Anziché fare i conti con le metriche dei social, qui si esplora la qualità di sparire. Nell’era del selfie, il vero narcisismo è nascondersi

Prove tecniche di inesistenza. Aprire il libro di Akiko Busch e prendere nota: How to Disappear, in tempi di trasparenza, appunti sull’invisibilità. Si va dalle strategie per non essere visti al camouflage animale di attacco e difesa, dall’oscurità del potere all’infantile nascondino: chiudi gli occhi per non essere visto.

Timidi esercizi di libertà digitale o più banale disintossicazione social: Alec Soth è il fotografo americano fra i primi a postare #unselfie, didascalico esercizio di metacomunicazione, che rovescia il mezzo dell’apparire contro se stesso. Puro segno, zero senso: mi ritraggo cancellandomi, un autoscatto senza connotati.

La storia di questi azzeramenti è lunga, niente di nuovo. Capolavori sotto pseudonimo, personaggi senza autore, specchi muti e intollerabili spemet: si sprecano le varianti letterarie o artistiche dell’oscillazione fra esibizione e sparizione.

«Scarto i ritratti che mi rispecchiano», dice Cindy Sherman, sbarcata su Instagram nel 2017 (col post Selfie! No filter, hahaha) e alla National Portrait Gallery di Londra dal 27 giugno, con oltre centocinquanta delle sue opere, eterna reiterazione di sé, manipolata, trasformata e riprodotta.

Qui però si parla di corpi ordinari, di facce e di sovraesposizione estiva. È questa la stagione in cui ci si spoglia di abiti, ma forse non di maschere, perché mai rinunciare al principio di ogni gioco, teatro, poesia? A ben guardare, però, è in corso l’ennesimo slittamento o mutazione indotti dalla tecnologia. Fino a ieri ci dicevamo ossessionati dall’apparenza e la parola aveva un contenuto per lo meno fisico (essere belli, giovani, muscolosi, levigati, perfetti come divi) e le più varie implicazioni ginniche, cosmetiche, chirurgiche nonché il perenne senso di inadeguatezza. Tutto vero, se i dati di bisturi e palestre restano ancora voci economiche da parecchi zeri, ma adesso prevale la visibilità. L’attenzione si va spostando dal come al quanto, perché le metriche dei social fanno del successo virale una questione quantitativa più che qualitativa. Il che mette sullo stesso piano o quasi adoni e fauni, Brad Pitt e Lil Miquela, Doug the Pug e Cristiano Ronaldo.

Dall’estetica alla rilevanza il passo è stato veloce, ma non è di poco conto. Per guardarsi ed essere guardati non occorre essere prestanti, almeno non in senso fisico. Per questo, l’estremo traguardo narcisistico smette di essere l’eterna giovinezza o la perfezione e diventa sottrarsi, sparire, chiamarsi fuori dal reale (o forse dovremmo dire virtuale) misurabile dei like e dei link. I miti non fanno conti. Le sirene, si sa da qualche decade, hanno un’arma più irresistibile del loro canto, il silenzio.

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