Appendice

CR7 è grande, sì, ma sentimentalisch

IL 114 12.09.2019

Cristiano Ronaldo, 34 anni, portoghese. Gioca nella Juventus

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/4. Evocate pure la favola della volpe e l’uva, ma secondo me (che sono romanista) c’è una qualità che Cristiano Ronaldo non possiede: la naturalezza del gesto. E che non sia un genio del pallone lo pensano anche Nietzsche e Schiller

Secondo Eraclito, il Tutto – l’Universo, il Tempo, la Vita – non è che il Regno di un bambino che gioca: un incurante dio-artista che ha le fattezze di Dioniso. Se – come a volte sospetto – il mondo rassomiglia in modo impressionante a un campo di calcio (il posto dove la differenza tra il trionfo e l’umiliazione può assumere l’improvvisa consistenza di un cross casuale che prende vento e s’insacca o di un momento di sospetta miopia dell’arbitro), seduto sullo sterminato tappeto verde a scavarci buche con la sua paletta d’oro zecchino c’è ancora oggi Lionel Messi. Quando questo sgraziato omino (così somigliante, anche nello sguardo triste, al Quasimodo disneyano) decide di scuotersi dai suoi lunghi momenti d’assenza e comincia a saltare intere manciate di giocatori con la stessa impertinente rapidità del Gatto con gli Stivali, noi spettatori oscuramente sperimentiamo il piacere di quando il caos e l’irrazionalità prendono il sopravvento sulle leggi di natura; succede con un dribbling di Leo, o con una stop volley di McEnroe o una schiacciata di Doctor J: il mondo così come lo conosciamo va in pezzi ed è come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse a brandelli davanti al misterioso Uno originario.

Secondo Nietzsche, per temperare la drammatica vitalità di quest’irruzione dell’irrazionale viene in soccorso lo spirito apollineo, che agisce come un vero e proprio sonnifero sull’uomo (e sull’artista, così come sul campione sportivo) e prova a spiegare di nuovo la realtà attraverso l’ordine. Apollo, come divinità etica, esige dai suoi la misura e, per poterla conservare, la conoscenza di sé. E così si affianca alla necessità estetica della bellezza l’intimazione del «conosci te stesso». I dionisiaci sono inconsapevoli, non si accorgono della frattura tra sé medesimi e la realtà che li circonda; mentre gli apollinei hanno invece questa consapevolezza e non fanno che lavorare faticosamente su loro stessi. Per i primi, quelli che Schiller chiamava i naiv (Omero, Shakespeare, Paul McCartney, Messi, McEnroe, Julius Erving), l’arte è una forma di espressione naturale: felicemente sposati con la propria musa, hanno con lei un rapporto tranquillo, puro, gioioso; per gli altri, invece, i sentimentalisch, i poeti dopo la caduta, la relazione con Tersicore e Calliope è sempre turbolenta e infelice, e l’effetto che ne risulta non è la gioia e la pace, ma la tensione, il conflitto con la natura e la società, la brama insaziabile. A questa seconda categoria – quella dei “sentimentali” – appartengono Virgilio e Ariosto; Wagner e Bruce Springsteen; e sicuramente anche Cristiano Ronaldo.

Non me ne vogliate quando dico che Cristiano Ronaldo non è un genio del calcio. Se applicassimo le categorie nietzschiane e schilleriane allo sport (che, dopotutto, è un’arte, e tra le più sublimi), potremmo inserire Gigi Riva, Batistuta e CR7 nell’elenco degli apollinei, dei sentimentali; mentre a Maradona, a Cruijff, a Messi spetta l’onore di fregiarsi del titolo di dionisiaci naiv. Da una parte c’è Pietro Mennea, dall’altra c’è Carl Lewis; da una parte c’è Kobe Bryant, dall’altra Michael Jordan; da una parte c’è George Foreman, dall’altra Muhammad Ali; da una parte c’è Djokovic, dall’altra Federer. Non è una distinzione di ordine quantitativo: succede spesso che un apollineo sconfigga un dionisiaco, che ottenga più successi di lui.

D’altronde sarebbe difficile (e sciocco) vietare lo status di grandissimo – forse addirittura del più grande contemporaneo – a un calciatore che ha vinto cinque Champions League, quattro Mondiali per club, sei Campionati nazionali e un Europeo, segnando 707 reti in 996 partite ufficiali disputate e portandosi a casa 5 Palloni d’oro. Quello che voglio dire ha a che fare con una qualità che CR7 non possiede: la naturalezza del gesto. Tutto in lui è costruito: lo stacco di testa che, con una metafora d’uso, nel calcio si definisce sempre “imperioso”, e che nel suo caso lo è davvero, con tutti i sottintesi di tronfia autoconsapevolezza; o il tiro da fuori, che sembra, sin dalla prolissa preparazione, un calibrato esercizio balistico piuttosto che una spontanea dimostrazione di genio e potenza; e pure i suoi famigerati doppi passi appaiono più degli scherzi strafottenti giocati ai danni del terzino di turno piuttosto che la risorsa innata alla quale attingere per arrivare il più rapidamente possibile allo scopo. Sì, c’è anche questo – ed è strano: Cristiano Ronaldo, che si potrebbe giudicare giocatore più “essenziale” rispetto a Messi, in realtà è, rispetto al suo rivale argentino, più barocco nei gesti, i quali a volte sembrano essere dei riccioli rococò, delle mosse da torero “piacione”, più che il frutto spontaneo di una necessità.

Da tifoso romanista potrei essere tacciato – anche giustamente – di parzialità. Evocate pure la favola della volpe e l’uva. Ma a me Cristiano Ronaldo fa pensare a una bellissima statua greca, come l’Apollo del Belvedere; mentre il piccolo Leo è il genio che col suo scalpello crea capolavori scolpiti nel marmo.

 

Leonardo Colombati è direttore di Nuovi Argomenti e ha fondato con Emanuele Trevi la scuola di scrittura Molly Bloom. Il suo primo romanzo è Perceber (Sironi, 2005 e poi Fandango, 2010), l’ultimo è Estate (Mondadori, 2018).  Si è occupato di canzoni americane (Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Testi scelti 1972-2017, Mondadori, 2018) e italiane (La canzone italiana 1861-2011. Storia e testi, Mondadori, 2011). Tifa Roma.

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