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Una montagna di muscoli inventati

IL 113 05.07.2019

Un Superman giocattolo

Il digitale ha permesso a molti attori di scivolare in parti prima impensabili per i limiti fisici. Adesso in post produzione si può fare qualsiasi cambiamento, ma sono ancora la bravura, il peso e l’esercizio a fare la differenza nelle interpretazioni

Sono identici, tranne che per alcuni particolari, per esempio, lo sguardo. Quello del più anziano è meno aperto, forse anche in difesa dal male subito (e inflitto). Henry Brogen (Will Smith), protagonista di Gemini Man di Ang Lee (a ottobre nei cinema), sta per chiudere la sua ditta di omicidi & co., senza aver smarrito il colore nero della chioma. Solo sulla tempia affiora una vena gonfia, indizio di preoccupazione, ansia, fatica, più evidente da quando qualcuno gli impedisce di concludere la sua carriera da killer professionista. Chi lo tallona si muove con agilità e previene le sue mosse, come se fosse dentro di lui. Ma è molto di più: è lui stesso ragazzo, un clone strafottente e irruente, un incubo inclassificabile. Almeno sul piano psicoanalitico, non più su quello della realizzazione cinematografica.

Ci sono voluti ventidue anni per arrivare a Gemini Man, progetto nato nel 1997 e passato per le mani di Tony Scott, Curtis Hanson e Joe Carnahan. La Disney, che allora lo cullava, aveva addirittura creato un protocollo segreto, in cui si studiavano complicati effetti visivi di ringiovanimento per quelli che sono stati, di volta in volta, i protagonisti in pectore, da Harrison Ford a Mel Gibson, da Clint Eastwood a Sean Connery. Quando nel 2017 Ang Lee ha preso in mano il copione, la post produzione aveva già fatto miracoli: il de-aging era già stato sperimentato con successo in film come Lo strano caso di Benjamin Button (2008), Tron: Legacy (2010), alcuni capitoli di Lo Hobbit (2013-2014) e di X-Men (Conflitto finale nel 2006 e Wolverine nel 2009).

Nel caso di Will Smith, classe 1969, attore, rapper e produttore (anche di Gemini), il lavoro da fare non è stato così incisivo, aiutato dal fisico asciutto e dalla preparazione tesaurizzata nel ruolo del pugile Muhammad Alì nel 2001. Smith è tornato al volto infantile Anni 90 di Willy, il principe di Bel-Air senza troppa angustia per Ang Lee, che nella sua carriera ha saputo sfruttare i progressi della tecnica per creare vite fantastiche e mondi paralleli, come in La tigre e il dragone (2001) e Vita di Pi (2013), rafforzando per altro la natura poetica del suo messaggio. Sono film che hanno fatto incetta di Oscar, come anche un’altra pellicola di Lee in cui gli effetti speciali c’entravano poco: I segreti di Brokeback Mountain (2005). Qui il potere del corpo è mostrato in tutta la sua fertilità terragna e istintiva in una relazione tra le persone dello stesso sesso. Il progresso della digitalizzazione a un certo punto ha fatto pensare che le fattezze – altezza, peso, tratti – non avrebbero inchiodato più nessun interprete, visto che a fine riprese si poteva creare al computer un’altra verità. Sono allora sembrati ingenui i tempi in cui Carlo Lizzani, adattando il romanzo di Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, si era dovuto battere per imporre Adolfo Consolini, discobolo olimpionico, nella parte di Corrado, detto Maciste, maniscalco antifascista. Un ruolo chiave che il venticinquenne Giuliano Montaldo sconsigliava di affidare a un attore non professionista. Lizzani però non solo volle la montagna di muscoli, ma gli affiancò Marcello Mastroianni, fino ad allora buono per le commedie, nel ruolo del sodale Ugo. Mastroianni diede prova di grande mimetismo, trasformandosi pian piano nell’attore duttile tanto amato da Fellini, condannato (dal corpo) al cliché di sciupafemmine che tanto odiava.

Senza il digitale sicuramente non si sarebbe potuto girare Un amore all’altezza, commedia romantica diretta da Laurent Tirard nel 2016, in cui Jean Dujardin comprime il suo metro e ottantadue di altezza in un metro e 45 per conquistare la svettante Virginie Efira, 1,75 (ma nella realtà sette centimetri più bassa di Dujardin). Non possiamo però dire che la pellicola sia passata alla storia.

I ritocchi sono necessari nei film supereroici, che danno ossigeno al botteghino, per attori che non hanno la prestanza di Sly o Schwarzy, come Michael Fassbender alias Erik Lehnsherr/Magneto in X-Men: Dark Phoenix, l’ultimo capitolo della saga dedicata ai mutanti dei fumetti Marvel, nelle sale da giugno. Fassbender difficilmente sarà ricordato come piegatore di metalli e controllore di campi magnetici, ma piuttosto per Hunger di Steve McQueen, in cui smagrì smisuratamente per diventare Bobby Sands, attivista politico dell’Ira, sfinito dallo sciopero della fame.

Sacrifici tangibili come quelli affrontati da Christian Bale in L’uomo senza sonno, 28 chili persi poi riacquistati per Batman Begins e American Hustle. Lo stesso era accaduto a Matthew McConaughey per rendere credibile la malattia del suo personaggio in Dallas Buyers Club, e già a Tom Hanks in Philadelphia. Recentemente Pier Francesco Favino ha guadagnato otto chili per interpretare la figura del pentito Tommaso Buscetta per Il traditore di Marco Bellocchio: voleva avere lo stesso respiro delle persone imponenti.

Nel nostro immaginario sono impresse la faccia estensibile di Jim Carrey in The Mask, le moìne di Robin Williams in Mrs Doubtfire, la decrepitezza di Tilda Swinton in Grand Budapest Hotel e la mascolinità di Glenn Close in Albert Nobbs. E anche l’immarcescibile fissità di due attori che rimangono sempre uguali a se stessi, Clint Eastwood e Frances McDormand, oggetto di sempiterna venerazione.

Così, a conti fatti, le magie del digitale nel mondo del cinema hanno cambiato, ma non addormentato, il peso del fattore-corpo. Un po’ come quando ci avevano annunciato che l’e-book avrebbe soppiantato il libro di carta. Non è successo. Il corpo è ancora vivo. Viva il corpo.

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