Per Kafka è una metafora dell’esistenza. Per Calvino un gioco di specchi. Lungi dall’essere testimoni di un passato superato, le fortezze sono abitate da storie e ispirano nuove saghe

«Oh che bel castello marcondirondirondellooo», cantano i bambini in allegria, e un moderno menestrello, come fu Fabrizio De André, se ne ricordò nel suo “Girotondo” dell’album del 1968 “Tutti morimmo a stento”. L’espressione popolare cristallizza, in effetti, il portato simbolico e reale che il castello ha avuto, nelle varie forme che esso ha preso, nella storia europea, e in particolare in quella italiana. Il castello, forma parossistica della casa, non è altro che il perfezionamento dell’immagine gerarchica del Medioevo, l’epoca nella quale la fortezza, ingentilita da torrioni e merli, ha preso a punteggiare praticamente ogni paese della penisola. Il fenomeno dell’incastellamento ha caratterizzato l’Europa dal IX all’XI secolo, per poi continuare. Tanto che il castello diventa, nell’immaginario comune, il teatro nel quale le fiabe si svolgono. Dici “castello” e alcuni elementi ricorrono, proprio a confermare lo specimen visivo e architettonico che è talmente entrato in ciascuno di noi da non poterlo più eliminare.

Innanzitutto, il luogo: un bastione fortificato che nasce su una vetta, un poco isolato, e dal quale si irraggia il contado circostante, gli elementi identitari, le torri, i fossati che lo circondano, i ponti levatoi, i contrafforti e le mura che difendono e proteggono i castellani, i feudatari e la loro corte. O che, talora, li imprigionano: quante fiabe ci narrano di belle rinchiuse nella torre costrette a calare la loro lunga treccia per consentire al cavaliere di turno di salvarle?

E si pensi al gioco degli scacchi, che rievoca e ferma nelle figure proprio quell’immaginario: il re, l’onnipotente regina, gli alfieri e i cavalieri, gli umili pedoni e le torri che dominano le linee orizzontali e verticali. Del resto, l’epica medioevale, intesa come letteratura di corte, e la figura dominante del cavaliere che riscatta con il suo esempio vite altrimenti da dimenticare, sono il portato culturalmente più forte dei cosiddetti secoli bui: non si può immaginare il Medioevo senza queste figure cruciali. Per questo, per gli echi profondi che le narrazioni di quell’epoca hanno portato sino a noi, il castello e i suoi protagonisti allungano le loro ombre e i loro splendori fino alla cultura contemporanea.

Il Castello Visconteo di Pavia

Lungi dall’essere suppellettili di un passato intangibile e poco comprensibile, i castelli diventano luoghi di narrazione. Pensiamo al tipico castello gotico (che agisce nel profondo della narrativa soprattutto di area anglosassone, come dimenticare I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe che dà la stura alla letteratura gotica, pinnacoli e segrete, celle e misteri da svelare?), a un’aristocrazia divenuta spettrale (e qui si insinua la persistente saga del conte Dracula, con tutte le sue declinazioni), fino alle soluzioni metafisiche, quelle che consentono a un gigante come Franz Kafka, che nei paraggi del castello di Praga ci abitò veramente, di fare del castello e del suo significato una metafora dell’esistenza.

Nella vicenda dell’agrimensore K. ritroviamo i suoi presagi e disvelamenti psicologici oltre che materiali: «Non era un vecchio maniero feudale né un palazzo nuovo e sontuoso, ma una vasta costruzione composta da pochi edifici a due piani e molte case basse serrate l’una contro l’altra. Chi non avesse saputo che era un Castello, l’avrebbe scambiato per una piccola città». Mentre Calvino si prende gioco dell’essenza della potenza narrativa del castello nei suoi «destini incrociati»: ogni castello genera storie. Non esaurisce la sua funzione di produzione di memoria e immaginario.

Oggi i castelli sono scenari della nostra immaginazione, ricettacoli di musei e gallerie di quadri, interpreti maestosi di un passato che non passa. Le migliaia sul territorio italiano sono una rappresentazione imprescindibile della nostra memoria (qualche decennio fa furono celebrati da un’indimenticabile serie di francobolli). Capita così anche per il castello di Pavia, inserito in un sistema che prevede anche la presenza della Certosa e del parco per le storie dei Visconti, che lo eressero a partire dal 1360.

Qui si tenne, il 17 gennaio 1491, lo sfarzoso matrimonio che unì Ludovico il Moro a Beatrice d’Este, figlia di Ercole I d’Este, duca di Ferrara. E qui era conservata la grande biblioteca privata dei duchi di Milano, che, nel 1499, raccoglieva oltre 900 codici miniati. Fu trasportata nel 1500 in Francia dal re Luigi XII e i volumi di Visconti e Sforza conservati oggi nella Bibliothèque nationale de France sono circa 400. Per un certo periodo fu questa anche la casa del Virgilio di Petrarca con le miniature di Simone Martini: per fortuna, prima della spoliazione francese, il codice prese altre strade, diventando il Virgilio Ambrosiano, per merito del cardinale Federico Borromeo.

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