Rileggiamoli d’estate. Dall’archivio di IL / Un bel romanzo-non-romanzo con cui viaggiare dal lago Bajkal alle Hawaii e da Detroit alle Svalbard per trovare quella risposta che ci aspetta a casa

«Staccate le ruote da terra, il piccolo aereo piegò dolcemente verso Sud, lasciandosi il villaggio sotto le ali e puntando dritto verso un bagliore che graziava l’orizzonte. Gli uomini del Nord dicono che questa luce non sia né cane né lupo, perché il buio dell’inverno è passato, ma ci vorrà ancora tempo perché il sole riesca ad alzarsi sull’orizzonte».

Un libro-lupo, Gli immortali. È la storia di un viaggio guidato dalla luce di un significato da comprendere e da trovare, come accade in tutti i romanzi che si rispettino. Però non è un romanzo on the road, altrimenti sarebbe un romanzo-cane, invece per fortuna è tutto il contrario: qui ci sono luce ferma, inquadrature a fuoco, scrittura curata, pagine affascinanti, nessuna manierata poetica del finestrino e una storia vastissima, imperlata di descrizioni baciate da veri bagliori di sintesi lirica. Tuttavia è un romanzo-non-romanzo che si muove, non solo avanti e indietro (nello spazio e nel tempo) ma anche sopra e sotto (terra). L’innesco è un antefatto: anni fa, sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, una donna lesse la mano all’autore. Il vaticinio, crudamente telegrafico, fu: «Viaggerai molto, avrai tre figli e morirai prima di compiere quarantacinque anni». Ad Alberto Giuliani sembrò il colpo di scena finale di un film scadente, eppure, proprio perché la vita procede a balzi tra appuntamenti rinviati e imprevedibilità equestre, anni dopo, in India, sulle rive del fiume Yamuna presso Vrindavan, si ritroverà ad ascoltare le parole di un bramino che gli confermeranno quella predizione. Così, infilato un equilibrante anello di zaffiro giallo, Giuliani parte, si mette in viaggio, e percorre in lungo e in largo la geografia alla ricerca del senso della storia – la storia della vita –, scrivendo i capitoli-tappa di questo atlante della sfida umana per eccellenza: vincere sulla morte.

Alberto Giuliani

La partenza è dal vulcano Mauna Loa, isole Hawaii, sul quale sei membri di una missione spaziale della NASA, chiusi in uno spazio circolare dal diametro di undici metri, studiano le condizioni della colonizzazione di Marte («Su Marte arriveremo come naufraghi, perché non potremo portare nulla di personale che non entri in un taschino. Ogni singolo grammo di materia viaggerà per 56 milioni di chilometri. Porteremo solo noi stessi e sarà già un miracolo»). Da lì si andrà a Detroit, presso la sede del Cryonics Institute, la sala d’aspetto dell’eternità, luogo sinistramente ovattato in cui la gente si mette in lista per farsi conservare, dopo la morte, in glaciali botti-sarcofago in grado di contenere fino a quattro corpi e quattro teste (c’è chi decide di far crioconservare solo la testa, «poi si vedrà su cosa trapiantarla», l’importante è agire in fretta perché la morte viaggia dentro di noi con la velocità di due millimetri all’ora e la può fermare solo il freddo). Non meno spaesati contempleremo l’underground line di Xpoint, South Dakota, l’arca abitativa che salverà la specie umana coi suoi 575 bunker nei quali la gente già oggi passa i fine-settimana come una volta si facevano le gite fuoriporta, nella sinistra certezza che «la Terra è un puntino al centro di un poligono di tiro e prima o poi qualcosa ci colpirà». Ci spingeremo fino al villaggio di Ny-Ålesund, isole Svalbard, luogo forse inospitale per i morti (una legge proibisce di essere sepolti qui, i corpi non si decompongono) ma ideale per i vivi che vogliano studiare i cambiamenti del clima. Infine ci intrufoleremo nell’Università di Osaka per ascoltare il rumore della vita di Erica, umanoide-femmina collegato a un computer da un fascio di cavi: la vita sarà il ronzio sommesso di un motore perché «l’essere umano è un animale con la tecnologia, ecco la differenza con la scimmia», come ci rivelerà il professor Ishiguro, ricercatore che manda in giro a tener conferenze per il mondo un gemello androide di nome Geminoid.

E dopo le montagne russe, dopo il su e giù geo-filosofico tra archivi genetici cinesi, chiostri che sanno di infinito e un sospetto di sfratto esecutivo di Dio dal significato della nostra esistenza, una sola certezza: il viaggio è perpetuo, ma viene sempre il giorno in cui la valigia non serve. Perché l’unica risposta ci aspetta a casa.

Alberto Giuliani

Gli immortali. Storie dal mondo che verrà

Il Saggiatore 2019
208 pagine
19 euro

Questo articolo è stato pubblicato su IL numero 112, in edicola dal 31 maggio 2019

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