Appendice

Daley is the new orange

IL 114 23.09.2019

Daley Blind, 29 anni, olandese. Gioca nell’Ajax

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/6. Basette lunghe e leve ancora più lunghe, Blind potrebbe infiltrarsi senza dare nell’occhio nei filmati d’epoca di quell’Olanda là: sì, quella di Cruijff, che arrivò seconda nel Mondiale del 1974

Quando il calcio olandese, con l’Ajax e con una nazionale che ricalcava quasi interamente la squadra di Amsterdam, s’impose all’attenzione generale nei primi anni Settanta, tutti ebbero la sensazione che quel calcio venisse dal futuro. Trascorso mezzo secolo, quel futuro dovrebbe ormai essere il nostro passato. Ma basta rivedere su YouTube gli incredibili movimenti di quella squadra, simili a impetuose folate di vento, per rendersi conto che la clockwork orange ha schivato la freccia del tempo e si è andata a collocare in una bolla a sé stante, che poco ha a che fare con un prima e con un dopo. A differenza dei propri epigoni (vedi il Milan di Sacchi, che portò alle estreme conseguenze i presupposti del calcio totale), i veri rivoluzionari, infatti, non partecipano alla storia: si limitano a cambiarla e poi restano là, iconici e renitenti al flusso degli eventi.

Potenza del mito, verrebbe da dire. Se non fosse che le caratteristiche di quell’Olanda sono quanto di più lontano si potrebbe immaginare dall’epica classica. Nella leggerezza con cui affondava i suoi colpi nell’area avversaria non s’intravede alcuna ambizione di rappresentarsi come leggenda, dalla sua capacità di coagulare o dilatare gli spazi del campo non si aprono orizzonti di gloria, sotto l’intensità della sua corsa non si nascondono pulsioni eroiche. L’Olanda dei primi anni Settanta aveva la sfrontatezza e la disinvoltura di una rock-band che presagisce di sciogliersi presto e che di fatto se ne frega tanto della tradizione quanto dell’innovazione.

Benché, ancora oggi, ci appaia come l’espressione di un’alta strategia calcistica, in quel modo di stare in campo c’era insomma qualcosa di semplice, di spontaneo, di naturale che si va inevitabilmente a contrapporre all’artificiosità dei calciatori moderni. La maggior parte di loro sembra aver smarrito l’essenza di ciò che sta facendo (giocare, ovvero in buona sostanza dimenticarsi di se stessi) e paiono più che altro preoccupati di controllare il loro rendimento, inteso non tanto come prestazione sul campo quanto come valorizzazione del proprio titolo. In questo senso, immagine e professionalità non sono altro che due facce della stessa medaglia, con la quale l’azienda calcio stabilisce i requisiti principali per posizionarsi meglio sullo scaffale. Glamour, social, ma nello stesso tempo lucido manager di se stesso: questo è il modello, incarnato da CR7, al quale tendono oggi tutti gli atleti. Ogni tanto, però, un calciatore ci appare improvvisamente normale. Una normalità che prescinde da tatuaggi, acconciature undercut e profili Instagram, ma che non per questo può definirsi ordinaria, banale. Al contrario, questa normalità ha del miracoloso perché ci rivela quello che davvero vediamo quando un calciatore entra in uno stadio acclamato da migliaia di tifosi: un ragazzo che gioca. Se poi questo ragazzo indossa una maglia arancione dal taglio un po’ vintage, che tanto ricorda quella sfoggiata da Cruijff, da Rep, da Neeskens e dagli altri vicecampioni del mondo del ’74, l’effetto è quello di ritrovarsi ancora davanti un componente della vecchia rock-band.

Basette lunghe e leve ancora più lunghe, Daley Blind potrebbe infiltrarsi nei filmati d’epoca senza dare nell’occhio. Qualunque altro virgulto dell’Ajax – forse perfino il giovanissimo De Ligt, che certo non sfigurerebbe accanto a Krol – verrebbe rigettato come un corpo estraneo dalle immagini della nazionale olandese guidata da Rinus Michels, ma non questo mancino dinoccolato che, nella sua carriera, ha saputo esplorare con grande libertà tutta la fascia sinistra del campo (anomalia, questa, che già lo rende originale in un calcio dove ci si sposta più facilmente da un capo all’altro del mondo che non dal ruolo di terzino a quello di mediano). Il primo elemento di compatibilità tra Blind e i tulipani allenati da Michels è proprio di natura tattica. Daley è infatti un maestro nello scambio di posizione, si sovrappone e copre con una facilità che ricorda quella di Suurbier e Haan quando incrociavano la propria zona di pertinenza. Ma quella che salta di più agli occhi è la somiglianza estetica tra Blind e la generazione degli anni Settanta: una somiglianza sorprendente, se si pensa che Daley è un ragazzo di trent’anni cresciuto con il web e che i suoi modelli di riferimento, semmai, dovrebbero essere suo padre Danny e Frank de Boer, il tecnico che l’ha lanciato, i quali giocarono e vinsero con l’Ajax vent’anni più tardi.

Non sappiamo cosa indossi Daley Blind fuori dal terreno di gioco, ma la sua aria beat, vagamente hippie, lo rende perfetto per una camicia a fiori e per dei pantaloni a zampa d’elefante. Un’apparenza che sembra uno stile di vita, più che una moda passeggera, e che gli conferisce un’aura di superiorità diversa da quella, piuttosto arrogante, di cui s’ammantano i fuoriclasse di oggi. Quella di Daley Blind è una superiorità filosofica, vagamente orientale, che si traduce in campo nell’essere sempre un tutt’uno con il gioco. Un calciatore semplice, e perciò speciale.

 

Carlo D’Amicis è autore delle trasmissioni Fahrenheit su Rai Radio 3 e Quante storie su Rai 3. Ha scritto molti romanzi. L’ultimo, Il gioco (Mondadori, 2018), è stato in cinquina al Premio Strega. Ha curato due edizioni di C’è un grande prato verde (Manni), un’antologia in cui decine di scrittori hanno raccontato i campionati di calcio 2011-2012 e 2012-2013. Il 17 ottobre uscirà per 66thand2nd la “riscrittura” di un suo romanzo di qualche anno fa, Il ferroviere e il golden gol. È stato per molti anni capitano dell’Osvaldo Soriano Football Club, la “nazionale” degli scrittori. Tifa Lazio.

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