Intervista con Jacopo Foggini, designer che crea a mano oggetti e arredi fantastici a partire solamente da resine termoplastiche: «Non puoi progettare qualcosa se non conosci appieno il materiale: bisogna capirlo per superarne i limiti»

«È un materiale che ha cambiato il nostro secolo», riflette Jacopo Foggini, artista e designer toscano che ha costruito la sua creatività, il suo lavoro, la sua carriera su un’unica base: la plastica. Metacrilato e policarbonato per essere più precisi: «Il primo più fragile ma più trasparente, con una più alta trasmittanza della luce, il secondo più elastico e solido». Foggini viene da una famiglia fiorentina attiva nel campo delle materie plastiche: «In azienda si trasformavano granuli in cruscotti, maniglie, fari, frecce», ricorda. È qui che impara a conoscere il metacrilato, una resina termoplastica usata spesso per produrre i catarifrangenti delle auto. E a usarlo: debuttando nel 1997 con un’installazione nello spazio di Romeo Gigli. Il cosiddetto vetro sintetico pesa un terzo di quello vero e ha una maggiore stabilità agli sbalzi di temperatura (nasce come materiale per l’esterno): «Negli Usa ci sono precise leggi secondo le quali il vetro è pericoloso per le grandi installazioni, come imponenti chandelier. Quindi sono tutti preparati, i proprietari dei casinò per esempio. Tanto più che il policarbonato è autoestinguente in caso di incendio».

In un momento storico in cui la plastica sembra essere il nemico numero uno, Foggini fa le dovute distinzioni: «Stiamo parlando di materiali completamente riciclabili. Il mio fornitore a Varese recupera la materia base da varie fonti come vecchi giocattoli. È un derivato del petrolio che si può riutilizzare decine di anni. Inoltre, tutti i miei scarti di produzione vengono riportati al produttore».

Vasi J. Jungle

Anche se la plastica è sinonimo di industrializzazione spinta, il lavoro di Foggini è artigianale, artistico quasi: «Attraverso un macchinario con estrusori modificati che ho inventato io, creo filamenti a 200-280° C che poi modello a mano. Ci sono pochi secondi per manovrare questo materiale, toccandolo il meno possibile». Il risultato sono anemoni colorati, meduse in fibra plastica, lampadari giganti formati da centinaia di pezzi, globi e sculture dalle pareti intrecciate, tutte scenografiche, soprattutto quando arriva la luce ad attraversarle. E la collezione per Edra, l’unica azienda con cui collabora, toscana come lui, e a cui dedica metà della sua produzione (il resto va in negozi, musei, gallerie, alberghi, aerei privati).

I suoi tavolini Cicladi sono ora nella sala di Druso nel palazzo del Quirinale, selezionati tra le 68 opere d’arte e di design che sono andate ad “aggiornare” la residenza del presidente della repubblica nell’ambito dell’iniziativa Quirinale Contemporaneo. Le sue sedie Gina hanno arredato Casa Italia alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro. «Massimo Morozzi (art director di Edra dal 1996 al 2001, ndr) mi ha “acquisito”», racconta: «Lo considero tra i fondatori del design italiano, in un’epoca in cui era importante il gesto, non la forma. In cui gambe e piedini quasi non erano disegnati. Edra ancora oggi lascia i progettisti liberi di pensare e di realizzare. Purtroppo vedo che molte aziende di design non hanno la forza dei progetti del passato. C’è meno ricerca. Non è più possibile fare cose troppo complicate: costano troppo. Certo se un tavolo costa come una camicetta di Celine che ti metti tre volte all’anno, te lo tieni e basta».

Jacopo Foggini

Giovanni Gastel

Uno degli ultimi lavori di Foggini è stata, durante l’ultimo Salone del Mobile, l’installazione Con tatto nel negozio di Vitale Barberis Canonico a Milano, realizzata in collaborazione con l’architetto bolzanino Hannes Peer: un percorso tra i tessuti pregiati dell’antico lanificio e i suoi pezzi unici cromatici, con una parete vetrata puntellata dalla nuova collezione di vasi J. Jungle: «Ci ho messo anni per trovare la semplicità per realizzarli. È il massimo della gadgettizzazione del mio lavoro: pesano 7-8 chilogrammi l’uno. Non farò mai niente di più piccolo. In tutti questi anni sono riuscito a rendere prezioso questo materiale: sarebbe un errore scivolare nell’oggettistica».

La passione monomaterica non è un’ossessione ma una forma di coerenza interiore. Lo confessa Foggini stesso: «Non puoi progettare qualcosa se non conosci appieno il materiale: bisogna capirlo per inventare nuove cose. Ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere consiglio sempre di diventare apprendisti nella bottega di un falegname, di un fabbro. E poi di collaborare. Ettore Sottsass ha aperto per volti versi la strada. Mescolare le prospettive è l’unico modo per superare i limiti. Per questo lavorerò ancora insieme ad Hannes Peer, per esempio. O con Edoardo Tresoldi: c’è l’idea di una cattedrale di policarbonato formata da centinaia di bacchette al vento. E poi ho cominciato a sperimentare con i materiali translucidi. L’orizzonte è infinito». Anche quello della plastica.

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