Per tuffarsi dalle grandi altezze bisogna imparare ad allenare la paura. Tanto che, nel circuito di gare più pericoloso del mondo, si tifa per il rivale: la prima cosa che conta, qui, è non farsi male

Immaginate di scalare una scogliera rocciosa come un valente free climber e poi di gettarvi piroettando da quasi trenta metri in una jacuzzi smeraldina: follia per chiunque, ma non per i ragazzi delle Red Bull Cliff Diving World Series – il circus di tuffi dalle grandi altezze più pericoloso del mondo, con i maschi che saltano da oltre 27 metri e le donne da 22. La scalata fa parte della tappa d’esordio del 2019, organizzata nel paradiso di El Nido, nelle Filippine, ad aprile. La seconda tappa, a maggio, è una doccia ghiacciata nel vero senso del termine. Dai 27 gradi tropicali si passa alle acque gelide del porto turistico di Dublino, Dún Laoghaire: 14 gradi ventosi l’aria, 10 l’acqua.

Le sensazioni le trasmette la star femminile, Rhiannan Iffland. «Fa freddo: entrare in acqua a 85 chilometri all’ora è una rasoiata micidiale. Però almeno c’è spazio, a El Nido la scogliera era a pochi metri». Cresciuta nel New South Wales australiano, la ventottenne Rhiannan ha un passato da tuffatrice professionista da altezze “normali”, 3-10 metri, senza risultati di prestigio, e dopo il ritiro ha continuato sulle navi da crociera per intrattenere gli ospiti. È sorprendentemente esplosa all’esordio nelle Series nel 2015, e dal 2016 ha vinto tutto: tre titoli, ma anche due finali della Coppa del Mondo di tuffi dalle grandi altezze e la medaglia d’oro dai 20 metri ai Mondiali di nuoto di Budapest 2017. Eppure la paura è sempre con lei: «Quando salgo sulla piattaforma so che rischio – racconta – ma ogni tuffo è come superare una prova che mi rende migliore, vado oltre le mie paure». Rhiannan, come molti altri colleghi e colleghe, pur dedicandosi a una disciplina estrema è una persona per nulla scriteriata, al contrario.

Tutti i tuffatori del circuito si dannano l’anima per allenarsi, senza neanche la speranza di un gran tornaconto economico, visto che il gettone individuale è di 3mila dollari (più i premi) per tappa: c’è molto di spirituale in quello che fanno. «Ripenso alla mia prima volta dai 22 metri: come il primo bacio a un ragazzo», rivela, «guardando la piscina piccolissima dall’alto, mi chiedevo: lo vuoi davvero?». La risposta? Un gran tuffo. «È stato eccezionale, e ora non potrei farne a meno: è difficile raccontare cosa si prova, forse per questo è uno sport che si presta a essere ammirato dal vivo, ma anche in tv. Il tuffo dice tutto meglio di ogni parola».

Dal 2009, anno in cui il brand austriaco ha deciso di organizzare il primo circuito planetario, la gente ha risposto in maniera incredibile. Ogni anno la metà delle località scelte cambia, ma ce n’è una in Italia, in Puglia, che è un must, la più amata in assoluto. «Polignano è la mia tappa del cuore: l’anno scorso ho vinto il titolo in recupero. C’è un’atmosfera unica: 70mila spettatori che ci incitano tutti con una passione commovente. Me li porterò dentro per sempre», conclude Rhiannan.

 

La seconda tappa della Red Bull Cliff Diving World Series a Dublino, in Irlanda, a maggio

A Polignano ha vinto la sua (finora) sola prova delle Series anche Alessandro De Rose, unico tuffatore italiano dalle grandi altezze. Nel 2019, il ventisettenne calabrese corre solo le prime quattro tappe (su sette totali), e se farà bene otterrà l’ambito pass per entrare in maniera permanente nel circus. «Ho imparato che la paura si può allenare: non dico sia un’abitudine, sarebbe un errore, ma l’allenamento fisico e mentale ci spinge a infrangere limiti e barriere impensabili», spiega. Alessandro è ambizioso, vorrebbe emulare il suo idolo e grande amico, il brilliant brit Gary Hunt, dominatore delle Series da più o meno sempre, con sette trionfi in otto anni. Rhiannan, Alessandro e Gary si allenano tutta la settimana per 4-5 ore al giorno: la mattina in palestra, il pomeriggio in vasca. La cosa pazzesca è che non essendoci quasi piscine al mondo con piattaforme così alte, i tuffatori si allenano sulle singole sequenze – stacco, evoluzioni, ingresso – senza poter mai provare il tuffo completo: «L’aspetto mentale conta quanto quello fisico e tecnico: sulla piattaforma non pensi di essere a 27 metri di altezza ma a 10, anche perché l’ultima parte del tuffo è in caduta», osserva De Rose.

Un conto dirlo, un altro farlo, anche perché il volo dura 3 secondi infiniti e l’ingresso avviene a 90 chilometri all’ora. Il trentaquattrenne Gary Hunt è un veterano: è stato in tutte le 35 location in quattro continenti toccate dalle Series. I tuffi l’hanno rubato al circo: «Da bambino il mio sogno era diventare un clown», racconta, «e quando smetto, tra qualche anno, ci proverò». A vederlo non è un colosso, zero tatuaggi e modi gentili, quasi timidi: candidamente dice che il suo hobby è suonare il piano e il giardinaggio. Eppure da 10 anni è una leggenda: «Amo i tuffi e lotto per progredire ogni anno. Anche senza vittorie, verrei lo stesso per stare coi miei amici». È davvero così: nonostante Hunt sia un “cannibale”, lo amano tutti, ma il gioco è così spericolato che si tifa sempre il rivale nei momenti decisivi. «È una cosa unica», conferma il campione inglese, che vive da anni a Parigi con la fidanzata, che fa teatro. «Siamo un pugno di matti che rischiano la vita, veniamo qui da soli, senza coach, e ci vogliamo tutti bene perché la prima cosa che conta è non farsi male». Hunt, alla fine del 2017, ha rischiato grosso bloccandosi durante un avvitamento: «Mi sono perso in aria, ne ho fatto uno in più ed è stato terribile, ma l’ho superato e ora mi sento più forte», assicura. Anche se il rischio va accettato: «Una piccola mancanza di concentrazione fa la differenza. Ci alleniamo duramente per evitarlo, e infatti gli incidenti sono rari».

La speranza è poter gareggiare alle Olimpiadi “casalinghe” di Parigi, nel 2024: a spingere perché la disciplina venga accolta dal Cio c’è Greg Louganis, mitico tuffatore americano e plurimedagliato olimpico, attuale direttore tecnico delle Red Bull Series: «Tuffarsi da 27 metri?», confida, «Davvero qualcosa di mostruoso: questi ragazzi sono straordinari, meritano di andare alle Olimpiadi e lotterò perché questo accada presto». 

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