Appendice

Questa casa è un albergo

IL 113 18.07.2019

«Da quando ho ricordi coscienti, mio padre è l’uomo in completo scuro dietro il bancone di mogano lucido, nella hall dove il pavimento riflette gli stucchi dell’altissimo soffitto». Un racconto inedito per lo speciale “Pagine d’albergo” di “IL”

Un albergo non è la casa di nessuno, per definizione. Eppure mio padre lo chiamava così. Domani mi arrivano in casa trenta persone del congresso di urologia. Ho in casa venti tedeschi, due coppie francesi e cinque americani. E pensare che l’albergo manco era suo, ci lavorava da direttore con un orario che andava dalle nove di mattina alle nove di sera, sabati e domeniche comprese. Forse per questo lo chiamava casa, perché al suo domicilio mio padre si presentava solo a dormire, e la mattina usciva dopo colazione. La nostra casa era il suo albergo, insomma.

C’è da dire che l’albergo era il Plaza & De Russie, il più antico di Viareggio, costruito nel 1871 con il nome di Hotel di Russia in omaggio ai facoltosi zaristi che frequentavano le spiagge versiliesi. È ancora lì, un cinque stelle di eleganza misurata, circondato dal languore sognante e un po’ frou-frou di villini liberty e facciate déco. Sta proprio davanti alle cupole esotiche del Caffè Margherita, quello che già vide sor Giacomo assorto / gustare il suo porto / pensando a Mimì, come recita una canzone che a Viareggio assimili assieme al latte materno.

Da quando ho ricordi coscienti, mio padre è l’uomo in completo scuro dietro il bancone di mogano lucido, nella hall dove il pavimento riflette gli stucchi dell’altissimo soffitto. L’ambiente mi metteva soggezione come un enclave in cui sai che vigono usanze rigide. Nei salottini ovattati dalla moquette e dalle tende di velluto, dietro ogni poltrona poteva acquattarsi un improvviso rimprovero per maleducazione. E mio padre, sul lavoro, sembrava un altro. Parlava in modo completamente diverso. Abbandonava l’inflessione locale, che è un toscano reso più ruvido e asciutto dalla vicina Liguria, e si esprimeva in un italiano compunto e neutro, da annunciatore aeroportuale.

E non solo, usava anche francesismi desueti, forse dimenticati proprio dai nobili russi nei tanti salotti dell’hotel. Per stigmatizzare più duramente dei bigné grandi come panini al salame o un risotto dal sapore troppo marcato mio padre usava grossier al posto di grossolano. Persino se gli telefonavano dall’albergo nelle poche ore che trascorreva a casa (in genere esanime sul divano) prima tirava giù qualche santo dal calendario ma poi switchava impeccabilmente in “modalità hotel”, cambiando voce come avevo visto fare solo a Linda Blair ne L’esorcista.

Una volta lo cercarono nel cuore della notte per un casino. E lui, appena tirato già dal letto, entrò in “modalità hotel” come se niente fosse. Il casino si chiamava Isabella Biagini, showgirl piuttosto nota nei primi anni Settanta. A quanto pare non gradiva la camera e non c’era verso di calmarla.

Va detto: questo aspetto del lavoro di mio padre in hotel mi consentiva di tirarmela parecchio. I padri dei miei amici non avevano certo il privilegio di farsi maltrattare nel cuore della notte da una che vedevi ogni sabato sera in tv.

A qualche ospite illustre, come Alighiero Noschese, strappava anche una foto, ma chiunque passava dalla sua casa doveva pagare almeno la tassa di un autografo su un quaderno con la copertina di tela celeste. Quando andò in pensione ne aveva almeno un centinaio, da Maradona a Jimmy Sommerville, da Battiato a Arie Haan, centrocampista della mitica Olanda che mi aveva stregato ai Mondiali del 1974.

Proprio i Mondiali giocati in Germania rappresentano uno dei ricordi più dolorosi che mi lega all’Hotel Plaza & De Russie. Avevo nove anni, l’Italia giocava la partita decisiva contro la Polonia e fui invitato a vederla in albergo. C’erano i proprietari e altri clienti affezionati. L’invito era seducente perché in uno dei salottini moquettati dell’albergo c’era un modernissimo televisore a colori. Ma le tinte accese dei primi tv color resero solo più vivida la delusione per la sconfitta. Tornavamo a casa dopo sole tre partite, e per giunta a Stoccarda, davanti a un pubblico composto quasi tutto da speranzosi emigranti italiani. Il lato peggiore fu che a casa avrei potuto prendere a calci i cuscini del divano, strappare tutte le pagine del manuale di geografia dedicate a quell’inutile Paese d’Oltrecortina e spezzare le gambine a tutti gli omini della nazionale biancorossa di Subbuteo. Dentro l’Hotel Plaza & De Russie no. Dovetti nascondere la rabbia, mostrarmi maturo, riconoscere signorilmente che gli avversari avevano giocato meglio. Sperimentai per la prima volta che perdere è orrendo, ma la vera, grande sofferenza è essere obbligati a saper perdere.

Per il resto, avere un padre che lavorava in albergo era come averne due: uno con la cravatta dietro il bancone e uno riverso in canottiera sul divano. Il punto è che era difficile interagire con entrambi. Forse per questo decisi che non avrei mai lavorato in un albergo, o scelto un’occupazione per cui devi indossare la cravatta trecentosessantacinque giorni all’anno. Sono stato accontentato. Tranne rarissime eccezioni (fra cui Andrea G. Pinketts, ma lui era appunto un’eccezione vivente) gli scrittori non portano mai la cravatta. E non solo: scrivere è un mestiere che puoi fare a casa tua, magari anche vestito di tutto punto, ma volendo anche in mutande.

Però non si sfugge mai completamente ai propri demoni familiari. Oggi infatti gli scrittori sono diventati commessi viaggiatori di se stessi. Solo per il mio ultimo libro ho percorso, Google Maps alla mano, quasi diecimila chilometri. In tema di sistemazioni finisci quindi per sperimentare di tutto: piccoli resort a conduzione familiare, ex conventi riconvertiti, cascinali ristrutturati, efficienti tre stelle da turismo di massa, residence defilati da coppie clandestine. Entri in un albergo di catena a Bologna e ti ritrovi nella stessa, identica hall del megahotel che ti ha ospitato a Nuova Delhi qualche mese prima. E così pensi che allo straniamento della globalizzazione non ti abituerai mai del tutto. Percorri corridoi infiniti temendo di veder apparire le gemelline di Shining, ma è solo la stanchezza di tre coincidenze prese per un soffio, sfiorando l’ennesimo record mondiale di corsa con il trolley.

Di sicuro qualsiasi albergo, a tarda ora, diventa un po’ l’Overlook Hotel. E allora talvolta penso che una notte, dopo il bicchiere della staffa con le libraie, l’assessore e tutto quanto il gruppo di lettura, potrei rientrare in hotel e ritrovarmelo lì, mio padre. Però senza cravatta, come quando da pensionato faceva il portiere di notte, un paio di volte alla settimana, perché tanto ormai non dormiva più. E so anche cosa mi direbbe, con il viso smunto e gli occhi tristi e allarmati che in vecchiaia lo facevano assomigliare a Steve Buscemi: «Ma alla fine che fai nella vita?». «Scrivo, pa’». «Sì, ma di lavoro?».

Giampaolo Simi, versiliese, vive a Viareggio. È scrittore e sceneggiatore. I suoi ultimi tre romanzi, tutti per Sellerio, sono Cosa resta di noi (2015), La ragazza sbagliata (2017) e Come una famiglia (2018). Per lo stesso editore è in uscita I giorni del giudizio.
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