Appendice

Hotel Coypu

IL 113 02.08.2019

«Non ci credo, ma mia figlia è così spaventata che per cautela apro solo di un dito. Dallo spiraglio lo vedo, è davvero lì, esattamente davanti alla nostra porta». Un racconto inedito per lo speciale “Pagine d’albergo” di “IL”

Mia figlia lancia uno strillo di terrore, rientra in camera sbattendo la porta, il mio cuore manca un colpo, strillo anch’io:

«Ma cosa…?».

«C’è un topo enorme!».

Le trema la voce.

«Ma quale topo, amore, figurati».

Non ci credo, ma mia figlia è così spaventata che per cautela apro solo di un dito. Dallo spiraglio lo vedo, è davvero lì, esattamente davanti alla nostra porta, eretto sulle zampe posteriori, quelle anteriori a mezza altezza come in paziente attesa di una nocciolina, una lucertola, un pezzo di groviera, cosa diamine mangiano i topi? Gli vibrano i baffi, gli occhietti orribilmente rossi mi scrutano perplessi. Di taglia in effetti è enorme, ha le dimensioni di un gatto. Anch’io richiudo la porta sbattendola, è una reazione automatica, sono la paura e la repulsione.

«Ossignùr», dico.

Guardo mia figlia, lei guarda me sgomenta, e non mi viene altro da dire.

«Ossignùr», ripeto, ed è la solita storia del provinciale all’estero: quando sei in difficoltà torni nel piccolo delle tue radici.

«Chiama la reception, no?», dice invece lei, quindici anni, la lucidità in persona, non un cinquantaseienne confuso come me.

«E che gli dico?».

«Papi, che gli dici? Che ci mandino su la disinfestazione, i pompieri, la polizia».

Mi viene da ridere e anche mia figlia viene contagiata. Sarà il nervoso, sarà l’assurdità della situazione: siamo a New York, al Park Hotel, l’ingresso dell’albergo è sulla 59esima ovest, è la nostra prima visita nella città americana, abbiamo scelto un albergo che si affaccia sull’unico luogo che dalla profonda provincia di Pavia ci sembrava di conoscere davvero, rassicurante nell’eleganza costosa che ci era sembrato di scorgere in dozzine di film e serie tv, insomma Central Park, l’hotel è a quattro stelle, bastevolmente lussuoso, notevolmente caro, e ci ritroviamo con un topo in corridoio? «Your room is at the 47th floor», ci ha detto la receptionist quando ci ha consegnato il tesserino apriporta magnetizzato, condiscendente, consapevole che ci stava assai compiacendo omaggiandoci di una camera in cima al grattacielo così da consentire, a noi italiani palesemente per la prima volta qui, di scattare foto spettacolari e vantarci con i parenti rimasti al paese.

Il quadro non è esattamente questo anche se le foto in effetti le abbiamo fatte e dalla finestra si gode un panorama grandioso, perlomeno quando non ci sono nuvole alla nostra altezza. Riassumendo: l’hotel è di lusso, siamo a un piano di altezza vertiginosa, conviene che riformuli la domanda: come può esserci un topo in corridoio? Chiamo la reception e denuncio la presenza di un enormous rat fuori dalla mia porta.

«Oh my god! Oh my god! Oh my god!».

Sembra che la receptionist non sappia dire altro, sbalordita, con le palme delle mani premute sulle guance nella mimica di, appunto, uno sbalordimento totale. Con lei c’è un membro della security, l’atrio e l’uscita posteriore dell’hotel sono presidiati da una mezza dozzina di queste guardie in divisa, con pistola nella fondina, e questa guardia in particolare, salita al nostro piano, sta accarezzando la summenzionata fondina mentre, di un passo fuori dalla porta, con mia figlia che si nasconde dietro di me, io mi chiedo oziosamente se intenda risolvere sparando all’animale. L’enorme topo. Che, solo vagamente infastidito dalla receptionist che ancora bercia «Oh my god!», si è allontanato di una decina di metri con passo da pigra scampagnata. L’uomo della security estrae un walkie-talkie anziché l’arma e bercia pure lui chissà cosa, tutto il mio inglese l’ho imparato in un liceo scientifico di Vigevano, cosa volete che capisca? A forza di berciare le camere sul corridoio si aprono di uno spiraglio, prima una, poi tre, poi cinque, i clienti richiamati dal chiasso mettono la testa fuori e subito richiudono sbattendo, stessa reazione del sottoscritto e della figlia, saranno terrorizzati e disgustati dall’enormous rat oppure verranno dal pavese pure loro? Poi una porta invece si spalanca e ne esce questo: un uomo, ispanico, intorno ai quarant’anni, che indossa un completo gessato con la giacca sbottonata portata sulla pelle, un marcantonio con gli incisivi superiori d’oro, che non calza scarpe ma ciabatte di pelo a fascia, giallo canarino.

«Sylvie!», bercia pure lui o almeno mi pare, Sylvie come Sylvie Vartan, nome proprio femminile francese, e sono molto sorpreso di notare che si sta rivolgendo al topo. Il quale, incredibilmente, o forse solo per caso, dà segno di riconoscere il richiamo dell’uomo perché gira svogliatamente il muso verso di lui.

«Sylvie!», ripete l’ispanico, poi si avvicina accorato alla bestiola con un guinzaglio che ha l’aria di essere di Gucci e lo aggancia al topo Sylvie, che, ce ne avvediamo solo ora, sgomenti tutti quanti, porta un sottile collare che ha l’aria d’essere d’oro. Poi l’uomo, sorridendo, prende l’animale in braccio, le stampa un bacio tra le orecchie (assumiamo che sia di genere femminile, dato il nome), le fa un lezioso solletichino sulla schiena ammannendole sottovoce un discorsetto intimo in spagnolo, poi sorride anche noi. Mi pare di capire che ci stia dicendo che il topo Silvia è sfuggito al suo controllo mentre faceva la doccia, aveva lasciato la porta socchiusa perché gli dovevano servire il pranzo in camera. A proposito, dov’è il suo pranzo? Ma se sono le quattro e mezza, mi verrebbe da chiedergli, magari in dialetto: quale pranzo? Invece è mia figlia che chiede a me, in italiano, sottovoce, ma non abbastanza:

«Ma papi, questo qui invece di un cane porta in giro un topo? Anzi un ratto, a dire il vero».

«Esto no es un ratón!», sbotta l’ispanico, offesissimo. «This is a coypu!».

«A coypu?», chiedo, guardando ora l’uomo della security ora la receptionist, che mi restituiscono il mio stesso sguardo interrogativo. Mia figlia e il suo senso pratico invece digitano sul telefono a tutto spiano.

«Coypu. Vuol dire nutria, papi», sussurra.

Ah beh, allora cambia tutto. Una nutria. Le abbiamo anche noi a Pavia sul lungoticino.

«It’s New York», sospira la receptionist, allargando le braccia. E chissà: forse il teatrino con la nutria è compreso nel pacchetto-ospitalità per tutti gli italiani, insieme all’happy hour al mezzanino e le nuvole intorno alla vertiginosa stanza del 47esimo piano.

Piersandro Pallavicini è docente di Chimica all’Università di Pavia, dove coordina anche il Dottorato in Scienze chimiche, farmaceutiche e Innovazione industriale. Ha scritto molti racconti e una decina di romanzi. Il più recente è Nel giardino delle scrittrici nude (Feltrinelli, 2019).
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