Appendice

Ma tu chi sei, davvero?

IL 114 30.09.2019

Mario Balotelli, 29 anni, è nato a Palermo. Gioca nel Brescia

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/7. Si sanno moltissime cose di Mario Balotelli, eppure non si riesce mai a capire quale sia il vero Mario Balotelli. Perché, forse, è inutile cercare un solo Mario

Non riesco a capire cosa penso di Mario Balotelli. Non so se è un campione, se è un ragazzo che si è perso, se è un rissoso egocentrico che non sa cosa sia il gioco di squadra, che gioca solo per sé, per il suo gol, per la sua vittoria, poi abbandona il campo e se ne sta da solo, incapace di passare una palla per far fare un gol a un suo compagno, di giocare con una visione collettiva, di condividere il successo e l’insuccesso con la squadra. Non so se è la vittima di uno star system che ha pensato più a fabbricare un personaggio che a coltivare un giocatore, che ha pilotato una persona ingenua per tramutarla in SuperMario – qualunque cosa voglia dire SuperMario, un videogioco trasformato in essere umano, l’importante non è se sei bravo, l’importante è che, in qualunque modo, sul campo ma ancora meglio nell’universo-gossip, fai parlare di te.

Non so se è ancora il bambino abbandonato dai genitori naturali che ha dovuto aspettare i 18 anni per essere ufficialmente Balotelli: un italiano. Non so se è la vittima prescelta di un’Italia razzista e violenta, che lo ritrae nelle vignette come King Kong, gli lancia banane in campo, lo accoglie a fischi e parolacce. Non so se è la vittima prescelta di un’Italia violenta, anche quando non dichiaratamente razzista, che gli urla cori come «Se saltelli muore Balotelli». Non so se è un calciatore che tenta di lanciare un messaggio anche politico, contro lo sfruttamento dell’Africa, per esempio, o per la modifica della legge sulla cittadinanza italiana. Non so se è quello che punta, dai social, una pistola: «Big kiss to all the haters». Non so se è lo spaccone che si fa trovare dalla polizia con 30mila euro in macchina, e a domanda sulla provenienza del denaro risponde: «Perché io posso». Non so se è il giovane uomo che apre un’azienda di energia solare in Brasile perché i bambini disagiati possano imparare un mestiere, quello che all’uscita di un casinò regala mille euro a un barbone. Non so se è il ragazzo che accende fuochi d’artificio in bagno, e la sua villa prende fuoco. Un’altra balotellata, dicono i giornali.

So che Mario Balotelli è molte cose, forse nessuna di quelle che ho citato, o tutte. So che piccolissimo, nato con una malformazione all’intestino, passa molti mesi in ospedale. Quanti? Lui racconta che i genitori naturali l’hanno abbandonato lì per anni. Loro assicurano che ci è rimasto pochi mesi, il necessario. Che non è vero, come dice lui, che si sono disinteressati di Mario – dato in affidamento alla famiglia Balotelli quando aveva 2 anni – per poi tornare quando è diventato famoso. Eppure lui lo dichiara a gran voce, da sempre: la sua famiglia ghanese l’ha abbandonato.

L’affidamento ai Balotelli non può trasformarsi in adozione: viene rinnovato di volta in volta, per quindici anni. Fino alla maggiore età, per la legge, Mario non è italiano. Già piccola stella del calcio – a nemmeno 16 anni, è il più giovane calciatore a esordire in serie C –, Mario non può essere schierato per le qualificazioni europee. Piccola cosa? A me pare grandissima. Immagino un ragazzo che sa di essersi meritato qualcosa. Un ragazzo che desidera, come solo quando si è molto giovani si può desiderare: come fosse questione di vita o di morte. Desideri qualcosa che ti spetta, e che succede? Una legge – cosa può essere una legge per un adolescente? – ti vieta di avere ciò che è tuo. In che modo tutto ciò – abbandono, razzismo, ingiustizie burocratiche – scalfisce ciò che saresti potuto diventare? Allora, il passato di Mario lo ha reso una persona fragile, autolesionista, che ha lottato, sta lottando e lotterà sempre con il dolore che gli è stato inflitto? Ma Balotelli è anche diventato prestissimo il simbolo di una nuova generazione italiana finalmente multietnica, osannato, amato. Ottiene giovanissimo contratti stellari, diventa molto ricco di colpo, a 19 anni è già una star. A 21, nel 2012, tocca l’apice della forza e della popolarità: è decisivo per la conquista del titolo in Premier League del Manchester City, che vince il campionato dopo 44 anni, è fenomenale agli Europei, trascina l’Italia in finale. La sua doppietta contro la Germania, un colpo di testa e un destro, sbaraglia la squadra avversaria, Mario si toglie la maglia ed esibisce i muscoli, scultoreo, immobile. Quell’anno la gente dice: Balotelli è sbocciato. Poi, che succede? Si avvicendano diverse squadre – Milan, Liverpool, Nizza, Marsiglia –, cadute, risalite. Balotellate e vittorie, colpi di testa e gol. Chiede scusa, non chiede scusa, litiga, strabilia, irrita: pubblico, compagni di squadra, allenatori. Persino quelli che l’hanno amato, cresciuto e spinto, alla fine si arrendono. Mario non sboccia più. Perché?

Qual è la verità su Mario?

Mario che, dopo aver segnato, va ad abbracciare sua madre – sua madre adottiva, che lui considera la sua vera mamma – e ridiventa di colpo bambino. Mario che fa a botte con Mancini, il suo allenatore. Mario che esaspera – innumerevoli i giocatori che lo odiano. Mario che commuove. Mario più feroce nemico di se stesso e suo più grande estimatore. Mario che dice guardate che sono tornato, ora spacco tutto, guardate che sono cambiato. Mario che si offende, offende, si lamenta («Why always me?» esibito sotto la maglia del Manchester City), che denuncia. Quale di queste persone è il vero Mario?

Balotelli a un certo punto prende un maiale come animale da compagnia. Fa ridere: un maialino che grufola felice in una villa faraonica. Pochi mesi prima, però, è nata sua figlia Pia; quando prende il maiale, Mario non l’ha ancora riconosciuta. I giornali si accendono: perché invece del maialino – femmina – non ha preso con sé la figlia?

È inutile cercare un solo Mario?

È inutile aspettare, per vedere se coglierà l’ultima possibilità che gli rimane di dimostrare al mondo che è un campione?

Ma soprattutto, è lecito star qui ad aspettare che una persona dimostri al mondo che è un campione? È essere un campione, il punto?

Vorrei incontrarlo, Mario, guardarlo dal basso del mio metro e sessantacinque – lui è alto quasi un metro e novanta – e chiedergli: chi sei?

 

Antonella Lattanzi scrive sui giornali, scrive per il cinema, scrive per la televisione e scrive romanzi: l’ultimo è Una storia nera (Mondadori, 2018). È tra gli autori della sceneggiatura del film Il campione, con la regia di Leonardo D’Agostini, ambientato nel mondo del calcio. Tifa Bari. Anzi, come dicono i sostenitori della squadra pugliese, tifa la Bari.

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