Accusato di omicidio per colpa di un’espressione dialettale travisata: come fai a non impazzire? Nella vicenda che vi raccontiamo, il dramma delle migliaia di persone che ogni anno i cosiddetti “errori giudiziari” derubano di un pezzo di vita

Davanti a una storia così, viene da chiedersi: come ha fatto a non impazzire? Davanti alla storia di un uomo che ha passato due decenni in carcere, che non ha visto crescere i figli, recluso pur essendo innocente, viene da pensare: quale potrà mai essere il risarcimento per il furto di un pezzo così lungo di vita?

Si affollano le domande – e aumenta il disagio – prima di incontrare Angelo Massaro. Un uomo esile, ormai brizzolato, che per 21 anni, invece di viaggiare, ha peregrinato tra carceri; invece di vivere con la sua famiglia, come avrebbe potuto, è stato costretto a dividere i tre metri per quattro della cella con degli sconosciuti. Invece di perfezionare una professione, ha frequentato due volte la scuola media, pur di impiegare il tempo, e ha studiato Giurisprudenza, per provare a salvarsi. Così, ora che a 53 anni è finalmente fuori dal carcere e dal suo incubo giudiziario, resta preda «della paura per lo spazio troppo grande e l’orizzonte senza confini», ammette.

Alla fine, inevitabilmente, quella prigione era diventata il suo guscio. Una protezione e la sua unica prospettiva, dopo anni passati con un muro a sbarrare ogni orizzonte, al di là della finestrella. Così, per parlare, scegliamo un angolo del forum Monzani di Modena, dove Massaro è arrivato insieme all’associazione Errori giudiziari, creata da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, al Festival della Giustizia penale. Siamo a ottocento chilometri da casa sua, a Fragagnano, in provincia di Taranto, ma non può che cominciare da lì il suo racconto. E non può non cominciare dal momento della scomparsa di un amico e dal bivio in cui un banale equivoco portò fuori strada la sua vita. «Si persero le sue tracce il 10 ottobre 1995; sette giorni dopo, la mattina del 17 ottobre, come tutte le altre mattine, chiamai mia moglie, per dirle di preparare il bambino per accompagnarlo a scuola. Avrei però prima dovuto liberarmi di un mezzo meccanico e glielo comunicai. Ecco, tutto è cominciato così».

Questo è il prologo di una storia che, in quel momento, Angelo mai avrebbe immaginato potesse stravolgere la sua esistenza e quella della sua famiglia. È bastata invece una consonante, scambiata per un’altra, un’espressione dialettale non compresa e «indagini sbagliate» per trasformare quell’uomo di trent’anni in un assassino. «Porto ‘stu muerz’», disse quella mattina Angelo alla moglie Patrizia, in dialetto tarantino. «Porto quest’ingombro, questo peso morto», intendeva dire, ossia quel bobcat, trasportato su un carrello, di cui doveva liberarsi, prima di andare a prendere il figlio. Ma come in una drammatica commedia degli equivoci, quelle parole acquisirono tutt’altro significato e il peso di una condanna. Muert, non muerz, credette di aver sentito l’addetto alle intercettazioni. E quello scrisse l’investigatore nel brogliaccio. Agli atti dell’inchiesta, ben presto risultò che Angelo quel giorno stava trasportando un cadavere, alle 8.30 di mattina, su un carrello ben visibile, su strade trafficate e lo spostava da un paese all’altro. E di tutto ciò informava al telefono la consorte, come fosse la più normale delle comunicazioni. «Non fu portato al magistrato alcun verbale con le verifiche su dove invece io mi trovassi». E una volta commesso il primo, spesso, gli altri errori seguono a catena. Così anche quell’assenza di concitazione nel colloquio tra Angelo e la moglie divenne ulteriore indizio a suo carico: «Sono affini al crimine», scrissero i giudici nelle motivazioni della prima condanna. «Ma mia moglie non ha mai preso nemmeno una multa», protesta ora Massaro e il pensiero di come sia stata trascinata anche la famiglia in questo baratro ancora lo indigna.

Arrivò la prima condanna a 24 anni, poi la conferma dell’appello, e dopo soli tre anni piombò come un macigno anche il verdetto della Cassazione. In nome del popolo italiano, tre diverse corti avevano stabilito che Angelo Massaro era l’assassino di Lorenzo Fersurella, ammazzato a San Giorgio Jonico. Una sentenza definitiva, con una condanna così lunga, è come un tunnel senza uscita. Un tunnel in cui quest’uomo, che aveva avuto problemi di droga ed era già incappato in un primo errore giudiziario, non si era rassegnato a rimanere. Rifiutando anche ogni proposta di quella che, in gergo, è la revisione critica del passato deviante, che apre a diversi benefici: «Ma come si fa ad ammettere colpe, se sei innocente? Io avevo questo chiodo fisso, dimostrare la mia estraneità». Così, con l’aiuto anche dello sport e dello yoga, e soprattutto con la forza degli affetti familiari, comincia a fare quello che tanti avvocati e parlamentari consideravano invece impossibile: lavorare, per ottenere una revisione del processo.

 

Nel carcere di Melfi inizia a studiare sui codici di procedura penale, scrive da sé le 72 pagine con cui chiede e ottiene, alla fine, la riapertura del caso. «Prima, Potenza rigetta la nostra richiesta, ma viene poi bacchettata dalla Cassazione che impone in appello la revisione a Catanzaro. Forse era un segno, perché in quel momento io mi trovavo proprio in quel carcere». È la luce dopo il tunnel. «Con l’istanza di revisione, ho solo portato all’attenzione di altri giudici quello che avevo già detto più volte invano: i tabulati telefonici non valutati; i testimoni non ascoltati, gli errori commessi durante le indagini e tutti gli elementi che avrebbero potuto da subito dimostrare che quel giorno ero altrove. Quindi la mia estraneità». 

Rimane bassa, la voce, non si altera Angelo Massaro, mentre ripercorre le tappe della sua Via Crucis, ma la rabbia provata resta impigliata nelle parole, soprattutto al pensiero di «quei semplici accertamenti che avrebbero permesso di escludere ogni coinvolgimento nel delitto. Non mi sarei fatto neanche un giorno di carcere, non 21 anni, se subito dopo la famigerata telefonata avessero verificato, se davvero trasportassi un cadavere e se un verbale attestasse dove mi trovassi». Tutti elementi raccolti poi nelle indagini difensive, grazie anche a un legale che crede in Angelo e nella sua innocenza. Decide infatti di assisterlo, pur nella consapevolezza che le finanze del suo nuovo cliente sono ormai state prosciugate da anni di processi, carte bollate e fotocopie. Ma quella luce dell’uscita dal carcere diventa via via più vicina per Angelo, fino al momento in cui sente il Procuratore Generale di Catanzaro elencare uno dietro l’altro tutti gli errori commessi durante le indagini e chiedere per lui l’assoluzione. Eccola, la parola che cambia tutto. Tutto finito. Le accuse cadono, lui torna a essere un uomo libero. «Non riuscivo a crederci. In quel momento, tutta la rabbia accumulata è esplosa in un pianto. E quando mi sono avvicinato al magistrato, per stringergli la mano e ringraziarlo, mi ha risposto che lui aveva solo provato a rimediare a un’ingiustizia che avevo subito».

Il primo gesto, dopo la liberazione, quello a lungo sognato, è stato un tuffo in mare, subito. Bracciate nella ritrovata libertà. E con un po’ di fiducia in più nella Giustizia, ma anche con tutta la consapevolezza del potere enorme affidato alle toghe. Mi tornano in mente le ammissioni di Giuliano Amato, quando, durante il viaggio della Corte Costituzionale nelle carceri, confessò ai minorenni detenuti nel carcere di Nisida di non aver intrapreso la carriera da magistrato – come avrebbe voluto il padre – «per non avere il potere di togliere la libertà alle persone». 

Le statistiche del Ministero della Giustizia calcolano quante volte la libertà viene tolta per errore. Dal 1991 al 2018, 55mila persone hanno presentato domanda di risarcimento per ingiusta detenzione. Per lo stesso periodo, lo Stato ha già pagato 800 milioni di euro a chi ha trascorso un giorno o 21 anni in cella, da innocente. Cifre spaventose, dietro cui ci sono a volte vite stravolte. «Sono per difetto, perché molti, quando sono poi liberi, neanche chiedono i risarcimenti o non hanno più i mezzi per farlo», rincarano Lattanzi e Maimone, che hanno creato un archivio degli errori giudiziari. Il Codice di procedura penale assegna 235,82 euro per ogni giorno di ingiusta custodia cautelare in carcere, ma è un calcolo orientativo, visto che il giudice, come stabilisce la Cassazione, deve provvedere a un’equa riparazione che tenga conto delle sofferenze e delle conseguenze subite. Ma quale cifra potrà mai risarcire un uomo, privato di un pezzo di vita? Questione attuale, visto che è in discussione in Parlamento una proposta per estendere la possibilità di accesso al risarcimento anche per chi, durante l’interrogatorio di garanzia, si sia avvalso della facoltà di non rispondere. 

Quanto ad Angelo, lui non ha ancora avuto un indennizzo per i 21 anni in cella, per la privazione degli affetti; per le docce gelate; per l’ostilità patita; per la difficoltà di trovare un lavoro, che alla fine si è inventato come rappresentante di bibite; un indennizzo, per essere diventato «un disadattato sociale. In carcere entri uccellino ed esci avvoltoio», sentenzia. E a confermare le sue parole sono proprio le statistiche sulla recidiva, tanto più bassa quanto più i detenuti sono ammessi a misure alternative. Ed è l’esperienza di chi opera dietro le sbarre a denunciare che, spesso, «il carcere genera solo altro carcere». 

Ma certe riflessioni – e le deduzioni che porterebbero con sé – faticano a entrare nel dibattito pubblico e restano il più delle volte confinate nella consapevolezza di chi decide di capire davvero e di andare a conoscere la vita dall’altra parte del muro. Dove comunque vive un pezzo della Repubblica Italiana: una comunità popolata non di rado anche da uomini e donne che lì, tra camminamenti, raggi e celle, non sarebbero dovuti entrare. Vittime di drammatici errori giudiziari. Uomini, come Angelo Massaro, derubati di pezzi di vita. 

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