Appendice

Il presente ha un volto antico

IL 114 19.09.2019

Andrea Belotti, 25 anni, è nato a Calcinate (Bergamo). È il capitano del Torino

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/5. Andrea Belotti, ovvero come essere un formidabile centravanti e segnare 65 gol in 142 partite senza essere egoisti

«Belotti ha il volto antico degli eroi del Toro»: così Siniša Mihajlović , all’epoca sulla panchina del club granata, alla vigilia di un derby giocato all’ombra della Mole. E basta affiancare una foto dell’attuale capitano della squadra oggi allenata da Walter Mazzarri a una delle immagini che immortalano i ragazzi del Grande Torino per rendersi conto che il trainer serbo aveva ragione.

C’è chi, tra tifosi e commentatori, paragona in realtà il centravanti che di recente ha ritrovato la Nazionale a Francesco Graziani, che con Paolino Pulici nel Toro dello scudetto allenato da Gigi Radice componeva i famosi Gemelli del Gol. Lui, Andrea Belotti, nato a Calcinate in provincia di Bergamo il 20 dicembre 1993, è soprannominato invece il Gallo da quando un amico d’infanzia, Juri Gallo, gli suggerì di esultare dopo i gol mimando una cresta con le dita di una mano.

Sta di fatto che io il Gallo lo amo a cominciare proprio da quel suo volto antico. Un volto da cui traspaiono qualità rare in un uomo prima ancora che in un calciatore: schiettezza, concretezza, fiducia; un’allegria che non ha nulla in comune con la superficialità ma che ha a che fare con il carattere di uno che ha saputo guadagnarsi col lavoro e coi sacrifici tutto ciò che ha e che fa; e poi un’assenza di egoismo che per un centravanti può rivelarsi in certi casi addirittura controproducente. Eppure Belotti è fatto così, per sua e nostra fortuna.

Di reti con la maglia indossata un tempo da Guglielmo Gabetto finora Belotti ne ha segnate 65 in 142 partite. In precedenza ne aveva realizzate 16 con il Palermo in 62 partite, e 14 con l’Albinoleffe in 39. I primi calci a un pallone in una squadra il giovanissimo Andrea li tira nell’oratorio di Gorlago e poi nella Grumellese. Da parte mia non so chi sia a valutare negativamente il suo provino nell’Atalanta. Ma se l’esito fosse stato positivo, oggi forse Belotti vestirebbe ancora la maglia della Dea. Invece, dopo essere cresciuto nel settore giovanile dell’Albinoleffe, in cui esordisce con un gol appena diciottenne in un match di Serie B disputato nel 2012 contro il Livorno, Belotti passa al Palermo, debuttando in Serie A con i rosanero all’età di vent’anni nel 2014, quando contro la Samp entra al posto di Dybala. Dopodiché, nell’estate del 2015, firma il suo primo contratto con il Toro. E malgrado un avvio non facile, contrassegnato da una sola rete nel girone d’andata di quel campionato poi chiuso con uno score di 12 gol, si conquista il cuore della tifoseria granata.

Nel torneo successivo, alla seconda giornata mette a segno contro il Bologna la sua prima tripletta nella massima serie. Un’altra la realizza contro la sua ex squadra, il Palermo, nel giro di soli sette minuti. È il 5 marzo 2017 ed è, quella, la sua prima partita con la fascia da capitano al braccio dal primo minuto di gioco. Una fascia portata prima di lui, tra gli altri, da Valentino Mazzola, Giorgio Ferrini, Claudio Sala, Marco Ferrante, Rolando Bianchi: tutti calciatori capaci di lasciare un segno indelebile nella storia del club oggi presieduto da Urbano Cairo. Di triplette ne arrivano altre, ma al di là dei numeri – che come sappiamo contano eccome per uno che di mestiere fa l’attaccante ed è chiamato innanzitutto a segnare, cosa che in quel campionato Belotti fa a ripetizione, arrivando a totalizzare 26 reti in 35 partite, al momento il suo record personale – ciò che di Belotti colpisce i ragazzi che si sgolano in curva Maratona e gli altri tifosi granata è la generosità. Quella generosità che fa sì che lo si paragoni appunto al sopracitato Ciccio Graziani. Ma che Andrea, con quella sua faccia antica da eroe del Toro d’altri tempi, declina in un modo speciale, che è solo suo.

Da quando Belotti è al Toro ho visto tutte le partite che ha disputato in granata. In certe è stato straordinario, a cominciare dalle celebri rovesciate con cui ha trafitto in due tornei di fila il Sassuolo: roba da cineteca, si diceva una volta. Adesso le si può rivedere su YouTube. In altre ha sbagliato cose apparentemente semplici, magari mancando il controllo di un pallone che, se gestito a dovere, gli avrebbe probabilmente consentito di raddrizzare quei match che da decenni talvolta il Toro sbaglia a interpretare, mandando ai matti l’allenatore di turno. Ma su quegli errori Belotti nel corso dell’ultima stagione si è messo al lavoro sgobbando da par suo negli allenamenti sull’erba del caro vecchio Filadelfia, migliorando sensibilmente.

Poi però ci sono stati gli infortuni al ginocchio, che lo hanno tenuto fuori dal campo per un tot di incontri e che – complici i tempi di ripresa anche psicologica di cui necessita un calciatore quando il corpo lo tradisce e deve ritrovare fiducia in se stesso – gli hanno impedito di ripetere l’exploit che aveva portato la sua valutazione a 100 milioni. Già: 100 milioni. Che certo sono tanti. E che però sono poca cosa rispetto ai sogni. Perché Belotti è di quei rari calciatori che fanno sognare. E questo nonostante la sua generosità.

Mi spiego. Per un calciatore che gioca nel suo ruolo, Andrea Belotti dovrebbe essere innanzitutto egoista. Da lui ci si aspetta che faccia gol. E per far gol uno che di mestiere fa la prima punta è disposto a tutto, non guarda in faccia nessuno. E invece. E invece Andrea Belotti detto il Gallo, che davvero fa sognare con le sue rovesciate, è a tratti perfino commovente per come si sbatte su e giù per il rettangolo di gioco, pressando gli avversari e correndo in aiuto dei compagni, recuperando palloni a centrocampo e tornando in difesa a marcare quando la squadra è in difficoltà e ci sarebbe bisogno di un uomo in più. E, se l’uomo in più c’è sempre, è grazie lui: lo si vede fare il terzino sinistro e l’ala destra, il mediano e la mezz’ala, e quando qualcuno gli fa fallo e lo butta a terra lui non si lamenta mai, alza la testa e il più delle volte sorride all’arbitro allargando le braccia.

Belotti, che sa segnare di destro e di sinistro e di testa e in acrobazia, nel corso degli anni ha imparato a servire come si deve i compagni quando c’è da fare un contropiede e a svettare su tutti quando c’è da spazzare l’area in occasione di un calcio d’angolo battuto dalla squadra avversaria.

E sì, a volte sbaglia un calcio di rigore. Ma poi, per farsi perdonare innanzitutto dai bambini che allo stadio si presentano con il suo nome stampato sulla schiena della maglietta granata comprata dal papà sotto la Torre di Maratona, è capace di segnare una doppietta fatta di classe, voglia, determinazione, cocciutaggine, furore agonistico e di nuovo ancora e sempre generosità.

Non si tira mai indietro, Andrea Belotti. Quando esce dal campo la sua maglia è madida di sudore. E la sua generosità, fatta di altruismo e spirito di sacrificio e muscoli dolenti e incapacità vera di darsi per vinto, genera gratitudine: alla pari della gentilezza e dell’umiltà che mostra ogni volta fuori dal campo, altre merci assai rare – non solo nel calcio – al giorno d’oggi.

 

Giuseppe Culicchia ha esordito con una tripletta di romanzi: Tutti giù per terra, Paso doble e Bla bla bla (Garzanti 1994, 1995 e 1997). E poi ha continuato a scrivere (e tradurre) moltissimo: il suo ultimo romanzo è Il cuore e la tenebra (Mondadori, 2019), la prossima traduzione è Bianco di Bret Easton Ellis (in uscita per Einaudi in ottobre). Nel maggio scorso ha pubblicato Superga 1949. Il destino del grande Torino, ultima epopea dell’Italia unita (Solferino). Tifa Torino.

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