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Il tempo, di questi tempi

IL 114 18.09.2019

Queste immagini fanno parte della mostra multimediale “Anthropocene” del fotografo Edward Burtynsky, alla Fondazione MAST di Bologna fino al 22 settembre. Qui sopra, il delta del fiume Niger

Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Una volta se ne parlava per rompere il ghiaccio, adesso per lamentare o negare lo scioglimento dei ghiacciai

Un ragazzo che si fa intervistare a volto coperto confessa: «Mio padre al telefono esordiva sempre chiedendomi che tempo facesse. All’inizio rispondevo in modo sbrigativo, infastidito. Poi iniziai a spostare un po’ le cose. Se pioveva, dicevo che nevicava. Se nevicava, dicevo che nevicava tantissimo. Se nevicava tantissimo, che si moriva dal caldo. Se si moriva dal caldo, parlavo della vita dall’aldilà. “Ma come?”, mi disse lui a un certo punto, “Sono io che ti sto chiamando dall’aldilà”. Allora capii che uno di noi due era morto davvero». E ora, possiamo cominciare davvero. Le porte di un ascensore si aprono. Un uomo entra e dice: «Che caldo oggi». «Oggi…», gli fa eco un altro, «E un domani, caro signore, se lo immagina un domani che caldo farà? Farà così caldo che lei non potrà neanche dire “che caldo oggi” perché non ci sarà più nessun oggi per l’umanità». L’ascensore si blocca. Andiamo avanti. C’era un tempo in cui parlare del tempo era il modo per occupare il tempo in ascensore con gente che si conosceva da poco tempo, e giusto il tempo di qualche piano. Mezze stagioni, mezze frasi. Negli ultimi tempi, il tempo non è più un discorso buono per tutte le occasioni di imbarazzo e ognuno segue il proprio meteo interiore: c’è chi ne parla per rompere il ghiaccio e chi è invece attento allo scioglimento dei ghiacciai.

Per capire i diversi modi di trattare questo argomento ho interpellato: un cronometrista sportivo che mi ha mandato dispacci da Baku, Caucaso, la Città del Vento, un meteorologo che ama fotografare il cielo, il figlio e la nipote del celebre meteorologo Edmondo Bernacca, alcuni sconosciuti al bar. «Che caldo oggi», dico a una signora seduta fuori da un bar di nome Hawaii a Roma. «Sono del ’33», dice, «i tempi cambiano. Adesso fa più caldo perché sono più vecchia, quindi lo soffro di più. A tredici anni io e la mia famiglia per andare al mare prendevamo il treno merci e in spiaggia mangiavamo i rigatoni al sugo». Un ispettore delle Poste in pensione seduto qualche sedia più in là dice: «Il tempo non cambia mai. Hanno chiuso le porte e non entra più nessuno. Neanche il vento». Simone, barista, sta potando una piccola palma nel giardino del suo bar e intanto spiega: «Parlo del tempo quando non ho argomenti, cioè quasi tutti i giorni. Le persone entrano e dicono: “Che caldo”. Io dico: “Pare che giovedì ci sarà il picco, ma nel weekend sarà nuvoloso”. Una parte di me si vergogna, ma parlo del tempo perché sulle piante non mi ascolta nessuno. Allora parlo direttamente con le piante. Dico loro “brave”, oppure ci odiamo a vicenda».

Nairobi 2016, centro di riciclo della plastica

Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Due fotogrammi di “Antropocene – L’epoca umana” documentario di Burtynsky e dei registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, in mostra a Bologna e poi nei cinema italiani dal 19 settembre

Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Claudio Cassardo, meteorologo e fisico dell’atmosfera presso l’Università di Torino, fotografa i cieli della sua vita dal 1991 e raccoglie le immagini nella sezione meteofoto del suo blog, accompagnandole con delle brevi didascalie: «05 Luglio 1999, Edinburgh. Un cumulonimbus in fase avanzata, con incudine ben formata ed evidentemente spostata verso destra dal vento in quota, affianca il Caledonian Hotel al centro della capitale scozzese»; «03 Luglio 1999, Aberystwyth. La spiaggia di questa bella cittadina gallese dal nome impronunciabile sotto un cielo carico di spessi stratosumulus che ci ricordano che nelle isole britanniche piove spesso». Se il discorso cade sul tempo gli capita di trasformarlo in un dibattito. «Magari in treno qualcuno dice: “In Piemonte c’è stato un maggio piovoso”. Allora io spiego: “Ma è normale, è stato maggiore il numero delle giornate di pioggia percepite, ma la quantità di pioggia caduta, in proporzione agli anni precedenti, è stata minore. In definitiva non vediamo grandi incrementi di pioggia. Vediamo incrementi di gas serra, e la causa è il nostro stile di vita”». A quel punto, qualcuno non è d’accordo e gli animi, come il tempo, si scaldano. E il treno si blocca.

Spostiamoci nel passato: nel 2005 Sabino Angiulli, cronometrista sportivo, cronometra la pioggia di Londra e la nebbia di Milano. «Durante un viaggio feci questa statistica per ogni giornata passata a Londra mettendola poi in relazione a quanto tempo durava la nebbia a Milano, per dimostrare che non era vero ciò che si dice: “Bella Milano, ma se si potesse vedere…”. All’epoca non ero ancora un cronometrista. Un segno del destino? Il risultato era che aveva piovuto circa il 30 per cento del tempo». Qual è stata la percentuale di tempo trascorsa da Edmondo Bernacca con lo sguardo all’insù? «Ho quest’immagine di lui, fermo davanti alla finestra della casa di Fivizzano, in Lunigiana, mentre guardava il cielo e le colline», ricorda oggi Camilla, la nipote. Sfogliando vecchi appunti di una conferenza di metà anni Settanta, il figlio Paolo mi dice: «Ecco ciò che diceva papà una quarantina di anni fa: “Nel passato l’uomo doveva proteggersi dall’ambiente: oggi dobbiamo proteggere l’ambiente dall’uomo”».

E dopo il parlare attorno alle mezze stagioni, la classifica dei modi per non conoscerci davvero vede le frasi: «È tutto un casino», «non ci si capisce più niente», «la politica… fanno tutti schifo», «una volta questi smartphone non c’erano, si giocava in strada coi trucioli». Una volta, il tempo non c’era.

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