Appendice

Vecchia sciabola

IL 113 10.07.2019

«Nell’Antica Osteria Stella d’oro si respirava ancora il Buran, il vento che aveva soffiato da Est e portato fin lì un mondo lontano. I cimeli appesi alle pareti narravano la storia dell’invasione: lasciapassare ingialliti scritti in cirillico, una papakha di pelliccia e persino un pastrano». Un racconto inedito per lo speciale “Pagine d’albergo” di “IL”

Lydia aveva settantaquattro anni e un abito troppo pesante per il maggio tiepido di quella terra straniera, molle come il popolo che l’abitava: gli italiani. Le calze color carne sfregavano le cosce e trattenevano il calore. Con i piedi che pulsavano dentro le scarpe, avanzava lungo la strada che si inerpicava verso Villa di Verzegnis. Aveva congedato prima del tempo il tassista. Camminare, di solito, le infondeva coraggio.

I piumini dei pioppi erano batuffoli che andavano alla deriva nell’aria, così dolce da sentire sulla lingua lo zucchero di tigli e acacie. C’erano più alberi e arbusti, lì, di quanti Lydia ne avesse mai visti in tutta la vita trascorsa a San Pietroburgo.

Giunta in paese, rallentò fino a fermarsi. I decenni lo avevano di certo cambiato, ma qualcosa le diceva che, anche nel lontano autunno del 1944, non avrebbe mai potuto essere la capitale di un regno, né il centro della terra che Hitler aveva promesso al popolo di suo padre, la Kosakenland.

Scosse la testa. Era stato tutto un grande inganno. L’alleanza con i nazisti aveva fatto degli uomini della steppa i fanti del Male.

Lydia era nata tra quelle montagne, nell’aprile del 1945, pochi giorni prima che i cosacchi fossero obbligati a una ritirata disastrosa, per poi essere trucidati poco oltre il confine o essere mandati a finire i loro giorni nei gulag, se non avevano già scelto di morire annegati, da suicidi, nella Drava.

Frugò nella scollatura. Il medaglione con il ritratto del padre era caldo. Non aveva mai conosciuto quel cavaliere dai lunghi baffi, la schiena dritta e lo sguardo fiero, i calzoni larghi sugli stivali, il copricapo portato di lato e la šaška, la corta sciabola, poggiata sulle ginocchia. Di stanza a Villa di Verzegnis, nel comando cosacco guidato da Pëtr Nikolaevič Krasnov, grande Ataman del Don, suo padre era scomparso alla vigilia della grande disfatta. La madre di Lydia lo aveva cercato finché aveva potuto, ma poi era stata costretta a tornare con la figlia nell’Unione sovietica, da traditrice.

Di recente quel passato doloroso era tornato da Lydia sotto forma di una lettera che un italiano era riuscito a inviarle dopo anni di ricerche.

Alzò gli occhi sul luogo dell’appuntamento con quell’uomo. L’Antica Osteria Stella d’oro era stata l’unico albergo del posto, prima della guerra, una locanda che era anche stazione della posta. Quando l’Ataman era arrivato in quella terra con cavalieri, carovane di famiglie e venti cammelli al seguito, l’aveva scelta come dimora e sede del comando supremo. Vi aveva soggiornato per meno di un anno, prima di essere spazzato via assieme alla speranza di una patria.

Lydia entrò. Non era ancora ora di pranzo e non c’erano avventori.

Nell’ex albergo si respirava ancora il Buran, il vento che aveva soffiato da Est e portato fin lì un mondo lontano. I cimeli appesi alle pareti narravano la storia dell’invasione: lasciapassare ingialliti scritti in cirillico, una papakha di pelliccia e persino un pastrano.

L’oste accolse Lydia con un sorriso e qualche parola dal suono cantilenante.

Lei aprì la borsetta e posò la lettera sul bancone. Scandì bene il nome dell’uomo, il dito puntato forte sul foglio.

L’espressione dell’oste mutò. Lo vide annuire e indicare una stanzetta occupata da un focolare imponente.

Un anziano era seduto a un tavolino appartato. Attendeva lei.

Ormai sulla soglia dei novant’anni, era l’immagine del declino. Lydia se lo aspettava, ma si rese conto solo in quell’istante che la sua missione si preannunciava molto meno epica di quanto avesse immaginato.

Si presentò a lui con la fierezza di un popolo piegato, con il corpo di una donna che si augurava di poter essere, almeno per qualche minuto, un’amazzone.

Lui si alzò appoggiandosi al bastone e il corpo curvo scricchiolò. Occhi bruni affondarono in occhi di ghiaccio.

Un breve cenno e si avviarono verso l’uscita, braccio sotto braccio, aiutandosi a vicenda a scendere gli scalini di pietra.

Il giardino dell’uomo non era lontano, ci arrivarono dopo pochi metri di silenzio e affanno, la mano di lui posata su quella di lei.

Rose rampicanti adornavano la tomba segreta del padre di Lydia. Il vecchio se ne era preso cura, il prato era ben tenuto. Lydia apprezzò segretamente quella devozione rispettosa, testimonianza di uno spirito cavalleresco ormai estinto.

«Chiedo perdono», le disse l’uomo.

Lydia capiva la sua lingua. Sua madre aveva insistito perché studiasse l’italiano: la vendetta danzava con piccoli passi, sillabe stentate e visioni di sangue.

«Умри!», rispose.

L’anziano annuì con un sorriso lento. Chissà se aveva intuito che Lydia lo aveva invitato seccamente a morire. Sembrava quasi desiderarlo. Tutto in lui parlava di una profonda stanchezza. Non era forse quello il motivo per cui aveva confessato?

Il vecchio assassino arrancò fino all’ingresso della casa e tornò da lei con una sporta di plastica. All’interno, apparizione singolare tra vecchi scontrini, c’era una sciabola. Il cuore di Lydia la riconobbe con un fremito. Posò la borsetta e la prese tra le mani. Il peso di una vita scorreva sul suo filo.

Il pensiero fu naturale come il respiro che tornò a riempirle la gola: avrebbe ucciso quel vecchio con la šaška di suo padre.

Baciò l’elsa e si voltò, pronta a sferrare il colpo. L’uomo era seduto su una panca, il capo reclinato e il volto esangue. Morto.

Le braccia di Lydia si afflosciarono, come il suo intento. La vita era così teatrale, l’aveva fatta giungere fin lì per nulla.

Un borbottio fece improvvisamente sussultare il corpo del vecchio: non era morto, stava russando. A Lydia parve chiara la caducità dell’esistenza umana, l’inutilità di una vendetta quando è la vita stessa a togliere ogni giorno qualcosa in più.

Sedette accanto a lui, ripose la šaška nella borsa. Da quella posizione, le finestre della Stella d’Oro sembravano guardarla, ma erano occhi spenti. C’era un tempo per tutto, e quello dell’odio era scemato. Prese la lettera. In quelle righe, l’uomo giurava di aver conosciuto suo padre. Giurava di averlo ucciso per necessità e di averlo sepolto nel proprio giardino, a pochi passi dall’albergo che era stato la casa del cosacco.

Lydia era arrivata fin lì per lui, nel cuore l’astio di una bambina che aveva dovuto attraversare le miserie del regime senza la protezione di un padre.

Strappò il foglio che aveva accolto le sue lacrime e la sua rabbia e fu come liberarsene.

Il nemico era solo un vecchio, ormai, e le faceva quasi tenerezza.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli. Il suo romanzo d’esordio, Fiori sopra l’inferno (Longanesi, 2018) è stato un caso editoriale e i suoi diritti di traduzione sono stati venduti in moltissimi Paesi. È appena uscito il suo secondo libro, Ninfa dormiente, sempre per Longanesi.
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