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Ecco, questo era il gigante Caligari

05.09.2019

Claudio Caligari e Valerio Mastandrea sul set di “L'odore della notte” (1988)

Il regista di “Amore tossico” e quel suo magnifico dono di saper raccontare l'umanità e insieme la tragedia della marginalità. A Venezia, il documentario dedicato alla parabola di un autore diverso da tutti gli altri

Nelle molte code con esito incerto della Mostra del Cinema di Venezia, le opzioni per ammazzare il tempo sono di solito due: o farsi intrattenere dalle abili maschere che smistano gli spettatori nelle varie corsie d’accesso preferenziale alle sale, oppure attaccarsi al telefono. L’altra sera avevo scelto la seconda, rispondendo a un amico straniero che mi chiedeva via messaggio quale film stessi per andare a vedere. Un documentario, ho risposto, su un regista italiano cult. Ha fatto solo tre film, ma è gigante. Claudio Caligari era mancato da poco più di 3 mesi, quando nel 2015 presentarono fuori concorso al festival di Venezia la sua ultima creazione, Non essere cattivo. Cast e produttori si presentarono ai photocall con visi un po’ mesti, più emozionati per la perdita del regista che per aver partecipato al suo film finale.

Quattro anni più tardi si presenta al festival numero 67 un documentario sull’uomo e la sua breve ma intensa filmografia — Se c’è un aldilà sono fottuto, di Simone Isola e Fausto Trombetta — nella sottosezione di Venezia Classici dedicata ai documentari sul cinema. Valerio Mastandrea, che fu tra i produttori di Non essere cattivo e attore in L’odore della notte (1998) è guida e punto di riferimento del doc nonché dell’ultima fase della vita professionale del regista. Il documentario apre con una lettera del 2004 a Martin Scorsese, autore che Caligari amava molto, al punto da chiamare confidenzialmente “Martino” e guardare al suo Mean Streets come modello. All’epoca si stava cercando di aiutare il regista a ottenere i finanziamenti e la missiva di Mastandrea si conclude con una domanda triste: «È così difficile fare film in Italia?»

Caligari (a destra) sul set di "Amore tossico” (1983)

Per molti – me compresa – Caligari era “solo” l’autore visionario e intelligente di Amore Tossico (1983), film politico su quella che lo stesso regista definì «la tragedia storica che ha investito tutte le periferie d’Italia», ma anche espressione di uno sguardo unico sul Paese. Nel documentario di Isola e Trombetta molte scene originali sono confrontate, in split screen, con le medesime inquadrature girate negli stessi luoghi ai giorni d’oggi. L’impressione è quella di osservare delle istantanee di Guido Guidi o Luigi Ghirri, spogliate però del loro calore e artifizio della composizione, e restituite nei toni crudi del realismo. Ostia come “buco nero” dell’Italia, ma raccontata con l’ingenuità e onestà che Caligari ammirava in De Seta. La sua capacità straordinaria era proprio quella di saper trasmettere, anche a coloro che non appartenevano ai mondi disgraziati suoi soggetti, l’umanità e insieme la tragedia della marginalità. Che anche lui sia stato vittima — o protagonista — di una condizione di marginalità nel cinema italiano è il punctum non detto del doc, che fornisce un ritratto rispettoso della biografia, dalla nascita ad Arona all’ultimo giorno di riprese di Non essere cattivo in un cimitero laziale. Ma anche se formalmente classico, Se c’è un aldilà sono fottuto fa tutt’altro che seppellire l’opera del regista.

Ancora "Amore tossico”

Marco Ferreri l’aveva preso sotto la sua ala. Durante le riprese di Amore tossico gli attori davvero drogati dovevano rimanere puliti e il medico di Ferreri passava ogni mattina alle dieci a distribuire metadone per favorirli nell’intento. Alla presentazione veneziana Ferreri l’aveva definito il suo discepolo e poi era scoppiato il finimondo, tra insulti a Tatti Sanguineti e uno schiaffo ad Hanna Schygulla, «all’epoca grassissima». C’era stato anche l’intervento di Mario Appignani aka Cavallo Pazzo. Difficile immaginarsi Caligari in mezzo a questa baraonda: un uomo pacato e timido, elegante, di poche e chiare parole e ancora meno amici. Una di quelle persone che sceglie con chi stare, con chi lavorare. Eppure, nessuno degli intervistati del documentario, tra collaboratori, attori e amici, incolpa la ritrosia a fare compromessi come motivo della filmografia ridotta. Moltissimi i progetti cominciati e abbandonati in via di realizzazione. Il dispiacere di non poter girare la serie di Romanzo Criminale. Ma anche il talento nello scoprire grandi attori, che ci ha lasciato in eredità Luca Marinelli e Alessandro Borghi.

È evidente, in Se c’è un aldilà sono fottuto, che la sua integrità autoriale fu qualità essenziale e non limite della sua opera. Se ne soffrisse o no, come uomo, è il quesito amaro con cui ci lascia il documentario. Che però ricorda e ci fa mancare soprattutto la sua natura instancabile: in un’intervista Nanni Moretti gli fece notare come tra il primo e il secondo film fossero passati quindi anni. Lui aveva risposto: «In mezzo ci sono altri 30 film che non ho fatto» e che aveva ricercato, scritto da cima a capo, immaginato. Si esce dalla sala con la voglia di vederli tutti, con la speranza che qualcuno prenda in mano l’archivio e dia vita postuma alla sua immaginazione. Poi ci si ricorda di che stoffa era fatto Claudio Caligari. E con riguardo e stima si richiude il cassetto.

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