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L’arte di mescolare le acque

IL 114 16.09.2019

Rebecca Ackroyd "The Mulch", 2018.

La Biennale di Lione (18 settembre-5 gennaio) si rinnova con il direttore artistico Isabelle Bertolotti, ma si conferma come rassegna a forte vocazione sperimentale. E, nello stesso periodo, l’arte contemporanea conquista anche Istanbul

Le sculture di “materia mutante” di Isabelle Andriessen. L’ambiente domestico cristallizzato di Bianca Bondi. Lo scenografico speaker’s corner di Philippe Quesne. Oppure, i graffiti di Aguirre Schwarz che dissacrano i loghi degli sponsor della manifestazione. Il menù della Biennale di Lione di quest’anno conferma la vocazione sperimentale della rassegna, diventata luogo dove intercettare le nuove tendenze prima della loro affermazione definitiva. Diversi artisti sono passati da qui prima di raggiungere la consacrazione e lo stesso Ralph Rugoff, quest’anno protagonista a Venezia, aveva curato la rassegna francese nel 2015.

Quella del 2019 è un’annata di rinnovamento e ripartenza, pur nella continuità. Dopo un “regno” ininterrotto sin dalla prima edizione del 1991, il direttore artistico Thierry Raspail ha infatti lasciato il suo posto. Ma è stato sostituito da un’insider della Biennale, sua stretta collaboratrice e cofondatrice della rassegna: Isabelle Bertolotti, che ha anticipato a IL i contenuti e lo spirito della quindicesima edizione, in apertura il 18 settembre. «Il titolo, Là où les eaux se mêlent (dove le acque si mescolano), è tratto da una poesia di Raymond Carver», spiega. «Lione si struttura intorno ai due fiumi che vi si congiungono. Da qui l’idea di acque che si mescolano, ma soprattutto il concetto di flusso: umano, economico… Nell’insieme, la mostra compone una sorta di paesaggio in cui il visitatore si muove e di cui diventa parte». Merito anche delle dimensioni del nuovo spazio espositivo, l’ex fabbrica Fagor. «Era un’opportunità da non perdere: 30mila metri quadrati (in precedenza occupati dal festival techno delle Nuits Sonores) che ci vengono offerti gratuitamente – la Sucrière, che abbiamo usato per tanti anni, era a pagamento».

Oltre che alla Fagor, le opere sono esposte come d’abitudine al Musée d’art contemporain, mentre alcuni lavori sono collocati all’aperto, nel quartiere centrale della città. Un formato espositivo diverso da quello veneziano, insomma, e un modello diverso di Biennale. «A Venezia l’architettura degli spazi è molto densa e strutturata. Da noi è l’opposto: le pareti sono pochissime, si è soli con le opere. Inoltre, Venezia propone molti artisti di grido, sostenuti dalle gallerie e da privati. Il nostro è un taglio sperimentale, orientato alla scoperta di nomi nuovi».

Quella di Lione è, in effetti, una rassegna che può contare su ingenti fondi pubblici (intervengono la città, la regione, la metropoli e lo Stato), anche se quest’anno è cresciuto il sostegno dei privati. Ulteriore scelta sperimentale, la curatela è affidata quest’anno a un collettivo di sette persone, l’équipe del Palais de Tokyo di Parigi. «I collettivi sono sempre difficili da gestire, ma con loro è stato semplice lavorare. Hanno adottato un sistema decisionale orizzontale per scegliere gli artisti: ogni nome doveva essere approvato all’unanimità. E il processo è stato sorprendentemente veloce, grazie alla loro abitudine a lavorare assieme».

Molti degli artisti, invitati a lavorare sul posto, hanno sviluppato progetti entrando nella realtà delle imprese della regione. «Marie Reinert, per esempio, ha registrato i suoni di un ufficio contabilità, dunque le fotocopiatrici, gli ascensori… Una composizione sonora che è come l’ecosistema di un luogo di lavoro». Tra gli altri interventi più spettacolari, quello di Sam Keogh, che porta in mostra un’enorme macchina scavatrice (duecento tonnellate) impiegata per tunnel e trafori, prestatagli da un’impresa. Stéphane Tidet ingaggia invece un motociclista che “disegna” sul terreno con le tracce lasciate dagli pneumatici. L’unico italiano è Nico Vascellari, con sculture ibride tra uomo, animale e macchina e un video girato a Cinecittà. Ma ci sono anche Giulia Cenci all’Institute d’art contemporain di Villeurbanne e Andrea Mastrovito alla Fondation Bullukian, entrambi ospiti di un vastissimo programma collaterale che comprende anche star come Anselm Kiefer. L’artista tedesco espone al convento della Tourette, confrontandosi con gli spazi disegnati da Le Corbusier.

 

Thao-Nguyên Phan, "Mirror of Grain", 2018

Il Bureau des Pleurs propone una realtà alternativa delle fabbriche Fagor

Ashley Hans Scheirl e Jakob Lena Knebl, "Genital Economy Posing", 2018

ISTANBUL RACCONTA L’ANTROPOLOGIA DELL’INCERTEZZA

 

Nicolas Bourriaud, celebre per la sua teoria dell’arte relazionale, è il curatore della Biennale di Istanbul 2019 (dal 14 settembre al 10 novembre). Una scelta indicativa del taglio di una manifestazione che ha come segno distintivo una riflessione serrata sul presente a livello sociale e politico. La sedicesima edizione s’intitola Il settimo continente – com’è stata definita l’enorme massa di plastica che galleggia sull’Oceano Indiano. La mostra si propone come “antropologia di un mondo decentrato”, ovvero instabile, frammentato, segnato dai problemi climatici e dalle migrazioni. Molti i nomi noti, come Charles Avery, Simon Fujiwara, Rashid Johnson, Eva Kot’átková, Mika Rottenberg. Gli italiani sono Armin Linke e Luigi Serafini – presenza quest’ultima inconsueta e inaspettata.

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