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Anche in Canada c’è aria di populismo

IL 114 04.09.2019

Canada Day, Vancouver

Frustrazione e risentimento antistranieri montano dal basso. Facendo vacillare i pilastri dell’apertura e del multiculturalismo

«La libertà si sposta a Nord», titolava l’Economist nell’ottobre del 2016. Donald Trump non era ancora stato eletto presidente, ma il settimanale aveva capito che il vento negli Stati Uniti era cambiato e che l’apertura aveva smesso di essere un valore assoluto. La corona della Statua della Libertà si trasformava allora in una foglia d’acero e il Canada veniva presentato come un «esempio per il mondo». Sono passati tre anni, e il vento sta cambiando anche in Canada.

Certo, nel 2018, il Canada è stato il Paese che ha accolto più rifugiati al mondo, circa 28mila, scacciando per la prima volta gli Usa dalla cima della classifica; ma il tradizionale modello canadese, fatto di accoglienza e di tolleranza verso le minoranze, inizia a mostrare le sue crepe. L’immigrazione ha generato malcontento ed è diventata una questione politica, specialmente nelle province del Québec e dell’Ontario. Il primo ministro Justin Trudeau è corso ai ripari velocizzando le procedure di deportazione dei migranti irregolari: ad ottobre ci saranno le elezioni federali e il Partito Liberale non vuole perdere consensi. Lo scorso marzo, il governo canadese ha annunciato che spenderà più di 900 milioni di dollari nei prossimi cinque anni per bloccare i flussi in entrata dalla frontiera con gli Stati Uniti.

 

Canada Day, Vancouver

Non è solo l’apertura a essere messa in discussione, ma anche il multiculturalismo stesso. Di recente nel Québec è stata approvata una legge che vieta ai dipendenti pubblici di indossare simboli religiosi – tutti: niente veli islamici né croci cattoliche né turbanti sikh – sul luogo di lavoro. Alcuni dicono che la legge tutela la storica laicità della provincia; altri ci vedono un attacco alla libertà di espressione e alla convivenza tra culture diverse. 

La metà dei canadesi è su posizioni che potrebbero esporli al fascino delle promesse populiste: frustrazione, senso di abbandono, scontento per la direzione presa dalla società. Ci sono almeno quattro leader conservatori che vengono considerati populisti: Andrew Scheer, capo del Partito Conservatore; Jason Kenney, premier della provincia dell’Alberta; Doug Ford, premier dell’Ontario; Maxime Bernier, fondatore del Partito del Popolo. Scheer, principale rivale di Trudeau alle elezioni di ottobre, viene spesso paragonato a Trump: una semplificazione forse eccessiva, ma i sondaggi, al momento, danno i Conservatori in vantaggio sui Liberali. 

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