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Non è da un test che si giudica un genio

IL 114 20.09.2019

L’interno di una scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Crevalcore di Bologna

Rocco Rorandelli

Prova semiseria dei quiz che valutano le competenze degli studenti, consci del rischio di contrarre il male del secolo: la convinzione di essere tuttologi perché si sa qualcosa

Con le “prove Invalsi” l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione misura le competenze degli studenti in italiano, matematica e inglese: l’obiettivo è una valutazione nazionale più uniforme di quella offerta dagli esami di fine ciclo scolastico, che sono esposti alla discrezionalità delle diverse commissioni. E le prove Invalsi 2019 hanno sentenziato che troppi alunni di elementari, medie e superiori hanno un’insufficiente comprensione di testi in italiano e in inglese e di quesiti matematici che dovrebbero essere alla loro portata.

Assaggiamole, quindi, queste prove, selezionando impavidamente, tra gli esempi reperibili sul sito dell’Invalsi, quelli rivolti ai maturandi. Dopo aver superato con imprevedibile agilità le prime domande di matematica e aver interrotto il tentativo alla comparsa di vocaboli quali “tangente” e “coseno” (sarebbe davvero volgarissimo esibire l’eventuale ricordo di siffatte nozioni), passiamo all’inglese. La parte “listening comprehension” filerebbe via più liscia se non si scontasse la lieve irritazione causata dall’altra sezione (“true-false-justification”) della prova di inglese. Il testo iniziale è una svenevole trenodia in cui si frigna per il (falso) crepuscolo del libro, dicendo che nearly all le informazioni che possiamo reperire nelle nostre biblioteche possono ora essere trovate anche da qualche parte nel web. Il testo principale è seguito da alcune affermazioni, da contrassegnare come vere o false per mostrare se si è capito o no il suddetto lamento per la morte del libro. La prima frase recita: «I libri sono stati sostituiti only partially dalle risorse online». Per dare la risposta giusta, secondo l’Invalsi, bisogna contrassegnare questa affermazione come falsa, come se all e nearly all fossero locuzioni intercambiabili. Chi ha stilato questo test si meriterebbe di ricevere soltanto nearly all lo stipendio – infatti, anche se gli verrà accreditato sul conto non all, ma soltanto nearly all quello che gli spetta, non potrà poi sostenere di essere stato pagato only partially, generando così un risparmio per il contribuente.

La prova di italiano: sì, ogni studente delle superiori dovrebbe passare almeno quella. Tanto più che, attraverso il brano di Luca Canali proposto dall’Invalsi, oltre alle competenze linguistiche si misurano anche la qualità del sonno e la salubrità delle abitudini alimentari di chi affronta il test. Infatti – specie in tempi in cui la parola “fotografia” evoca un dito che scrolla su Instagram o un’immagine catturata da due barre di un trapper di talento – solo chi nella settimana precedente abbia dormito almeno dieci ore a notte dopo una cena a base di indivia scondita può seguire con profitto le divagazioni dell’augusto latinista, uomo d’altri tempi, che partono dalla contemplazione di una foto di famiglia. Per tutti gli altri – con l’esclusione degli studenti di narice svelta, che godono di un indebito vantaggio – la pennica è una certezza.

In ogni caso, al netto del gran dibattito al riguardo che ha acceso l’estate e delle considerazioni sull’intrinseca inadeguatezza dei test “a crocette”, il deficit di comprensione mostrato da una platea così ampia di studenti è un problema evidente, e triste, benché quel deficit, in passato, sia stato anche maggiore. Ma il vero problema specifico di questo nostro tempo, meno evidente e più insidioso, è il convincimento di essere dei geni che travolge quote sempre crescenti di quella parte di popolazione che una prova Invalsi sarebbe in grado di superarla, eccome, e anche con buoni risultati. Quelli che, poveri loro, non sono stati accompagnati dal nostro sistema scolastico fino a decenti capacità di comprensione sono infatti già molto impegnati nel tentativo di districarsi in un mondo troppo complesso per loro – e hanno quindi poco tempo per l’autocelebrazione. Sono invece sempre più numerosi, e vociferanti, quelli che, proprio perché sarebbero in grado di superare un test Invalsi, si convincono di essere quindi esperti di statica quando si tratta di esprimere un parere sul Ponte Morandi, di essere politologi sgamatissimi quando si tratta di individuare complotti internazionali, di essere una versione perfezionata di Albert Sabin quando si tratta di valutare temi medici – e, sì, anche di essere dei pedagogisti a punta di diamante quando si tratta di valutare, sulle pagine di una rivista, la qualità di una prova Invalsi.

E questo è un problema. Grosso. Perché, se è vero che gli allenatori della Nazionale sono sempre stati 60 milioni, 59.999.999 di questi c.t., poi, sedevano in panchina a casa loro e non a bordo campo. Mentre adesso molti grandi geni, che sarebbero capaci (addirittura!) di passare una prova Invalsi, riescono davvero a farsi passare per tali.

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