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L’adolescenza è tutto tranne che un’Euphoria

25.09.2019

Kat (interpretata da Barbie Ferreira) e Maddy (Alexa Demie) in “Euphoria”, in onda in prima tv per l'Italia su Sky Atlantic da giovedì 26 a domenica 29 settembre

Il ritratto di una generazione tossica e perversa che brancola in un mondo alla deriva: siete pronti anche voi alla serie tv dell'anno?

Inutile girarci intorno, Euphoria è la serie dell’anno, un prodotto davvero unico e originale, anche in un anno come il 2019 ricco di serie tv di altissimo livello, da Chernobyl a Years and Years. È un “teen drama” creato da Sam Levinson e interpretato dall’ex stella di Disney Channel Zendaya, qui nei panni di un’adolescente depressa, bipolare, tossicodipendente e forse lesbica. È coprodotto dal rapper Drake e distribuito da HBO, il canale via cavo di Game of Thrones e Big Little Lies, che proprio con Euphoria (su Sky Atlantic dal 26 settembre) si riconferma la rete più sperimentale e innovativa nel panorama televisivo. Toccando vette mai raggiunte di tragicità e crudezza all’interno di un genere diventato già da tempo sempre più cinico e oscuro.

Negli ultimi anni il dramma giovanile è tornato alla ribalta con SKAM, 13 Reasons Why e The End of The F***ing World, tutte serie di grande successo che raccontano il disagio e lo smarrimento dei giovani di oggi: la generazione Z. I temi sono sempre gli stessi – l’incomunicabilità tra genitori e figli, i primi amori, la scoperta del sesso – declinati con un linguaggio onesto, esplicito e senza censure. A questi si aggiungono poi slut-shaming, cyberbullismo, emarginazione sociale, suicidio, malattie mentali, che ricoprono un posto centrale all’interno delle nuove narrazioni. Certo, nel 2007 Skins aveva fatto scuola, affrontando tabù e questioni scabrose; e prima ancora, nel 2003, The O.C. raccontava già l’adolescenza devastata e in rotta con il mondo, incarnata dall’indimenticabile Marissa Cooper. Oggi, però, nell’era di internet e dei social, tutto è amplificato: la visione si fa nera, tragica; la violenza – tra omicidi, suicidi e abusi – è pervasiva, mentre i protagonisti sono perlopiù outsider depressi, ragazze autolesioniste e giovani psicopatici. «Essere pazzi in un mondo sconvolto non è follia; è sanità mentale», si dice in The End of The F***ing World, nichilista fino al midollo.

Rue Bennett interpretata da Zendaya (nata a Oakland nel 1996), la star di questa serie tv targata HBO

Euphoria non fa altro che riprendere quel discorso carico di malessere, portandolo all’estremo e alzando l’asticella di che cosa è consentito dire e mostrare in tv. Rue (Zendaya) è nata tre giorni dopo l’11 settembre, è appena uscita dal rehab ma ritorna subito a drogarsi, comprando droghe psichedeliche da uno spacciatore bambino. Tanto, «il mondo sta per finire», dice lei. Al suo fianco, una folta schiera di protagoniste, tra cui Jules (Hunter Schafer), ragazza transgender, Kat (Barbie Ferreira), vittima di body-shaming, e Maddy (Alexa Demie), fidanzata con Nate (Jacob Elordi), la misoginia fatta a persona. Supportata dalla voce over di Rue, la serie racconta le loro storie e i loro traumi, mettendo in scena una pluralità femminile senza precedenti per il genere di riferimento. I maschi ci sono, ma sono comprimari o antagonisti sessisti/psicopatici. Il ritratto, neanche a dirlo, è spietato: una generazione a pezzi che brancola in un mondo alla deriva, alla ricerca di un attimo di quiete e, paradossalmente, di euforia insieme. Si fa così largo uso di droghe, si beve, si fuma e si fa tanto sesso, a volte impacciato altre violento (nel pilot c’è una scena di stupro molto cruda). Le scene di nudo non sono mai state così tante, specie quelle dei maschi (in una sequenza ci sono circa trenta falli); si parla di dick pic, catfishing, sex work, bilanciando abilmente melodramma e satira. Non mancano infatti momenti squisitamente comici, che alleggeriscono la tensione e stemperano quel senso di tragedia incombente.

Euphoria è una tragicommedia che tenta di raccontare quel continuo, frenetico alternarsi di emozioni così peculiare nella generazione dei più giovani. Ma nonostante il disagio e la violenza sistemica che colpisce quasi tutte (e tutti), le protagoniste della serie non appaiono mai come vittime. Cadono, piangono, e quando il dolore diventa insopportabile si rifugiano nell’alcol, nelle droghe, nel sesso, ma poi reagiscono e si rialzano quasi sempre. Trovano la forza in loro stesse e nell’amicizia, complicata e incasinata, come la loro vita, vissuta per eccessi. La regia, la fotografia, il trucco, la musica, tutto è esagerato e curato all’estremo. Perché è così che “sentono” Rue e le sue amiche: come fosse sempre la fine del mondo.

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