Dopo la prima stagione ambientata tra i ghiacci dell’esplorazione artica ottocentesca, la seconda tappa della serie che fonde la storia con il soprannaturale prende il via dall’internamento dei giapponesi-americani nei campi di prigionia dopo l’attacco di Pear Harbour nel 1941. Dal 16 agosto su Amazon Prime Video

Torna The Terror per una inquietante seconda stagione, prodotta da Amc e disponibile su Amazon Prime Video dal 16 agosto. Una sorpresa, per molti versi, che va oltre la natura antologica della serie. Le prime dieci puntate, andate in onda nella primavera dello scorso anno, avevano infatti percorso l’intero arco narrativo del libro di Dan Simmons da cui erano state tratte: The Terror, appunto. Racconto romanzato della spedizione storica del capitano della marina militare britannica John Franklin che tra il 1845-48 esplorò l’arcipelago del Canada Artico alla ricerca del mitico passaggio a Nord-Ovest al comando di due navi da guerra modificate per l’esplorazione tra i ghiacci (avevano entrambe un motore a vapore): la Erebus e la Terror, comandata da Francis Crozier, vero protagonista della serie, interpretato da Jared Harris, già visto in The Expanse e The Crown e ora consacrato da Chernobyl.

Nessuno fece mai ritorno. Spedizioni successive accertarono che entrambi i velieri rimasero intrappolati nella banchisa nei pressi dell’Isola di re Guglielmo e gli equipaggi perirono nel tentativo di mettersi in salvo a piedi. Tra malattie, follia, disperazione, freddo ed episodi di cannibalismo. Uno scenario estremo che Dan Simmons immagina piagato pure da una presenza soprannaturale. Che la serie rende bene, esteticamente e nella grandiosa recitazione dei protagonisti. Se nomen omen deve essere, allora sia: The Terror diventa il racconto del viaggio da incubo verso la salvezza (in italiano il romanzo è La scomparsa dell’Erebus). E marchia la ricetta dell’unione tra storia e fantasy che tiene ancora più alta la tensione, giustifica una serie antologica, e serve a segnare il confine oltre il quale il passo dell’uomo è hybris.

Un territorio che Simmons conosce bene, visto che la sua scrittura curata e colta ha esplorato molti mondi diversi come nel suo magnificente ciclo dei Canti di Hyperion (Hyperion, 1989; La caduta di Hyperion, 1990; Endymion, 1996; Il risveglio di Endymion, 1997; Gli orfani di Helix, raccolto in Universi lontani, a cura di Robert Silverberg), punto fermo della fantascienza pre-internet che tuttavia ne immagina le conseguenze. E potrebbe pure essere la prossima grande serie tv, ora che Game of Thrones è finito, con il vantaggio di avere pure il finale già scritto.

Il terrore per gli esploratori artici di The Terror arriva dopo un contatto non proprio amichevole con il popolo Inuit che percorre da sempre quelle terre inospitali. Gente antica, con la sua antica riserva di spiriti con i quali vive in armonia nella natura. Entità che diventano pericolose, incontrollabili, se l’equilibrio viene rotto. Un classico dell’invasore bianco. Nonché un particolare che unisce la prima e la seconda stagione, insieme all’ambientazione storica e alla produzione, firmata da Ridley Scott, tra gli altri, anche questa volta.

La nuova tappa The Terror: Infamy si inserisce durante la Seconda Guerra Mondiale e prende il via dal fenomeno storico dell’internamento dei giapponesi-americani in «campi di reinsediamento del periodo di guerra» sul territorio Usa dopo l’attacco a sorpresa a Pear Harbour da parte dell’impero giapponese nel dicembre 1941, il «day of infamy» secondo la definizione di Franklin Delano Roosevelt. Dal 1942 al 1945 si stima che più di 145mila giapponesi-americani e giapponesi-canadesi siano stati obbligati a lasciare le loro case e poi deportati in campi di prigionia dai governi dei Paesi di cui erano cittadini, solo per via delle loro origini, della provenienza dei loro antenati. Un’ingiustizia riconosciuta ufficialmente dal governo degli Stati Uniti solo negli anni 80.

La storia di The Terror: Infamy segue le misteriose morti all’interno di uno di questi campi, dove è stata deportata la comunità giapponese di Terminal Island, nella contea di Los Angeles, in California, una delle prime a essere internata. La stagione racconta di Chester Nakayama, della sua famiglia e dei loro amici, che si ritrovano ad affrontare la persecuzione americana e a combattere contro uno spirito, forse un bakemono, un mutaforma appartenente al folklore giapponese, legato al mondo dei morti.

«Non ho mai creduto in quella vecchia roba», confessa il protagonista (l’attore Derek Mio) all’anziano Yamato-san, interpretato da George Takei, l’indimenticato timoniere Hikaru Sulu dell’Uss Enterprise nella serie tv Star Trek. Takei, un americano di ascendenze giapponesi nato a Los Angeles nel 1937 fu mandato con la famiglia nel 1942 nel campo di internamento per giapponesi-americani di Rohwer in Arkansas e poi nel Tule Lake War Relocation Center in California. Una presenza importante, la sua, come testimonia anche la ricerca, da parte della produzione, di un cast principale interamente formato da asiatici di seconda (o più) generazione. Per «responsabilità», ha dichiarato Alexander Woo, showrunner della serie con Max Borenstein. Per accuratezza, come già la prima stagione ci ha mostrato. E per dare concretezza anche nella recitazione al peso delle radici, della tradizione. Il personaggio di George Takei risponde al protagonista così: «Dovunque tu vada, ti segue».

Chiudi