Appendice

Saponette

IL 113 23.07.2019

«Gli hotel che ti ricordi sono quelli dove è successo qualcosa di particolare. Un impiccio, un errore, un problema. Come quella volta a Chicago». Un racconto inedito per lo speciale “Pagine d’albergo” di “IL”

Non ricordo chi disse che i giornalisti sono poveracci che dormono in alberghi di lusso. Può darsi. Non sono un giornalista, non posso parlare per un’intera categoria. Con gli scrittori comunque non è molto differente. Farei, a essere precisi, una piccola variazione: gli scrittori (italiani) sono straccioni che (ogni tanto) dormono in alberghi di lusso. Ogni tanto, specifico. Sullo “straccioni” non ho dubbi: tenuto conto che siamo un Paese di non lettori decidere di fare della scrittura una professione è un vero suicidio esistenziale. Ma non è della mia dichiarazione dei redditi che voglio parlare. Sugli alberghi occorre invece specificare. Ogni mio collega sa di cosa parlo: esce il tuo nuovo romanzo e inizia la via crucis della promozione. Ti ritrovi in paesi e città sconosciute, in provincie mai sentite nominare, in regioni misteriose. Da fuori sembrerebbe di vivere in una eterna vacanza. Spesso mi capita di parlare con chi fa un lavoro vero, di quelli con un contratto, uno stipendio a fine mese, i contributi, le garanzie sindacali (Dio, che invidia!).

«Ieri ero a Firenze», dico. «Che bella città. Beato te!», mi rispondono. E io vorrei spiegargli che tutto quello che ho fatto è prendere un treno, andare a un incontro serale in qualche biblioteca o libreria, per poi mangiare una cosa frugale, magari da solo, infine piombare in un anonimo letto di un qualunque albergo nei pressi della stazione o di un casello autostradale, per poi, il mattino appresso, all’alba, con gli occhi ancora cisposi, prendere il primo treno utile per tornare a casa. E chi diavolo l’ha vista Firenze! Sono anni che mi chiedo se ha senso tutto questo. Ma è il tuo lavoro, mi dico, poteva andarti peggio. Poteva piovere.

Poi però capita che per misteriosi allineamenti astrali vieni invitato a un festival prestigioso o a una fiera internazionale. E d’improvviso vieni trattato come il sultano del Brunei. Hotel che appena ci metti piede senti la tua carta di credito sgretolarsi, ristoranti che offrono libagioni da costi proibitivi, camere d’albergo più grandi di tutto il tuo appartamento. Per un barbone naturale quale io sono, uno che è cresciuto in un bilocale ultrapopolare di periferia, la sensazione di essere perfettamente inadeguato alla situazione è inevitabile. Guardi appeso sulla porta il prezzo della stanza e ti chiedi: «Ma non potevano mandarmi in un semplice tre stelle familiare e darmi la differenza, così almeno ci guadagnavo qualcosa?». Non so, forse all’estero pensano che uno scrittore sia uno ricco di famiglia, abituato fin da bambino a dormire in alberghi del genere. Io invece, ogni volta che ci capito, mi aspetto sempre che qualcuno mi prenda per un orecchio e mi butti fuori a calci. «Che ci fa lei qui? Non è mica il suo posto questo!».

Fare l’elenco è inutile: Italia, Germania, Iran, Giappone… Alla fine non te ne ricordi uno. Che in fondo dovrebbe essere la mission di questi posti. Se sei stato bene vuol dire che nulla è andato storto, che ti sei sentito un ospite gradito. Come a casa. No, bugia. A casa non hai il ghiaccio sempre a disposizione sul tavolino in radica, il letto a tre piazze, la servitù che rassetta due volte al giorno e ti mette un cioccolatino sul cuscino ogni volta, la vasca idromassaggio, le poltrone in pelle di qualche animale in via di estinzione, la piscina sul tetto. Al lusso ci si deve abituare da bambini, altrimenti, da adulti, diventa faticoso. Quegli alberghi mi sfiancano. Ogni volta che torno a casa ho bisogno di svaccarmi sul mio divano, in canottiera, a mangiare patatine, sbriciolandole ovunque. In quelle camere, che siano in Francia o in Messico, faccio sempre attenzione a non sporcare ché mi sembra brutto per la cameriera che si deve sorbire il mio disordine. Poveretta, lei lavora, mica come me, che non ho ancora capito che ci faccio qui!

Gli alberghi che ti ricordi, insomma, sono quelli dove è successo qualcosa di particolare. Un impiccio, un errore, un problema. Come quella volta a Chicago. Una settimana di conferenze, ospite di una “prestigiosa istituzione”. Poi l’ultimo giorno porto i bagagli alla reception. Devo partire in serata, spiego, mi faccio un giro per la città e torno a ritirare i bagagli. Nessun problema, ovviamente. C’è solo una cosa, mi dicono. Il conto da saldare. Ho un mancamento. Fingo indifferenza e col mio inglese scolastico spiego di essere ospite della suddetta “prestigiosa istituzione”. L’addetto all’accoglienza non fa una piega. Non ne sa nulla. Sa solo che qualcuno deve pagare. Io. Sono una maschera di cera, ma dentro mi sto squagliando. Fingo indifferenza. Torno dopo e saldiamo, dico.

Come preso da una febbre, girovagando per la città, cerco di fare il punto della situazione: non ho abbastanza contante, se provo a pagare con la mia carta forse riesco a saldare un paio di notti al massimo. Cerco di telefonare alla sede della “prestigiosa istituzione”, ma è domenica gli uffici sono chiusi. Medito la fuga. Vado in aeroporto e m’imbarco senza bagagli. Prefiguro il mandato di cattura internazionale, l’arresto in dogana, la foto sui giornali, la vergogna di mia moglie, le mie figlie che non mi rivolgono più la parola, io che passo i miei giorni in una cella, evitando le docce e soprattutto le saponette cadute a terra. La peggiore mattinata della mia vita. Poi mi faccio forza e torno in albergo. Alle reception c’è una gioviale ragazza di colore. Mi porge i  bagagli e mi spiega che c’era stato un qui pro quo. Tutto a posto, niente arresto, niente cella, niente docce e soprattutto niente saponette. Tranne quelle che ho nascoste nella borsa, insieme agli shampoo, rubati dal bagno come patetica forma di lotta di classe di uno scrittore straccione che dorme in alberghi che non si merita.

Gianni Biondillo, milanese, è architetto e scrittore. Il suo personaggio più celebre è l’ispettore Ferraro, a cui ha dedicato otto libri, ma ha scritto anche molto altro. Il suo ultimo romanzo è Il sapore del sangue (Guanda, 2018).
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