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In Europa, ancora all’ombra di un Muro

IL 113 01.08.2019

Lo storico di Free Derry Corner, nella città di Derry

In Irlanda del Nord le barriere che da 50 anni dividono protestanti e cattolici potrebbero intrecciarsi con quelle costruite dalla Brexit

Raramente i muri compaiono tra le prime immagini che affiorano alla mente quando si pensa alla pace. Eppure, in Irlanda del Nord, le peace lines, cioè i “muri della pace” sorti all’inizio dei Troubles (i disordini esplosi nell’agosto 1969) per separare le comunità cattoliche e protestanti in lotta, sono diventate un’attrazione turistica grazie alle opere di alcuni artisti che hanno ritratto i simboli della nazione, quei pochi in grado di unire le due fazioni, come la leggenda del calcio George Best e il romanziere C. S. Lewis, inventore di Narnia.

Diversamente dai resti del Muro di Berlino, le peace lines dovrebbero venire rimosse nel 2023. Nel frattempo, a mezzo secolo dalla loro costruzione, condividono la sorte con i resti delle fortificazioni della Germania Est: nelle città di Belfast, Derry, Portadown e Lurgan, molti visitatori si fanno scarrozzare dai taxi neri nel cuore dell’Irlanda del Nord a caccia di scatti fotografici di un pezzo di storia, in cemento e lamiera, che sembrava, appunto, storia, cioè passato. Ma così non è.

I “muri della pace” sopravvivono. E rivivono, anche grazie alla Brexit. Che, come ha fatto con il resto del Regno Unito, sta distogliendo lo sguardo dell’Irlanda del Nord dai problemi interni alla sua società. Sono passati 50 anni dai Troubles e 21 dalla firma dell’Accordo del Venerdì santo, che ha ripristinato il Parlamento nordirlandese e messo la parola fine alle pretese di Dublino sulle sei contee dell’Ulster. È una complessa quanto fragile architettura istituzionale, figlia di due capisaldi, la condivisione dei poteri fra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande. Quelle ferite, però, non sono sanate. La Brexit – l’abbiamo capito – è una questione di confini e di controllo di confini che tornano ad alzarsi. C’è la frontiera tra le Irlande che è pian piano svanita con l’abolizione dei controlli doganali, l’ingresso del Regno Unito nella Comunità europea e il processo di pace che ha portato alla rimozione dei checkpoint armati su una delle frontiere più sensibili dell’Occidente. A tal punto che per capire se ci si trova nella Repubblica d’Irlanda o in Irlanda del Nord si può far riferimento soltanto alla segnaletica stradale e alle bandiere che sventolano sui balconi.

 

Il murale repubblicano con Bobby Sands, Winifred Carney e Wolfe Tone (Antrim Road, Belfast)

Ci sono, però, anche i “muri della pace”, che si stanno immaginariamente alzando di nuovo nonostante manchino – dovrebbero mancare – solo quattro anni alla rimozione. Tutta colpa della crisi politica nordirlandese che riflette la perduta fiducia tra le comunità della nazione. Non sono bastati un grosso scandalo politico e un ricambio che ha portato in Irlanda del Nord, per la prima volta, una nuova generazione di leader (in buona parte donne) senza un passato di lotta armata. Non sono bastati neppure anni di pace favorita dalla crescita economica.

Il cosiddetto Parlamento di Stormont, l’assemblea nordirlandese, è chiuso da gennaio 2017, fermo a causa della mancanza di un’intesa tra unionisti e repubblicani, cioè le due parti che avevano firmato gli accordi di pace. Sono riemersi gruppi di irriducibili, come la Nuova Ira, che ha ammesso la responsabilità per la morte della giornalista Lyra McKee lo scorso aprile. E il timore della direct rule, cioè del governo diretto di Londra, non fa che alimentare le divisioni politiche e sociali. Con il paradosso che mentre a Belfast non si trovano le basi per formare un governo, gli unionisti a Londra sono (da dopo le elezioni del giugno 2017) la fondamentale stampella su cui si regge, e neppure troppo stabilmente, la maggioranza dei conservatori. La Brexit ha fatto riemergere la frammentazione della società nordirlandese. Per capirlo, serve guardare all’interno di quel 56% degli elettori che nel referendum del 2016 votò per la permanenza nell’Unione europea: l’85% dei cattolici ha votato “Remain” come soltanto il 40% dei protestanti, riflettendo le divisioni tra i due partiti di governo, Dup e Sinn Féin, che dal 2017 non trovano l’intensa sull’esecutivo, gettando l’Irlanda del Nord in pasto a Londra nei negoziati per la Brexit. Un rischio enorme per una nazione ancora divisa, a forza di “muri della pace”, tra chi è fedele alla Corona e chi sogna l’Irlanda unita.  

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