Frammenti. Una volta Terra, Aria, Acqua e Fuoco erano tutto. Poi l’Anima Mundi dei neoplatonici ha ceduto all’estetica dei neoplastici: non più demiurghi ma chirurghi. E un mondo che, con filler, botox e silicone, si balocca con la fake news dell’eterna giovinezza

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Il vento sa di esistere da sempre. E l’uomo lo ha visto nascere e crescere, folata dopo folata. Per questo ha un tempo tutto suo quando diventa forza della Natura. Può scegliere l’istante della devastazione, ma anche la carezza del tempo infinito che cambia le cose con ferma dolcezza. E magari disegna un volto quando, raffica dopo raffica, lo costringe a un ripiegamento nei contrafforti del cranio, a difesa di una pelle sempre più spaccata e secca, esposta alla sensazione di freddo che diventa più reale del reale.

Quella chiamata alla resistenza cutanea si tramuta in una trama di solchi e quell’aria antica più dell’uomo aiuta a scolpire sul volto i segreti dell’anima. E tutto diventa segno. Mappa dell’esperienza e racconto implicito. Vita. E in quel vento intagliatore «c’è qualcosa di glorioso e di benigno», per dirla con Herman Melville. E va ben oltre i 5 miliardi di euro spesi dagli italiani ogni anno in creme che dell’aria sono conseguenza e antidoto. La faccia diventa maschera, confine epidermico, uno dei tanti che dividono il reale dal verosimile, la verità dal sospetto, il pregiudizio dal bisogno.

 

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Anche il fuoco e la luce sanno disegnare i segreti più profondi di una faccia. E la modificano. Gli occhi a fessura difendono dall’abbaglio di un sole moltiplicato per mille da un orizzonte innevato o da un oceano a specchio. Come il vento, anche la luce c’era prima dell’uomo. Anzi, esisteva prima del vento. È stato il grande inizio, la luce. E guardare l’infinitamente più potente, ancora adesso, ci confina nella sproporzione, ci obbliga alla difesa rispetto alla magnificenza. Le palpebre si stringono; lo sforzo arriva fino alle tempie, fino ai seni nasali. Gli zigomi si alzano, perfino gli angoli della bocca si sollevano. Il volto si adegua. E si deforma, ora dopo ora, anno dopo anno. Anche la luce non ha fretta. E nel tempo di una vita amplia il palcoscenico di una faccia segnata dal bagliore (oltre che da gioie, ansie e dolori); un mistero magari color del bronzo e asciugato di qualsiasi traccia d’acqua, riscossa di energia e durezza. Aria e fuoco lasciano poco campo ai 12 muscoli del sorriso. I volti di pietra non conoscono le rughe naso-geniene, solo i solchi verticali e le fronti aggrottate. Più che ridere, sopravvivere e stare in campana.

 

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L’acqua invece leviga inesorabile. È vita e lenimento, ma sa essere perfino l’opposto. Deforma anche, sempre con il ritmo lento della natura che c’era prima e resterà dopo l’uomo. L’acqua colpisce soprattutto le mani per chi abbia il destino di incontrarla per routine. «A volte quando fisso le mani ho paura di Dio», dice il naufrago nostalgico di Fernando Pessoa. La manipolazione del corpo è un atto che già nel sostantivo indica la mano come forza creatrice e magica, imitazione terrestre di un atto solo divino. Ma anche l’acqua manipola. E quando si allea solo al freddo, il corpo tenta di resistere, ma è destinato a piegarsi. L’artrite scolpisce le giunture come fossero tronchi d’ulivo. Le dita perdono elasticità e si induriscono, uncini arrossati. Diventano di vetro. Pensi che si potrebbero spezzare da un momento all’altro, senza nemmeno dolore, quando il freddo è così freddo da congelare anche i rumori e ghiacciare le parole. Se poi all’acqua si aggiunge il salmastro, come sanno bene marinai e pescatori, le mani si fanno di carta vetrata come quelle immaginate da Jack London per Martin Eden: asciugate dal sale che, per strano paradosso, conserva e distrugge al contempo.

 

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La terra può tutto sul corpo dell’uomo perché è il cuore dell’Anima Mundi, dove gli elementi originano e si fondono. Anche il mondo dei robot non può dimenticare Gea, la Grande Madre. La terra può fare miracoli. Come quando trasforma i giganti neri del Togo in fantasmi ricoperti di bianco quando li vedi, come tanti Orzowei vestiti di stracci e stremati, uscire alla vita dopo 10 ore passate a scavare bauxite. La terra è bassa nella cruda saggezza contadina. O diventa «pesante» se la riscopri, come ha fatto Samantha Cristoforetti, dopo sette mesi a spasso nello spazio senza gravità. La terra entra nelle vertebre e chiede il sacrificio umano di una schiena ricurva, prostrata, tale e quale oggi come negli schizzi di Van Gogh sulle figure chine dei contadini del Brabante: è lo scambio ancestrale tra il nutrimento matrigno e la sopravvivenza, ma va oltre perché somatizza l’idea della sottomissione. Il corpo può ancora essere sagomato dalla fatica, parola pesante e cugina della terra, che oggi preferiamo camuffare con lo stress, vocabolo preso a prestito e assai più leggero nel senso. Crediamo di averla vinta, la fatica, magari a parole e magari con le macchine perché anche un trattore può rendere liberi. Vero. Ma spesso facciamo solo finta di non vederla nelle schiene ricurve, oggi come nei secoli dei secoli, degli immigrati a cui l’abbiamo appaltata.

 

LA LONGEVITÀ DEGLI ELEMENTI

In Piazza della Signoria a Firenze un dodecaedro annuncia la mostra La Botanica di Leonardo, che aprirà il 13 settembre. Il riferimento è ai poliedri che Leonardo disegnò per il De Divina Proportione di Luca Pacioli, riedito da Aboca. Ma le speculazioni sui legami tra solidi e natura sono già nel Timeo di Platone, in cui a ogni elemento corrisponde un poliedro: l’esaedro è la forma della Terra, il tetraedro del Fuoco, l’ottaedro dell’Aria e l’icosaedro dell’Acqua. E il dodecaedro fu utilizzato dalla divinità per decorare l’Universo.
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