notizia, sentivo il bisogno di cercare la storia nel paesaggio, sopra le cose, tra i solchi delle montagne e la polvere. Su quella terra erano passati tutti, da Alessandro Magno a Gengis Khan. Poi gli inglesi, i russi e adesso gli americani. Era la terra privilegiata, dalla quale guardare alla storia del mondo. Le prime immagini che si conoscano le fece John Burke a fine Ottocento. E io, per capire cosa fosse successo nell’ultimo secolo, ho seguito le sue tracce. Burke scattò una foto a un gruppo di soldati appena arrivati dalle Indie, con le divise leggere della colonizzazione. Due anni dopo ritrasse lo stesso gruppo. I sopravvissuti erano totalmente trasformati, le loro divise fatte con tappeti e pelli, i loro sguardi assenti. Che cosa era successo in quei due anni? Con l’immaginazione ho riempito quel silenzio, e la volontà di raccontare lo spazio e il tempo tra le cose è diventata la mia missione».

#5

«La bellezza per noi britannici non è solo una questione estetica. È uno scudo che alziamo tra noi e la realtà. È la nostra difesa contro l’orrore del mondo. Lo si vede nei cimiteri, curati e dolci come giardini, e nelle tasche dei soldati, che in trincea non portavano la Bibbia, ma le poesie di Shakespeare o Thomas Hardy, e nelle loro lettere raccontavano del canto degli uccelli che li accompagnava nella notte e del sole che sarebbe risorto. Credo di aver iniziato a inseguire la grazia delle cose dopo il Ruanda. Ho passato trent’anni a scappare da quel ricordo e la bellezza è stata la scialuppa che mi ha riportato alla vita».

 

TUTTI GLI EVENTI DELL’ESTATE 2019 PER CHI AMA LE BELLE IMMAGINI

 

Les Rencontres d’Arles
Arles, 1 luglio/22 settembre
Da 50 anni uno dei festival più interessanti d’Europa

 

Cortona On The Move
Cortona, 11 luglio/29 settembre
Dal respiro internazionale, per chi vuole sapere dove va la fotografia

 

Visa pour l’image
Perpignan, 31 agosto/15 settembre
Per i puri e i nostalgici del reportage

 

PhEST
Monopoli, 5 settembre/3 novembre
Giovane e solare. Per chi guarda a Est

 

SI Fest
Savignano sul Rubicone, 14/15 settembre
Ricerca, sperimentazione e scenari possibili, nel festival più longevo d’Italia

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