Agenda

Ciao, sono Wes Anderson, ti spiego la mia mostra

19.09.2019

Una sala della mostra “Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”, un progetto di Wes Anderson e Juman Malouf, alla Fondazione Prada di Milano dal 20 settembre al 13 gennaio 2020

Andrea Rossetti - Courtesy Fondazione Prada

Arriva alla Fondazione Prada di Milano “Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”, il progetto espositivo ideato dal regista americano con la moglie Juman Malouf e presentato lo scorso anno al Kunst­historisches Museum di Vienna. Curiosi di saperne di più? Leggetevi come i due lo hanno raccontato, assieme al curatore Jasper Sharp e all’attore Jason Schwartzman, in questa esilarante audioguida

W.A. Buongiorno, sono Wes Anderson. Sono al Kunst­historisches Museum di Vienna. Daremo il nostro piccolo contributo personale alla audioguida, qui con noi oggi c’è Jason Schwartzman. Ciao, Jason.

J.SC. Ciao.

W.A. Jason ha appena messo piede nella mostra per la prima volta e ci guiderà alla scoperta dei piccoli spazi che abbiamo allestito con le nostre opere preferite insieme ad altre che abbiamo scoperto a mano a mano che visitavamo il museo (veniamo qui da tanti anni). Mia moglie Juman Malouf è qui. A che cosa stai lavorando?

J.M. Cerco di memorizzare le date di tutti i dipinti che abbiamo scelto.

W.A. Jason, sentiti libero di commentare …

J.SC. Grazie per avermi invitato. Non sono mai stato qui, ma benvenuti. Vorrei dare il benvenuto a tutti i presenti.

W.A. Forse è meglio fare una pausa e ricominciare questa parte, che ne dite? Credo che dovremmo lasciar prendere il respiro ogni tanto.

J.SC. [Jason respira]
Eccoci nella Sala Rossa, e credo che questa sia la mia parte preferita. La medusa ha subito attirato la mia attenzione, e sono sicuro che ora che l’ho menzionata abbia incuriosito anche voi. Ma è li in basso, quindi chinatevi pure e parlatemi di questa medusa di vetro.

J.M. L’unica cosa che posso dirti è che è stato davvero difficile ottenere questo pezzo; oggetti come questo sono preziosissimi. Jasper, ricordi quante copie hanno qui?

J.S. Il Naturhistorisches Museum è composto da due strutture gemelle ai lati della piazza. Ha una trentina di pezzi nella collezione permanente. Non ha mai prestato a nessuno le meduse sin dall’apertura del museo nel 1891.

J.SC. Hai potuto scegliere la medusa che volevi?

J.M. Ce ne hanno proposte tre fra cui scegliere, e ora capisco la ragione. È perché non sono tenute insieme dalla colla, quindi se si rompono non possono ripararle. Hanno usato un adesivo organico che non sanno replicare, per questo sono molto cauti.

J.SC. Parliamo invece di questo oggetto, un piccolo topo mummificato, o qualcosa del genere. È un pezzo davvero interessante, uno dei primi che ha menzionato Wes quando mi parlava di…

J.M. In realtà entrambi l’abbiamo visto al museo e ce ne siamo innamorati.

W.A. L’oggetto e i misteri che racchiude mi danno delle sensazioni particolari. Non credo di voler dire molto altro.

J.M. L’unica cosa che vorrei aggiungere è che volevamo farci un dolce.

W.A. Abbiamo pensato che Demel qui a Vienna potesse farci un piccolo dolce in un sarcofago di cartone, magari una mummia di meringa con ripieno di lampone a rappresentare le interiora. In effetti abbiamo sentito dire che stavano preparando “mummie di toporagno nei sarcofagi”, e forse è anche vero. Quello che volevamo era un dolce che avesse successo.

J.SC. Si doveva srotolare? Bisognava srotolare la mummia o la carta sarebbe stata commestibile?

W.A. Sono entrambe ottime alternative. Infatti, a un certo punto abbiamo pensato di usare la meringa per le ossa e avvolgerla con un altro tipo di impasto.

J.S. Se ricordo bene, all’ufficio marketing di Demel non è piaciuta la parola “sarcofago” associata a un dessert. Questo è stato l’ostacolo.

W.A. Non l’hanno ritenuto divertente.

J.SC. Posso chiederti se tutte queste armi in miniatura sono cariche? Sono pericolose o no?

J.S. Non sono cariche. Questa è una bomba e il restau­ratore che se ne occupa, una persona affidabile, mi ha detto che c’è il 5 per cento di probabilità che sia ancora attiva e carica.

W.A. Il 5 per cento. Mi chiedo come si possa dare un numero cosi preciso.

J.S. Secondo me il 5 per cento è troppo. Tutti gli oggetti arrivano da epoche e posti diversi. Ci sono persone diverse incaricate di trasportarle qui?

J.M. È un’ottima domanda. Ci sono curatori per ogni cosa, per esempio uno per le Antichità egizie, uno per il Naturhistorisches Museum e cosi via. E ognuno di loro ha il proprio team che si occupa del trasporto.

W.A. Se decidi di spostare questo oggetto di un millimetro devi chiamare questo team.

J.M. Sì, un gruppo di persone che deve spostarlo di un millimetro.

J.SC. Ora siamo nella stanza che chiamerò “Sala dei bambini” e questi sono ritratti e dipinti che rappresentano bambini, giusto?

W.A. Così pare.

J.SC. Non vorrei sbagliarmi.

J.S. In realtà sì, ci sbagliamo. Uno di questi dipinti, in basso sulla destra, è rimasto a lungo su una parete di ritratti. Pensavamo che ritraesse una donna di vent’anni, finché non abbiamo scoperto che era un ragazzo di quattordici anni, il futuro re della Boemia.

J.SC. Come l’avete scoperto?

J.S. Abbiamo semplicemente letto la didascalia.

W.A. Abbiamo letto dopo la didascalia. Hugo dice spesso che gli hanno insegnato a “tenere gli occhi aperti”. A volte dobbiamo solo ricordarci di tenere gli occhi aperti.

J.SC. Considerato ciò che ha detto Hugo, vi dirò anche che è la prima volta che ho dovuto “socchiuderli” per guardare in basso. Non è così male ogni tanto mettersi a gattoni. Proprio ora mi sono inginoc­chiato e c’è una bella visuale. Ne vale la pena.

W.A. Concordo. Quello che pensavamo essere il ritratto di una giovane donna rappresenta in realtà un ragazzino. Sono rimasto a lungo seduto sul pavimento a osservarlo, e credo che sia nella giusta collocazione.

J.S. Insieme a uno dei disegni realizzati da Juman per la mostra.

J.M. Sì, esatto.

Wes Anderson e Juman Malouf all'interno della stessa sala fotografata in apertura di questo articolo

Andrea Rosetti - Courtesy Fondazione Prada

J.SC. Se l’edificio fosse una casa, che stanza sarebbe questa?

W.A. Se fosse una casa la chiamerei “Stanza verde”, ma qui non lo farei, non sono queste le circostanze.

J.SC. Qual è l’oggetto più antico di questa sala?

J.S. A dire il vero in questa stanza c’è il pezzo più antico dell’intera mostra. È questa piccola collanina fatta di ceramica smaltata ed è stata assemblata nell’antico Egitto 5mila anni fa.

W.A. Qui ci sono tutti oggetti di ceramica smaltata?

J.M. No. Sono tutte pietre di malachite.

W.A. Possiamo tagliare la parte in cui chiedo se sono ceramiche e sostituirla con la domanda “Sono tutti di malachite, vero?”

J.M. Sarebbe meglio.

W.A. Per riprendere il discorso, che cosa stavi dicendo?

J.M. Stavo per raccontarvi una cosa che mi ha detto il curatore della Kunstkammer, Paulus Rainer, un uomo meraviglioso. Mi ha detto che nell’antichità si pensava che smeraldi e malachite fossero la stessa cosa, e dunque venivano chiamati tutti smeraldi. Non erano uno più prezioso dell’altro, quindi è bello vederli di nuovo insieme.

J.SC. Come sai che è vero e non se l’è inventato?

J.S. Potrebbe anche averlo inventato. Ho sentito anche che guardare a lungo uno smeraldo fa bene agli occhi e migliora la vista. Resta un po’ qui a guardarlo…

W.A. Dovrebbe ammorbidire l’atmosfera, vero? Lo smeraldo dovrebbe avere potere assorbente. Significa qualcosa?

J.SC. Questa stanza è rilassante, vero? La Stanza verde? Che bella sensazione …

J.M. Si.

J.SC. Eccoci. Possiamo concentrarci un attimo sui nostri piedi? È per questo che amo visitare musei, amo il silenzio e il rumore dei passi.

W.A. Mi fa sempre pensare al nostro tecnico del suono, Pawel Wdowczak, che ora è andato in pensione, non lavorerà con noi al prossimo film. È tornato in Polonia. Quando stavamo girando Rushmore, forse ti ricorderai, Pawel si lamentava di continuo e diceva: «Dobbiamo risolvere il problema del rumore dei pazzi». C’è voluto tantissimo tempo per capire a cosa si riferisse con “rumore dei pazzi”. Gli rovinava la giornata, giorno dopo giorno. Per non parlare dello splendido scampanìo della chiesa. Non gli piacevano le campane, diceva che non erano professionali. Juman, qual è la prima cosa che hai pensato entrando in questa stanza?

J.M. Penso al Loos Bar, qui a Vienna. Me ne sono accorta dopo. Quando sono entrata qui due giorni fa ho pensato che ci è stato d’ispirazione.

W.A. Sì, forse hai ragione. Il Loos American Bar è interessante anche perché la parte superiore è piena di specchi, che lo fanno sembrare quattro volte più grande. Sembra ci siano altre stanze collegate alla principale. Avremmo dovuto mettere degli specchi in alto…

J.SC. Cos’è questo violino?

J. S. È un violino fatto di 4mila frammenti di legno. E non è mai stato esposto prima d’ora.

J.SC. Perché?

J.S. Ho fatto la stessa domanda, e mi è stato risposto che il curatore di strumenti musicali non se ne interessava.

W.A. Ma noi sì.

J.SC. Queste sono custodie. Questo è l’astuccio di una mostrina militare, vero?

J.S. È l’astuccio di una mostrina militare.

J.M. Prova a indovinarne altre.

J.SC. Questo è per strumenti musicali. Tonalità diverse.

W.A. Una piccola borsa di paglia per la Bibbia.

J.SC. Voglio solo dirvi che di fronte c’è uno dei miei pezzi preferiti. È un pezzo completo, finito. È cosi com’è, lo adoro.

J.M. Questa grande vetrina. Ci hanno vietato di spostarla, ma alla fine sta bene con il resto dell’allestimento.

Il testo che state leggendo ora, sul nostro sito, è uno dei materiali contenuti nel catalogo della mostra: un progetto editoriale garbatamente eccentrico – come potete vedere da queste immagini –, dal sapore “retro”, in perfetto stile Wes Anderson

J.SC. Ho una domanda un po’ strana da porvi: avete mai trascorso la notte qui?

J.S. Ho passato notti lunghissime a lavorare qui, ma non c’è mai stato un momento per visitare tutto il museo. Si può fare al Naturhistorisches Museum con un sacco a pelo e una torcia. Sembra un’idea fantastica. Dovremmo farlo stanotte, tutti insieme!

J.SC. Ho notato che tutti gli oggetti sono incassati a parete, perché?

W.A. È molto semplice. Oggi quando si espone una tela in un luogo come il Kunsthistorisches, un museo a pieno titolo, professionale, di qualità, si è praticamente obbligati a mettere una barriera che non faccia avvicinare i visitatori al quadro, che li tenga a distanza sufficiente e con un allarme che suoni se qualcuno si avvicina troppo.

J.SC. Dove sono gli allarmi? Vorrei saperlo per dopo…

W.A. Te lo spiegherò più tardi. Dopo l’audioguida. L’alternativa è di mettere tutto dentro a teche.

J.SC. Molti dei pezzi esposti vengono dai depositi del museo, è cosi?

W.A. La collezione del Kunsthistorisches include molti dipartimenti e sedi decentrate sparse per Vienna, ma ci sono anche parti della collezione fuori città. E poi un’enorme quantità di oggetti e opere è conservata in un deposito gigantesco. Tutto ciò che abbiamo preso in prestito, per esempio da questo museo oppure da Innsbruck, è stato sostituito temporaneamente con un disegno a matita di Juman. I disegni sono tutti inclusi nel catalogo disponibile nel bookshop per pochi euro. Forse non proprio pochissimi euro.

J.SC. Juman, posso farti una domanda? Quando le opere torneranno al proprio posto, dove finiranno i tuoi disegni?

J.M. A casa mia, credo. A meno che qualcuno non voglia comprarne uno.

W.A. L’opera è tua, ma è possibile che la proprietà sia passata a entrambi visto che questo progetto è una collaborazione. Forse diventa una proprietà congiunta.

J.M. Non credo, ma ne parliamo in un altro momento.

W.A. Stiamo entrando nell’ultimo spazio del museo?

J.M. Si, è l’ultimo.

W.A. Inizia con l’uomo morto.

J.M. È Ferdinando I sul letto di morte.

W.A. Un re spagnolo defunto.

J.M. Sai, ce n’erano molti che ci piacevano.

W.A. Avevamo altri ritratti di morti oltre a questo. E nella mostra ce ne sono due, se guardi bene tra quelli dei bambini…

J.M. Ma non è morto, sta solo riposando nel suo letto.

W.A. Oh, il bambino? Pensavo fosse morto.

J.SC. Be’, adesso sicuramente è morto.

J.M. Già, ora sì che è morto.

J.S. Abbiamo anche un’enorme collezione di maschere mortuarie.

W.A. Ho sempre amato questo Tiziano. Fa parte della collezione permanente del Kunsthistorisches. Tutte le volte che abbiamo visitato il museo negli anni – ed è da tanti anni che vengo qui – l’ho sempre fotografato. Ho tantissime fotografie di questo personaggio. È forse la prima cosa che ho pensato all’inizio, volevo assolutamente che fosse al centro della stanza per questo progetto. Sempre se riusciamo a realizzare la mostra. Duca Giovanni Federico I Elettore di Sassonia …

J.SC. Davvero è stato uno dei primi pezzi che avete selezionato?

W.A. Ho sempre dato per scontato che avrebbe fatto parte del progetto, ho sempre amato questo personaggio.

[Lungo silenzio]

J.SC. Se potessi tenere per te una sola opera per tutta la vita, quale sarebbe?

W.A. In realtà quella era già la battuta di chiusura perfetta. Un momento di silenzio.

—Fine—

Chiudi