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Brad cerca se stesso nello Spazio

IL 114 29.08.2019

Brad Pitt in "Ad Astra" di James Gray

Molti divi bellocci si danno alla fantascienza, meglio se filmata da un Grande Autore: ora è il turno di Pitt in “Ad Astra”, in anteprima a Venezia, al cinema dal 26 settembre

Federico Fellini da grande sognava di fare l’aggettivo: c’è riuscito. A Brad Pitt son bastati nome e cognome. «Non sei mica Brad Pitt», si sente ancora dire in giro, laddove le ultime due parole stanno a significare una cosa sola: “il più bello del mondo”. Non è detto che sia un vantaggio, anzi. Da quando l’antonomasia è stata codificata – possiamo tenere per buona la scena a torso nudo con il phon impugnato a mo’ di pistola in Thelma & Louise – per lui la strada è stata in salita. Brad Pitt ha sempre dovuto dimostrare di essere qualcosa di più di Brad Pitt.

Ora arriva l’ultimo stadio, nel lungo percorso verso l’annullamento di Brad Pitt da parte di Brad Pitt medesimo. No, non è C’era una volta a… Hollywood (nelle sale dal 19 settembre). Lì, se mai, Brad scompare solo perché si mimetizza nel fighismo generale: del regista Quentin Tarantino, dei colleghi Leonardo DiCaprio e Margot Robbie, della Hollywood sixties liberamente reinterpretata tra cinefilia di serie A e B. No, l’ultimo stadio è la fantascienza filosofica. Chissà perché succede a molti divi considerati bellocci: lo spazio, meglio se filmato da un Grande Autore, è l’ultima frontiera in cui farsi prendere sul serio. È successo a George Clooney (Gravity di Alfonso Cuarón), Matthew McConaughey (Interstellar di Christopher Nolan), Ryan Gosling (First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle), ora ci prova pure Pitt a perdersi dentro navicelle esistenzialiste in Ad Astra (presentato a Venezia, nelle sale dal 26 settembre). La firma è una garanzia, cioè James Gray, autore di splendide ballate metropolitane (Little Odessa, I padroni della notte, Two Lovers) che si butta nel blockbusterone: anche per i registi scoperti e amati dai festival la sci-fi è la consacrazione intellettuale. Difatti in questi titoli non ci sono mica testosteroniche conquiste delle galassie: c’è, principalmente, la ricerca di se stessi. Nel caso di Brad versione astronauta, pure del padre (Tommy Lee Jones) perduto tra le stelle molti anni addietro.

Brad che cerca se stesso pare quasi un’autofiction. Chissà se i pochi ruoli d’attore attestati negli ultimi anni (l’incompreso Allied – Un’ombra nascosta, l’inutile War Machine) hanno coinciso col terremotatissimo divorzio da Angelina: era un alcolizzato! picchiava i figli! (così sulle carte). Certo Pitt ha lavorato di più come produttore, e da produttore ha vinto l’unico Oscar della sua carriera (12 anni schiavo di Steve McQueen). Si è ritagliato negli anni un ruolo nell’ombra, come nell’ombra sono sempre stati i suoi progetti di architettura ecosostenibile e i vini rosé prodotti in Provenza. La scena pubblica era stata fin troppo fagocitata dalle sue donne, su cui eternamente riplasmava anche la propria immagine: il caschetto biondo come Gwyneth Paltrow, le onde mosse come Jennifer Aniston. La faccia e la facciata erano state divorate dall’essere Brad Pitt. Aver condiviso il cinquanta per cento delle azioni della coppia più bella del mondo (l’altra quota societaria era di Jolie) non ha aiutato, insieme ai tantissimi fotogenicissimi figli, e le cause umanitarie, e gli aerei, e i castelli. Noi rimpiangiamo tutto ciò: perché, in quel momento, Brad Pitt era Brad Pitt. Lui, con tutta probabilità, voleva invece già stare altrove. Nello spazio. Lì, in fondo, i canoni estetici saranno diversi. Lì nessuno ti può dire «Non sei mica Brad Pitt». Sai che sollievo.

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