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Odio gli scrittori predicatori

IL 113 16.07.2019

Jo Nesbø, nato a Oslo nel 1960, è uno degli autori di crime più amati al mondo. A settembre uscirà per Einaudi Stile Libero “Lama”, il dodicesimo libro della serie dedicata al detective Harry Hole.

Jo Nesbø è maestro di silenzi e pesa con cura ogni parola. Eppure, una cosa molto chiara, nel nostro incontro, l’ha detta: cari colleghi, non cercate di sottovalutare i lettori o di dar loro qualche lezioncina dall’alto. In più, in coda all’intervista con lo scrittore norvegese, alcuni consigli di “IL” sugli appuntamenti estivi con libri e autori

Quando il romanzo ha smesso di essere una forma d’intrattenimento popolare, forse Jo Nesbø era distratto. Per quanto mostri sempre un basso profilo tipicamente scandinavo, l’autore norvegese ha venduto 40 milioni di copie. Se calcolate che il suo Paese conta 5 milioni di abitanti, le proporzioni si commentano da sé.

Vincitore dell’edizione 2018 del Raymond Chandler Award, assegnato dal Noir in Festival di Como e Milano, Jo Nesbø, oltre che scrittore, è autore di film, serie tv e libri per bambini; un artista il cui universo narrativo è talmente ricco da aver ispirato la serie di concerti “The Nesbø project”, passati anche dall’Italia qualche mese fa.

Nonostante i tanti interessi, Nesbø è principalmente l’ideatore della saga di Harry Hole, detective di Oslo che sta per tornare con il dodicesimo romanzo della saga. Libri che si sono fatti largo nell’affollato bacino del crime con trame e personaggi capaci di coniugare fedeltà alle aspettative del genere e una spiccata idiosincrasia nei confronti delle ricette facili.

Nei suoi romanzi, il confine tra bene e male è piuttosto labile e, come ci conferma lui stesso: «Non è affatto sicuro quale delle due opzioni sceglieranno i miei personaggi, sia il protagonista che l’antagonista: la morale, per loro e in generale, non è scritta nella pietra, immutabile».

L’accusa mossa più spesso ai giallisti di ogni latitudine è quella di rendere, se non affascinante, di certo giustificabile il male. «Se uccidi in un contesto “organizzato”, come per esempio in una guerra, l’omicidio è accettato dalla società. Ma se uccidi per vendetta, allora sei un criminale. Se io come scrittore costruisco un contesto ambiguo, tutto diventa più problematico, da un punto di vista emotivo e intellettuale. Affrontare questi dilemmi è quello che cerco di fare nelle storie che racconto».

Se è attraverso l’ambiguità morale che si sviluppa il testo, anche i protagonisti delle sue storie rifletteranno questi conflitti: «Esatto. Quando guardi I Soprano, The Wire o Breaking Bad il confine tra protagonista e antagonista è molto sfumato. Gli stessi dilemmi morali non coinvolgono solo i personaggi principali, ma anche lo spettatore».

A proposito di serie tv, al momento la sua preferita è Quarry, andata in onda nel 2016 su HBO e tratta dai romanzi di Max Collins: «Non è tanto per la storia, che è abbastanza banale, ma la regia e gli attori sono così bravi che te ne dimentichi. Dicono spesso che un film non potrà mai essere meglio di un romanzo, in questo caso è il contrario». Quindi saranno davvero le serie tv a uccidere i libri? Sorride, come se rispondere a questa domanda implicasse varcare la soglia di riservatezza che invece intende mantenere: «Ho capito che nella vita non ho così tanto tempo per leggere libri e soprattutto ho capito che non ho tempo per i libri brutti. Però, quattro o cinque anni fa, non appena avevo un paio di ore libere avrei guardato una serie tv, adesso invece leggo un libro».

Quando l’autore di best-seller ha smesso di essere un oracolo da intervistare su ogni tema possibile, Jo Nesbø era sicuramente presente. In un momento politico in cui la Brexit sta scuotendo il continente e alcune soluzioni vedono proprio nel modello norvegese una mediazione possibile tra Europa e Regno Unito, l’opinione dello scrittore norvegese sarebbe quanto meno interessante. E invece: «Sulla situazione politica dell’Europa non darò nessuna risposta, mai».

In Italia, il ruolo dello scrittore, e dell’intellettuale più in generale, coincide quasi perfettamente con una presenza costante nel dibattito, in qualsiasi dibattito, con il dire qualcosa sempre. Nesbø sembra invece più preoccupato di che cosa non dire, si esprime raramente con foga e sembra pesare ogni parola, come analizzando il percorso che ha davanti a sé. Sembra quasi di vederlo approcciare una scalata (l’alpinismo sportivo è la sua grande passione e ha approfittato anche del passaggio al Noir in Festival per allenarsi indoor e outdoor): un misto di determinazione e volontà, con una vena di improvvisazione per evitare la strada sbagliata. Ogni sua risposta inizia con un silenzio, ma poi è diretta, priva di esitazioni: «Odio gli scrittori che fanno le lezioncine». E poi, al tentativo estremo di fargli dire qualcosa sul rapporto particolare tra Europa e Norvegia, ribadisce il suo fastidio per gli appelli, le raccolte firme, i proclami: «Odio quando gli scrittori fingono di conoscere la verità e cercano di darti risposte, quando ti sottovalutano come lettore e ti fanno la predica. Odio gli scrittori predicatori: potrei anche essere d’accordo con loro, ma comunque odio le prediche».

Le ragioni di tanto appassionato fastidio sono facilmente spiegabili: il ruolo dello scrittore, per Nesbø, è cambiato, e da molto tempo ormai. «Molti miei lettori hanno passato tanti anni in università, impegnati in studi intellettuali e quindi è una tradizione ormai senza senso quella di chiedere opinioni ad autori di fiction, come se fossero esperti di questi argomenti. Scrittori come Charles Dickens avevano chiara la visione della classe lavoratrice, di persone che lavoravano nei campi o in fabbrica ed erano tra i pochi intellettuali a occuparsi di questi temi. Quegli intellettuali potevano rispondere a domande extra-letterarie, anche se scrivevano opere di finzione, ma adesso non è più così».

E, se non fosse stato abbastanza chiaro, rincara la dose: «Devo dire che per me l’aspetto più idiota della questione è che gli autori trovino invece naturale essere interpellati su temi ponderosi, di qualsiasi genere. Quindi non vuol dire che io non abbia un’opinione, ma trovo strano che la mia opinione possa essere considerata più importante di quella di un fashion blogger di Milano o di un autore di stupide canzoni pop. Cosa che peraltro sono anche io».

Già, perché tra i tanti talenti di Nesbø c’è anche la musica: è stato il cantante e il chitarrista della band norvegese Di Derre insieme al fratello Knut, morto nel 2013. Nel rivedere insieme a lui un’esibizione unplugged in un late show scandinavo, ci si chiede quale tra le due anime preferisca, se quella dello scrittore che crea e chiude una storia o quella del cantante che ogni sera può stravolgere un suo pezzo nell’arrangiamento e nell’esecuzione: «Mi piacciono entrambe. Molte canzoni hanno talmente tanto successo che diventano più di proprietà del pubblico che mie. Lo stesso vale per un romanzo, che ogni volta viene “riscritto” dall’immaginazione del lettore, che diventa una sorta di regista per come rielabora le scene e i personaggi scritti nella storia. Leggere Lolita ora, nel 2018, ti porta a immaginare un contesto diverso da quello che mi ero creato io quando l’ho letto per la prima volta alla fine degli anni Settanta».

Ma gli scrittori di thriller hanno mai paura di quello che scrivono mentre lo scrivono? Provano quello che sentiamo noi mentre Harry Hole affronta l’Uomo di neve in quello che secondo molti è il suo capolavoro? Viene alla mente l’aneddoto di Dario Argento che, autoreclusosi in un residence per stendere la sceneggiatura di Profondo Rosso, provò non pochi momenti di pura angoscia. Vale lo stesso anche per lui? L’aneddoto lo diverte: ride. «Certamente! Come scrittore devi esplorare le tue paure, la tua morale, quello che ti fa ridere… persino il tuo lato romantico. Il tuo compito come scrittore è proprio quello di immergerti in tutte queste emozioni, non di fuggire da esse». Perché, per fortuna, quando Harry Hole si troverà di fronte a un serial killer o a un poliziotto corrotto, non è ancora stata decisa la strada che Jo Nesbø gli farà prendere.

 

GLI INCONTRI CON GLI AUTORI SI FANNO IN ALTURA: ALCUNI APPUNTAMENTI DELL’ESTATE 2019 CON LIBRI E SCRITTORI

 

Di libri, quest’estate, si parla al fresco, salendo in collina o in mezza montagna. Proprio di montagna, come luogo di resistenza e di ricerca di nuove relazioni, si occuperà “Il richiamo della foresta”, ideato dallo scrittore Paolo Cognetti, che accoglierà i suoi ospiti dal 18 al 21 luglio a Estoul, in Val d’Aosta.

 

Poco distante, in Valle d’Ayas e in Val di Gressoney, dal 27 luglio al 24 agosto, c’è “Monterosa racconta”, rassegna che vedrà molti nomi delle nostre lettere, da Benedetta Cibrario ad Andrea Vitali, da Chiara Marchelli a Nadia Terranova.

 

Dall’1 al 4 agosto i borghi dell’Appennino tosco-emiliano saranno teatro di “L’importanza di essere piccoli”, con ospiti come Antonella Anedda e Laura Pugno.

 

Dal 19 al 25 agosto, infine, si va in Val Vigezzo, a Santa Maria Maggiore, per “Sentieri e Pensieri”, diretto da Bruno Gambarotta, con la presenza, tra gli altri, di Marco Albino Ferrari e Simona Sparaco.

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