Arriva la seconda stagione della serie capitanata da David Fincher. Su Netflix dal 16 agosto. L’azione si sposta ad Atlanta. E la procedura di interrogazione dei serial killer per indagare altri omicidi viene testata sulla star della categoria: Charles Manson

Avevamo lasciato gli agenti dell’Fbi Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) divisi e confusi. Il metodo che hanno messo a punto insieme alla psicologa Wendy Carr (Anna Torv) di interrogare assassini seriali già detenuti per indagare altri omicidi ha portato alla risoluzione di alcuni casi, a vicoli ciechi, a storie minori concluse con qualche lavata di capo, a un’indagine interna. Ford ha appena avuto un attacco di panico dopo che il serial killer Ed Kemper avrebbe potuto ucciderlo, ma non lo ha fatto. La sua fidanzata lo ha lasciato. Il tizio inquietante di Park City, Kansas, che appare in molti episodi – e di cui si sa solo che lavora per l’azienda Adt – è intento a bruciare disegni osceni. Sipario sulla prima stagione di Mindhunter, quasi due anni fa.

Dal 16 agosto Netflix rende disponibile la seconda stagione. A timonare la serie creata da Joe Penhall – e ispirata al libro Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit scritto sulla base della propria esperienza personale dall’ex agente John E. Douglas (sul quale è modellato il personaggio di Ford) con Mark Olshaker – c’è sempre David Fincher, che produce (con, tra gli altri, Charlize Theron) e dirige alcuni episodi come aveva fatto nella prima stagione. Era stato lui a indicare il sentiero che avrebbero seguito le nuove puntate: «Guarderemo agli omicidi di Atlanta, quindi avremo molta più musica afro-americana», aveva detto. E Atlanta è stata.

Tra il 1979 e il 1981 almeno 28 persone tra bambini, adolescenti e adulti vennero uccisi nell’area della capitale della Georgia. La cronaca su cui indagano i protagonisti fittizi di Mindhunter è vera. Come pure i serial killer che incontrano. E le auto e l’estetica degli anni 70, ricostruita con accuratezza. In tempi di controlli incrociati sul web (alzi la mano chi non ha verificato la dinamica dei fatti dell’incidente di Chernobyl dopo aver visto la prima puntata della serie in onda su Sky Atantic), la tentazione di andare a controllare come è andata la storia è grande. Forse l’uomo sospetto della Adt è Btk, il serial killer che per 30 anni ha agito nella zona di Wichita, Kansas. E anche il responsabile a cui sono stati attribuiti alcuni degli Atlanta murders ha un nome e cognome. Nonostante alcuni casi siano rimasti irrisolti.

Eppure non è questo il punto, in Mindhunter. La sua forza sta nel fatto che è il racconto di una procedura. Il tentativo di profilazione psicologica e analisi comportamentale di un serial killer, da usare per indagare (o prevenire: il confine è così labile e Ford lo sa a sue spese) altri assassini seriali. Una procedura che si può applicare all’infinito. Certo, ogni volta che un caso viene risolto, lo spettatore tira un sospiro di sollievo. Ma non siamo in True Detective, o in Broadchurch per citare alcuni titoli tra i migliori del genere, dove l’angoscia è tutta verso il disvelamento finale. Qui la tensione è costante, perché si passa dallo strazio delle indagini di un omicidio ai colloqui con i serial killer in prigione, che sprizzano follia, orrore, controllo, furbizia da tutte le parole. L’avevamo già sperimentato in Il silenzio degli innocenti, il classico di Jonathan Demme con Jodie Foster che pure è tratto da un libro dichiaratamente ispirato all’esperienza di John E. Douglas nell’Fbi. Ma, anche lì, non si scappava dall’epilogo finale. E che epilogo.

Mindhunter agisce invece su molti filoni narrativi: tutti quelli attraversati dai suoi protagonisti. Sarà interessante andare a scoprire quali varcheranno nel corso della seconda stagione, visto che Ford e Tench hanno chiesto e ottenuto di incontrare e interrogare la star dalla categoria. Presente anche in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Stiamo parlando di Charles Manson. Prima che lo vedano, Ed Kemper offrei ai due agenti un consiglio: «Manson è basso, molto basso. Cercate di non fissarlo».

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