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“Colectiv” è il “Chernobyl” romeno, inteso come docufilm

11.09.2019

Mirela Neag e Cătălin Tolontan in “Colectiv” di Alexander Nanau. Sotto, nel testo, altri fotogrammi del documentario

Il regista Alexander Nanau ha conquistato una standing ovation a Venezia con la sua lezione di giornalismo investigativo e ci spiega come ci è riuscito

Il 30 ottobre 2015, durante il concerto del gruppo metal Club Gravity, scoppiò un incendio in uno dei maggiori locali per concerti di Bucarest, il Colectiv. Ventisette persone morirono sul posto. I 180 feriti furono trasferiti in vari ospedali del Paese. Non essendo equipaggiate per trattare un tale numero di emergenze, le autorità sanitarie cominciarono a spedire i pazienti all’estero. L’allora capo del governo rassicurò la nazione sostenendo che le ustioni della maggior parte delle vittime erano “lievi”. Un anno dopo l’evento, le morti totali erano salite a 64. Tutte, tranne un suicidio, erano avvenute negli ospedali.

Il documentario Colectiv, presentato fuori concorso alla 76esima mostra di Venezia, è una lezione di giornalismo investigativo e un durissimo ritratto del peggior tipo di corruzione, la malasanità. Il regista rumeno-tedesco Alexander Nanau, già autore dell’indimenticabile Toto e le sue sorelle, mostra poi in senso più lato come la manipolazione dell’informazione non solo crei seccature, ma uccida le persone.

Il doc — su cui già si spendono paragoni con la miniserie Chernobyl — si apre con un incontro dei familiari delle vittime. Un ingegnere (Narcis Hogea) racconta di aver chiesto più volte all’ospedale di Bucarest, dove il figlio era assistito, di ricoverarlo a Vienna. La struttura negò il trasferimento. Di fronte alla morte del paziente, spiegò poi al padre: «C’è stato un errore di comunicazione nel sistema». Il padre ripete: «Un errore di comunicazione ha ucciso mio figlio». La Romania è una delle nazioni più corrotte dell’Unione Europea. Fin qui nulla di nuovo, né per lo spettatore italiano – che però noterà molte similitudini con il proprio Paese – né per quello rumeno. Quando però la sua incidenza è una questione di vita e di morte, qualcuno infine reagisce. Camelia Roiu, anestesista, contatta Cătălin Tolontan, direttore del giornale Gazeta Sporturilor e già noto per aver denunciato casi di corruzione all’interno del mondo sportivo. Protetta dall’anonimato, Roiu riferisce che i disinfettanti usati negli ospedali rumeni sono diluiti 10 volte più del necessario, permettendo così la proliferazione del batterio pseudomonas, uno dei germi più aggressivi delle strutture ospedaliere.

Comincia così l’avventura investigativa della Gazeta, che dopo aver confermato l’ipotesi con test propri, esige inutilmente dal Ministero della Salute una spiegazione: vengono solo offerte analisi eseguite proprio nelle strutture sotto accusa. La Gazeta controbatte, chiedendo test imparziali. All’indomani della pubblicazione dei dati reali con mea culpa da parte del ministro della Sanità, l’amministratore delegato dell’azienda che forniva i disinfettanti agli ospedali viene trovato carbonizzato nella propria auto. Come seguendo il copione di un’avvincente detective story d’Oltreoceano, Tolontan prosegue le indagini, scoprendo una scatola cinese degli orrori: gli ingressi truccati di università e ospedali; l’esodo del personale medico all’estero per mancanza di lavoro; i video di vermi sviluppatisi nelle ferite dei pazienti; un’aspirante sindaca (ora in carica nella capitale) che per raccogliere voti promette trapianti di polmone irrealizzabili; un giovane ministro ex attivista che si assume la responsabilità della vecchia classe dirigente; informatori su informatori che vengono allo scoperto, tra cui un duo della contabilità in cerca di vendetta dopo anni di maltrattamenti; frodi fiscali per milioni di euro; ricatti ai giornalisti da parte dei servizi segreti; nuove elezioni che ristabiliscono il disordine…

Il regista segue prima i giornalisti della Gazeta, poi il nuovo ministro della Sanità del governo tecnico e alcune delle vittime, con la telecamera letteralmente a un pelo dal naso ma con uno stile rigorosamente osservativo. Consapevole che nessun tipo di narrazione – neppure quella documentaristica e scevra di interviste – è imparziale, Nanau racconta i fatti con la trasparenza che è stata loro negata. Una standing ovation ha accolto il documentario e i suoi protagonisti all’anteprima pubblica a Venezia, poco prima che mi sedessi con Nanau per parlare di Colectiv. Ecco una versione ridotta della nostra conversazione.

La reazione del pubblico in sala è stata molto emozionante!
Sembrava proprio genuina. Era importante che i protagonisti fossero presenti e che gli spettatori potessero condividere le loro gioie e i loro dolori.

Qual è stata la connessione con Gazeta e come è iniziato tutto il progetto?
Sapevo che avevano cominciato a indagare sul sistema sanitario e su come fosse stata gestita la situazione dopo l’incendio. Volevo raccontare una storia sulla società rumena e questo mi è sembrato un buon punto di partenza. Non è stato facile perché Tolontan è uno dei più famosi giornalisti investigativi del Paese. Era molto scettico, all’inizio: pensava che fossi uno dei servizi segreti. Quando ci ha visto all’opera con tutta la troupe ha capito che eravamo seri. Gli ho sempre detto: «Il metodo osservativo funziona così: dovrò stare per mesi a fianco a te. Se hai un indizio, una pista, e se ti fidi di me, chiamami». Un giorno mi ha chiamato e ha detto «Abbiamo qualcosa», ma non ha detto cosa esattamente. Quindi ho cominciato a filmare alla cieca, e mentre filmavo ho capito cosa stava inseguendo.

Questo approccio mi ricorda quello di Serial, il podcast-caso sulla presunta innocenza di Adnan Syed. I realizzatori del programma fecero le loro indagini ignorandone per primi il risultato. Come hai lavorato in questo senso, non sapendo dove stavi andando?
Solitamente, quando giro, cerco di pensare in “pezzi”, e quindi a qual è stata la drammaturgia della giornata, della settimana e via dicendo. Ma in questo caso stava succedendo tutto così rapidamente che abbiamo semplicemente cercato di essere presenti per catturare i sentimenti dei giornalisti mentre andavano incontro alle difficoltà della loro ricerca.

Pensando alla battuta del padre in apertura del documentario: la stampa è libera in Romania?
In questo, è molto simile all’Italia. La stampa è proprietà di alcuni magnati, ma esiste comunque una stampa libera. Pure il giornale di Tolonton è proprietà di un grosso gruppo editoriale non esattamente pulito, vicino ai populisti. Ma Tolonton era un giornalista sportivo molto famoso e in più ha garantito che il giornale vendesse molto e bene. Ai superiori ha detto: se interferite nella mia redazione non dirigerò il giornale. Ecco come si è guadagnato la sua indipendenza.

L’italiana Gazzetta dello Sport è tra i quotidiani più letti del Paese.
Uguale. E non solo Tolonton fa vendere copie, ma è anche appassionato di giornalismo investigativo.

Le immagini dell’incendio che divampa in pochi secondo nel locale sono impressionanti. Come sei riuscito ad accedervi?
Mihai Grecea, parte del nostro team e mio collaboratore artistico per parti del doc, era lì per filmare il concerto. Era amico della band, e condividevano lo studio. Si trovava lì con diverse live camera per filmare il concerto. La cosa divertente – cioè non proprio divertente – è che dopo l’incidente lui rimase in coma per diverso tempo. Ha rischiato la vita. Quando si è risvegliato gli ho chiesto se voleva partecipare al documentario. Lui mi ha mostrato il filmato e mi ha raccontato che quando il fuoco entrò nella galleria, riuscì a proteggersi il volto con il proprio computer – che era dentro una borsa del festival di Venezia! – come uno scudo.

In Toto e le sue sorelle hai raccontato le difficoltà di tre fratelli minorenni della comunità rom immergendoti nelle loro vite per 18 mesi consecutivi. Anche Colectiv ha beneficiato di un field work così lungo?
Abbiamo filmato per circa 14 mesi.

Qual è il tuo metodo? Quando ti sei è reso conto che il documentario era finito? In teoria avresti potuto continuare a girare all’infinito.
Esattamente. Infatti siamo andati avanti. In Romania ci sono state grandi manifestazioni dopo che i socialdemocratici sono tornati al potere. Abbiamo continuato a girare. Ma al montaggio ci siamo resi conto che la storia era un’altra. Bisogna lasciare allo spettatore la libertà di guardare e noi volevamo girare un film sulle persone, non sugli eventi storici.

Quello che mi ha colpito è l’idea di “normalità” e cioè che, ad esempio, lasciare il Paese per ricevere istruzione o cure sanitarie dignitose sia considerata la norma.
In Romania, come in Italia, c’è una parte della popolazione che è molto “occidentale”, viaggia ed è istruita. Ma è concentrata nella capitale e in cinque altre città. Dunque la norma o ciò che le persone considerano normale nelle proprie vite appartiene in realtà a valori occidentali, che oltretutto potrebbero non esistere più, essendo l’Europa stessa diventata auto-scettica. Questa porzione della società rumena desidera regole condivise e rispettate da tutti e crede che l’Unione Europea fornisca un ponte per implementare tali regole. Piace che l’Unione Europea imponga certe leggi; se l’Europa non ci fosse, allora la corruzione sarebbe molto più diffusa.

È una élite quella che si rivede in questi valori?
No, sono semplicemente i giovani. Le generazioni più anziane, vissute in tempi comunisti, credono ancora che ci debba essere un Potere, che li governi per l’intera esistenza e che farà quello che vuole mentre al resto della popolazione non rimane altro da fare che cercare di sopravvivere.

Sembra un mentalità molto individualista. Qualsiasi cosa succeda, mi prenderò cura solo del mio orticello.
Esatto! Come l’Italia, no? E dunque in Romania non esiste il senso del contratto sociale.

Ma in Colectiv si dice anche che alle elezioni all’indomani del governo tecnico gli elettori tra i 18 e 24 anni sono stati solo il 5 per cento. Come lo spieghi?
Credo che il processo psicologico della società non sia così rapido come nel singolo. L’individuo capisce che se vuole che le cose cambino deve votare Tizio o Caio. Ma la società reagisce tardi. Eppure ha reagito, perché il modo in cui la società civile è cresciuta adesso in Romania è incredibile. Non esisteva prima dell’incendio. Alle elezioni europee abbiamo avuto una delle affluenze più alte dell’Unione. Il Partito socialista, che altro non è che la continuazione del Partito comunista, ha perso il 25 per cento.

Ci sono altri modi di “testare” la società, al di là delle elezioni? Come scendere in piazza o mettersi a fare giornalismo investigativo come ha fatto Tolontan?
Credo che stia diventando sempre più difficile. Lo strumento maggiore erano le manifestazioni. Ora non funzionano più. Magari sono in grado di spaventare i potenti, ma il potere sa che può sopravvivere a un’opposizione di massa, che sia a Hong Kong, in Turchia o in Ucraina… Credo che il potere sia diventato immune alle manifestazioni e che l’unico strumento che ci rimane siano le elezioni.

Qual è la spinta che ti ha portato a diventare un regista, a girare Toto e le sue sorelle e Colectiv?
Probabilmente il desiderio di comprendere il comportamento umano. Com’è possibile che un personaggio come Toto sopravviva e rimanga se stesso – come fai quando tutto l’ambiente intorno a te sembra andare in una direzione opposta alla tua? Capita anche a noi: nasciamo in una famiglia, andiamo a scuola – in un certo senso siamo “forzati” in un’esistenza. Mi sono sempre preoccupato di capire come si fa a rimanere se stessi. Da individuo, come faccio a resistere all’opportunismo, a ciò che gli altri vogliono farmi diventare? Tutti i personaggi di Colectiv vogliono resistere a un potere che vuole plasmarli. Quindi rischiano la loro vita, il loro mestiere, per arrivare alla verità – è una spinta profondamente umana. Se ogni mattina ci svegliassimo e guardassimo dall’altra parte, allora non saremmo una società

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