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Pop-folk sofisticato al tempo della Brexit

31.07.2019

Perfetta padronanza della materia melodica, senso della misura emotiva, una fresca maturità: è "A New Illusione”, terzo album di Rose Elinor Dougall, tra i dischi "femminili” imperdibili di questo 2019

Uno dei dischi più intriganti, complessi e “femminili” di questa prima metà del 2019 viene da un’autrice inglese dalla lunga carriera ma il cui nome, specie alle nostre latitudini, dice ben poco: Rose Elinor Dougall. Nel pieno della sommessa onda twee pop britannica anni Duemila, la songwriter faceva parte di un girl group di ispirazione Anni 60, le Pipettes, il cui omonimo album d’esordio ebbe un discreto successo. Poi per “Rosay” (come si faceva chiamare all’epoca) inizia un periodo di collaborazioni (la più importante, e duratura, con Mark Ronson) e di lavoro sulle prove da solista, il gradevole ma non memorabile Without Why (2010) a cui fa seguito Stellular, pubblicato un paio di anni dopo con maggiore fortuna.

Tuttavia, è con l’ultimo A New Illusion che la ragazza di Hampstead prende il volo verso lidi mai esplorati, attraverso un disco di raffinato pop cantautorale che si addentra nelle atmosfere elettroniche dei Broadcast e in quelle ovattate di Grouper (Simple Things), tessendo trame lisergiche come Jonathan Wilson (nella folk ballad Something Real) o più immediate, tra Florence e i Fleet Foxes (Too Much of Not Enough). Insomma, atmosfere e suoni distanti anni luce dal pop zuccheroso dalla prima band di Rose. Spiega la cantautrice a IL: «Le Pipettes hanno avuto una grande importanza per la mia formazione. Sono entrata a farne parte quando ero solo una sedicenne e ci sono rimasta per 4 anni. È stata la mia prima esperienza come musicista: con loro ho iniziato ad esibirmi, a registrare dischi e a girare il mondo».

Il disco ha molte sfumature al suo interno, ma c’è un solido filo conduttore tra le dieci canzoni che lo compongono. «Nei brani c’è un senso dominante di instabilità e il motivo è semplice: ho iniziato a scrivere il disco poco prima del referendum (sulla Brexit, nda) e l’ho terminato alla fine del 2018. Il processo creativo, quindi, abbraccia un periodo molto turbolento e profondamente deprimente per la nostra politica interna. Io però», continua a spiegarci Rose, «in tempi di crisi penso che la musica possa rappresentare qualcosa di vitale e il mio disco vuole infondere speranza, creare qualcosa che sia musicalmente edificante». Non si pensi che questa fragilità si risolva in atmosfera oscure: ascoltando l’album si viaggia attraverso suoni eterei, sognanti, in una sorta di strano dream pop difficile da trovare altrove. «È proprio ciò che stavo cercando di fare. Comunque, se proprio dovessi dire che tipo di musica faccio, parlerei di British Psych Pop».

I pezzi del disco sovente virano verso scenari alla Broadcast, band dai suoni retrofuturistici, pop ma anche molto sperimentale. «I Broadcast sono una delle mie band preferite in assoluto, Trish Keenan (la cantante del gruppo, purtroppo scomparsa prematuramente, nda) è stata una compositrice fantastica. I loro dischi sono senza tempo e rappresentano uno dei miei ascolti più frequenti». Chiudiamo il cerchio tornando a parlare del momento politico che ha attraversato la genesi di A New Illusion. Se la Brexit fosse musica, come suonerebbe? Rose Dougall non ha dubbi: «Potrebbe essere qualcosa come un bruttissimo gruppo pub rock, formato da uomini di mezza età calvi e grassi, che suona roba tipo cover di Cliff Richard o qualcosa di simile».

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