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Osservare i ragni e capire la vita

IL 114 12.09.2019

Devendra Banhart

Alcuni aracnidi hanno ispirato Devendra Banhart, spingendolo a parlare delle persone che ha perduto. Il risultato è “Ma”, il suo nuovo disco

La casa di Devendra Banhart a Echo Park, California, è piena di fessure e spiragli. L’ampia porta‑finestra del salone è spesso aperta, la terrazza in legno è invasa da foglie, animali, insetti. Un giorno, il cantante s’è accorto che sul soffitto a volta triangolare s’erano annidati centinaia di ragni. Li ha osservati a lungo mentre divoravano le loro prede. «Mi hanno fatto capire che siamo costantemente circondati dalla morte e un po’ hanno ispirato questo disco che parla delle persone che ho perduto».

L’album in questione s’intitola Ma ed è uno dei migliori di questo bizzarro cantautore d’origine venezuelana che ha contribuito con architetture musicali fragili e incantate a definire la stagione del freak folk dei primi anni Duemila. Pieno di strumenti acustici ed elettrici, e poi flauti, violini, vibrafoni e corni orchestrati dal produttore Noah Georgeson, e pieno soprattutto di belle canzoni, Ma è più rifinito, complesso e piacevole di gran parte del repertorio di Banhart. «Ma sta per madre. In giapponese, però, significa spazio. Lo spazio come complemento di un oggetto. Presente lo spazio dentro una tazza? Quello spazio è l’essenza delle cose, ne esprime il potenziale. Anche nella musica, ci sono i suoni e c’è la sfida rappresentata dallo spazio e dalle possibilità espressive che promette».

Lo stile di Devendra Banhart è da sempre un gioco sottile di suoni e silenzi. In Ma, il cantautore se ne serve per cantare di lutto e maternità. «Non ho perso mia madre, ma ho perso una madre, il Venezuela, a causa di Maduro. L’ho persa e mi sento impotente». Non è però un disco politico. Racconta di perdite dolorose e della forza delle madri rappresentate dalla venerata folksinger inglese Vashti Bunyan che appare nel bel finale. «Quand’ero stanco, triste o abbattuto, la musica di Vashti mi ha consolato. È quel che ho cercato di fare anch’io con questo disco. Ci sono canzoni sulla morte del mio padre biologico, di un amico, di un ragazzo che il cancro ha portato via giovanissimo, ma ci sono anche parole di conforto, le stesse che direi a un figlio, se ne avessi uno. La musica è madre». Dalle canzoni passa anche lo sguardo giocoso e quasi infantile tipico di Banhart e un po’ del suo strano misticismo. Forse Ma è un disco sull’accettazione di quel che ci accade. «Country music, c’est la vie», recita un ritornello in lingua giapponese. «Voglio dire che accadono cose belle e brutte, ma non ci si può fare niente. È la vita».

Mezzo hippie e mezzo hipster, Devendra Banhart ha 38 anni e una vasta gamma d’interessi che vanno oltre la musica. Solo di recente, oltre ad avere disegnato una linea d’abbigliamento per Alex Crane, ha pubblicato il libro di disegni a inchiostro Vanishing Wave, ispirato da un viaggio in Giappone dopo Fukushima e la raccolta di poesie Weeping Gang Bliss Void Yab-Yum. Tutte queste attività sono connesse alla musica? «Oh sì, le vedo come parte di una stessa espressione artistica. O forse no, forse ho solo troppo tempo libero a disposizione».

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