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L’esercito del dovere nel nome di Ambrosoli

di Raffaella Calandra
fotografie di NICCOLÒ BIDDAU
IL 113 08.07.2019

Rispetto delle regole, tutela dell’interesse pubblico, senso di responsabilità: è l’eredità morale dell’avvocato milanese, ucciso 40 anni fa, rinverdita da un’Italia spesso nascosta, che si assume la fatica della legalità

Erano anni di finanze spericolate e patti inconfessabili. Erano anni di contagiose speranze e ferventi ideali. Erano gli anni della violenza più cieca, ma anche della fiducia più forte. Erano anni – quelli in cui visse e morì Giorgio Ambrosoli – mai del tutto svaniti dalle fondamenta del Paese. Anche se all’apparenza ora tutto sembra diverso. A cominciare dalle strade della sua Milano.

Oggi, come quarant’anni fa, le cronache continuano a raccontare di consorterie mafiose e di blocchi di potere, a protezione degli interessi di singoli; oggi, come in quell’estate del 1979, quando veniva ucciso l’avvocato milanese (nominato dalla Banca d’Italia unico commissario liquidatore della Banca Privata Italiana), a fine giornata ci sono ancora tanti avvocati, imprenditori, professori, magistrati o scienziati, che possono sedere al tavolo di un ristorante (come Ambrosoli in quella sera dell’11 luglio di un’altra epoca) con la serenità di aver rispettato le regole. Di aver anteposto l’interesse della collettività a quello privato, la fatica della legalità alla scorciatoia del sotterfugio. E, questo, anche in contesti difficili, anche a costo di «pagare a molto caro prezzo» l’incarico, come avvenne per uno stimato professionista milanese che avrebbe potuto vivere «tranquillo con le sue serene abitudini e, invece, per la passione dell’onestà», scrisse Corrado Stajano, «si batté contro un genio del male, sorretto da forze potenti, palesi e occulte, e fu sconfitto». Lui fu fermato nella sua esistenza, ma in realtà non fu del tutto sconfitto, visto com’è andata la storia e quanto il suo esempio si rinnovi nelle vite di chi continua a opporsi agli abusi, nell’esercizio delle proprie funzioni. A dispetto della vulgata del quieto vivere, lontano da fasti e clamori. Nel silenzio faticoso del dovere quotidiano. C’è un piccolo esercito di “eroi borghesi”, sconosciuti ai più, individuati ogni anno dalla fondazione “Premio Giorgio Ambrosoli”, nata nell’ambito delle attività di Transparency International Italia con l’obiettivo di valorizzare le buone pratiche esistenti. Anche a riprova di come, a dispetto del susseguirsi di scandali annunciati e indignazioni tardive, l’Italia resti profondamente impegnata nella difesa dei diritti civili e dell’etica, pubblica e privata. L’Italia, fatta di singoli cittadini, che rispondono più alla propria coscienza che alle pressioni esterne. E allora, in nome e per conto di tutti questi italiani («attivi per la tutela dello stato di diritto in condizioni di avversità»), quest’anno, in un’edizione speciale a 40 anni dall’omicidio, il premio è stato assegnato, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a tre profili diversi e simbolici: Giuseppe Pignatone, già procuratore di Roma e Reggio Calabria, per quarant’anni in lotta contro mafie, corruzioni diffuse e opposizioni, esterne e interne; Pina Mengano Amarelli, imprenditrice nell’aspra terra di Calabria; e ad Amalia Ercole Finzi, la prima donna italiana divenuta ingegnere aerospaziale.

L’ex sede dell’Unione monarchica di Milano, che Ambrosoli frequentò prima di contribuire alla fondazione del Circolo della Critica

Basta scorrere i nomi dei premiati delle passate edizioni per vedere i volti di quest’Italia laboriosa, rigorosa e spesso nascosta. Ne faceva parte Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò, nel Salento: si oppose, negli Anni 80, all’arroganza del cemento abusivo nel parco di Porto Selvaggio e per questo fu ammazzata. Era sola, come solo si ritrovò Ambrosoli, nella galassia del “salvatore della lira”, epiteto all’epoca riservato a Sindona. Solo tra Governo, banca centrale, Vaticano e partiti politici. Ma non cedette allo sconforto, durante l’immersione nei segreti finanziari del bancarottiere siciliano e nell’altra faccia del potere italiano. In epoche successive, altri si sarebbero scontrati con differenti blocchi di interessi, rinnovando, ciascuno nella sua dimensione, le scelte dell’avvocato milanese. In tempi di scommesse diffuse e sport macchiati, l’ex calciatore Simone Farina rifiutò una proposta per “sistemare” una partita di Coppa Italia. Denunciò e fece arrestare i latori del patto inconfessabile, ma nessuno poi gli rinnovò il contratto.

C’è sempre un punto in cui i nemici non sono gli imprenditori spregiudicati o gli atleti venduti, ma l’avvocato che si appella alla legge e alla coscienza, per non far ricadere sulla collettività il dissesto della banca, o l’onesto calciatore che smaschera un sistema radicato. Fu prima celebrato, poi ostracizzato, il funzionario delle Ferrovie Nord, Andrea Franzoso, «costretto a lasciare dopo aver documentato le spese pazze del numero uno dell’azienda».

In tutte queste storie, c’è sempre da un lato la solitudine di chi agisce secondo etica e professionalità; dall’altro, lo stupore di chi si riteneva intoccabile. Uno di questi era Michele Sindona: fiscalista con il miraggio della banca, sbarcato sotto al Duomo dalla provincia di Messina, aveva costruito una galassia di scatole cinesi sulle due sponde dell’Atlantico. Osannato dai potenti, celebrato dai giornali, era convinto di essere il padrone di quella Milano che dominava dall’ufficio in vetrocemento e acciaio al quarto piano di via Arrigo Boito. Protezioni clientelari, corruzioni politiche e uno spregiudicato uso delle finanze e delle relazioni avevano cementato negli anni il potere di Sindona. Gli stessi ingredienti che rinsaldano tuttora l’arroganza criminale dei clan, davanti a cui però non tutti sono disposti a piegarsi. Così non mancano le storie di imprenditori, associazioni, dirigenti scolastici, che si sono opposti al racket, che hanno recuperato beni dei mafiosi, salvato ragazzi difficili o semplicemente provato ad affermare il rispetto delle regole. La più eversiva delle azioni, in alcuni contesti. Ed è racchiusa tutta qui la coscienza dei propri doveri, richiamata da Giorgio Ambrosoli nella lettera-testamento alla moglie, Annalori Gorla. Dovere, «verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa».  Il dovere verso la collettività spinse un medico francese, Irene Frachon, a lottare contro un’influente casa farmaceutica e indirettamente contro l’allora presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, per dimostrare i danni di sostanze contenute nel farmaco Mediator, poi ritirato; come il dovere verso la comunità portò Giovanna Ceribelli, revisore dei bilanci ospedalieri, a far emergere le gare truccate della sanità lombarda.

La chiesa di San Carlo, frequentata da Ambrosoli e dalla moglie Annalori per la messa, perché qui officiava David Maria Turoldo

In quei difficili anni Settanta, nessuno avrebbe pensato che l’avvocato Ambrosoli sarebbe riuscito, insieme a qualche fidato collaboratore e agli agenti della Guardia di Finanza distaccati sul fallimento della Banca Privata Italiana, a fare ordine in quel groviglio, né tanto meno a respingere le pressioni perché la storia avesse altro epilogo: Sindona si doveva salvare, anche grazie all’intervento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, lo scandalo ben presto sarebbe stato dimenticato e i risparmiatori avrebbero pagato il conto del crac. «Finché ci sarò io, questo non avverrà mai», appuntò nella sua agenda Giorgio Ambrosoli. E questo infatti «non è avvenuto», ricorda l’ultimo dei tre figli, Umberto, avvocato come il padre, la cui memoria nel tempo è progressivamente cresciuta, in particolare dopo il libro di Stajano che lo consacrò “eroe borghese”. Ora, in quelle stesse strade di Milano, là dove il futuro commissario liquidatore della Bpi visse i giorni delle «speranze di far politica per il Paese e non per i partiti», per usare le sue parole, ora è diffusa la consapevolezza di come si «possa restare liberi, anche davanti allo sconforto», riflette il figlio Umberto, «lo sconforto di chi arretra, convinto che nulla possa cambiare. La  storia di papà, invece, nonostante tutto, è stata un successo». Anche se pagato al prezzo della sua esistenza.

Ascolto le parole di Umberto Ambrosoli e mi chiedo quanto coraggio sia richiesto a un figlio per riuscire a considerare un successo quell’impegno, che ha tolto il padre a lui e ai fratelli, Francesca e Filippo. Ci vuole la consapevolezza dell’attualità del suo esempio, che va oltre la contingenza di quegli anni e delle complessità di quelle specifiche vicende. E ci vuole la fiducia nella professionalità, quale «strumento per vivere la propria responsabilità. Professionista è colui che sempre subordina tutto se stesso agli scopi dell’Istituzione, allo scrupoloso rispetto delle regole», continua Umberto, citando un commento di Marco Vitale: «Sempre meno sono in tutti i campi gli uomini che servono il proprio mestiere nell’interesse pubblico, sempre più sono coloro che usano il proprio mestiere contro il pubblico». Parole amare, scritte in quell’estate del 1979, ma che potrebbero valere per decine di altri casi, in questi quarant’anni.

Dall’altra parte, però, anche ora, in questi anni di rassegnate disillusioni e di paure dilaganti, anni di perdita di fiducia e di omologazione al ribasso, continuano a esserci professionisti, che in nome della collettività, accettano di  scontrarsi contro i limiti alla libertà. Ed è questo il principale lascito e l’attualità di Giorgio Ambrosoli, rinnovato ogni anno, nell’orgoglio sobrio di una cerimonia al teatro Piccolo di Milano, a cui ho l’onore di partecipare.

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