Appendice

Il matto buono del Nordeste: 36 anni, 43 tituli

IL 114 02.09.2019

Dani Alves, 36 anni, brasiliano. Gioca nel suo Paese, nel San Paolo

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/1. Dani Alves: dai campi veri (quelli zappati con il padre) ai campi internazionali che lo hanno fatto entrare nell’Olimpo del pallone

È brasiliano ma non porta il numero 10 sulla maglia, anzi gioca – alla sua maniera, generosa e ipercinetica – da terzino. Grazie al calcio ha messo insieme una fortuna, eppure non ammorba le platee virtuali con cinguettii e stories pensati unicamente per esibire la propria ricchezza. Ha divorziato dalla madre dei suoi due figli e si è risposato con una fotomodella di dieci anni più giovane, ma è sempre rimasto vicino alla propria ex, alla quale ha delegato la direzione di diverse società e la cura della propria immagine.

Daniel Alves Da Silva, carnagione color caffelatte e occhi verdi abituati a orizzonti sterminati, taglia ridotta e grinta agonistica da gladiatore, contraddice insomma tutti i luoghi comuni sulle stelle del calcio, che i detrattori del “meraviglioso giuoco” dipingono come giovanotti frivoli di mirabile tecnica e poco fosforo, viziatelli attenti solo al conto in banca e incapaci di scelte responsabili.

Dani Alves, come lo conoscono gli appassionati di calcio, è cresciuto nel rurale Nordeste a pane, calcio e zappa: sin da bimbo la madre Lucia lo svegliava alle quattro del mattino per spedirlo al seguito di papà Domingos a faticare nei campi, e anche ora che è una celebrità del contadino gli è rimasto lo schietto buonsenso. A differenza di tanti colleghi, che nelle interviste si lasciano mettere volentieri la museruola dai procuratori, o semplicemente non hanno granché da comunicare, lui non si è mai astenuto dal dire la sua su ricchezza e povertà, depressione e allegria, libertà e omologazione, e lancia spesso strali sul clamore plastificato che, a suo dire, rende triste e fasullo il grande circo del football.

A dire il vero impiega i social principalmente per diffondere spensierate esibizioni canore e scherzi ai danni dei compagni di squadra, ché ritiene importante sdrammatizzare il ruolo del calciatore. Quando però vuole fare sul serio, si dimostra intelligente e anticonformista: qualche anno fa un tifoso avversario particolarmente idiota gli ha lanciato contro una banana e lui, anziché denunciare la malefatta all’arbitro, l’ha raccolta, liberata dalla buccia e mangiata con grande nonchalance, quindi ha lanciato una fortunatissima campagna web contro il razzismo negli stadi.

Terzino di lotta e di governo, signoreggia sulla fascia destra come un tempo il “Pendolino” Cafu, il suo modello dichiarato, e come lui ha ormai ampiamente ottenuto la propria consacrazione: il nostro infatti non è solo un meraviglioso irregolare, o un’estrosa testa calda che finisce sempre per discutere con presidenti e direttori sportivi: Dani Alves è semplicemente il giocatore più titolato del pianeta, con una bacheca personale di 43 trofei vinti fra Brasile, Spagna, Italia e Francia.

A 36 anni è il capitano della nazionale verde-oro, a Rio e dintorni un’istituzione vivente, e all’indomani della vittoria elettorale di Jair Bolsonaro, uomo in odor di reazione apprezzatissimo da un buon numero di colleghi pedatori, si è affrettato a indirizzarsi al neo presidente per raccomandarsi di trattare tutti i compatrioti come esseri umani a prescindere dall’etnia e dagli orientamenti personali. Dal suo punto di vista, infatti, l’ordine senza il progresso non farà la felicità del Brasile. Solo Juninho Pernambucano, l’ex mago delle punizioni, ha osato esprimere un dissenso più esplicito, ma per un calciatore ormai ritirato è più semplice parlare liberamente. A differenza di lui, Alves è ancora all’apice della carriera, e pur cambiando casacca e campionato con grande frequenza, continua a dimostrarsi un conquistatore seriale di coppe e scudetti. Negli ultimi cinque anni, in barba a chi periodicamente si arrischia a darlo per finito, ha vinto il campionato per due volte con la casacca del Barcellona, poi alla Juventus nell’unico anno trascorso in Italia, quindi ha fatto nuovamente il bis in Francia, dove ha condiviso fino a poche settimane fa lo spogliatoio del Paris Saint-Germain con Gigi Buffon e il più giovane connazionale Neymar, che stravede per lui.

Pochi uomini come il nostro Dani possono esemplificare i concetti di “leader naturale” e “senatore dello spogliatoio”, e anche i più frivoli tra i colleghi ne riconoscono lo spessore. Egli stesso ammette che aggiudicarsi trofei a raffica giocando in squadre di altissimo livello è più facile che altrove, ma se oggi è conteso dai maggiori club è perché ha cominciato a macinare successi dove l’abitudine al trionfo era sconosciuta. Si è fatto le ossa nel Bahia, non esattamente una superpotenza del calcio brasiliano, e appena sbarcato in Europa si è messo in luce al Siviglia, squadra operaia “de hombres, no de nombres”, “di uomini, non di nomi”; gli andalusi non vincevano nulla da sessant’anni, erano reduci da annate di dissesto finanziario ed erano tornati da poche stagioni nella Liga, la massima serie iberica segnata dal duopolio Barça-Real.

Grazie alla forza del collettivo i rojiblancos si sono levati lo sfizio di alzare al cielo la Coppa del Re, e hanno colto i primi successi di sempre in campo internazionale: le due Coppe Uefa – oggi Europa League – conquistate nel 2006 e nel 2007 li hanno iscritti di diritto fra i club più invidiati del continente. Alla cavalcata trionfale è seguito un autentico dramma: durante la prima giornata del campionato successivo il compagno di squadra Antonio Puerta, 22 anni e fresco di debutto in nazionale, si è accasciato in campo, vittima di un arresto cardiaco che l’ha condotto alla morte. In seguito alla tragedia Alves, benché richiestissimo dai top club europei, si è convinto a restare a Siviglia ancora una stagione, nel corso della quale gli andalusi si sono cimentati per la prima volta nella Champions League, quindi è passato al Barcellona, diventando un punto fermo degli invincibili Blaugrana orchestrati da Pep Guardiola.

Insieme a Messi e compagni, il brasiliano ha conquistato cinque titoli nazionali e, per ben tre volte, la “Coppa delle grandi orecchie”, il sacro Graal di ogni calciatore. In Catalogna la sua vita è cambiata per sempre, ma anche nell’Olimpo del football Alves è rimasto il solito testardo idealista capace di conquistare i compagni a forza di carisma e autenticità.

Scalando le graduatorie dei calciatori più titolati del pianeta, l’ex ragazzino di campagna si è reso conto che «la ricchezza e la celebrità non danno la gioia, anzi creano un sacco di problemi, ma ti offrono anche la possibilità di dare l’esempio agli altri e aiutare i meno fortunati». Un’assunzione di responsabilità che forse non farà di lui il Nobel per la pace, ma resta merce rara nel mondo del calcio, dove le sue stravaganze gli hanno guadagnato il soprannome di “el loco”, “il pazzo”, che l’interessato non disdegna, pur rivendicando di essere “un loco bueno”.

Dopo otto anni straordinari se n’è andato da Barcellona promettendo che l’avrebbero rimpianto, e lo stesso Messi ha dichiarato che la sua partenza avrebbe creato un vuoto incolmabile. Passato alla Juve come una luminosissima meteora, ha interrotto il contratto dopo appena dodici mesi, dichiarando che a Torino non si sentiva felice né libero di esprimersi; chi conosce dall’interno l’ambiente bianconero ammette che il matrimonio fra l’anarcoide terzino insofferente delle regole – guai a imporgli di restare nella propria metà campo – e la prudente Vecchia Signora era quantomeno avventato. Così è andato a Parigi, dove ha conquistato gli ultimi due titoli francesi e trovato modo di battagliare in campo internazionale col detestato Cristiano Ronaldo, arrivando a nettarsi il naso sulla maglia del portoghese pur di fargli perdere le staffe. Animo nomade per natura, neppure sulle rive della Senna ha trovato la pace, e ormai è ripartito anche da lì senza risparmiare note al vetriolo alla dirigenza.

Per esigente e umorale che sia, a un’età in cui molti colleghi contrattano un dorato tramonto negli Stati Uniti o in Cina, Dani Alves è ancora richiestissimo: in questa sessione di calciomercato – che lo ha visto tornare nel suo Paese, al San Paolo – lo hanno corteggiato l’Inter di Conte e i magnati arabi, lo ha reclamato l’opulenta Premier inglese, e non c’è stato tifoso che non lo avrebbe voluto vedere con la maglia della propria squadra. Nel calcio vincere sarà anche l’unica cosa che conta, ma vincere con undici soldatini in campo è meno gratificante rispetto al riuscirci guidati da un loco circondato dall’aura della leggenda.

 

Enrico Brizzi con il suo esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato nel 1994, ha segnato più di una generazione di lettori. Nel 2015 ha vinto il Premio Bancarella Sport. Il suo ultimo romanzo è Tu che sei di me la miglior parte (Mondadori, 2018). Sono appena usciti per DeA Planeta due suoi libri per ragazzi sul calcio: Felix e l’estate perfetta e Pepp il mago di Porta Vittoria. Tifa Bologna.

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