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Qui Abbey Road, decolliamo per l’eternità

25.09.2019

Una gita sulle acque del Tamigi, a Londra, zona Twickenham, il 9 aprile 1969

Bruce McBroom © Apple Corps Ltd.

Il sacro Graal della musica esiste, si trova diffuso in tanti album dei Beatles, ma forse in questo più che altrove. Un succulento cofanetto celebrativo con i brani remixati festeggia ora i 50 anni esatti dalla sua uscita. Ascoltarlo, è un viaggio che tramortisce

L’anno fatidico della cultura popolare, l’arrivo di un nuovo decennio dalle forti tinte oscure, il picco della maturazione creativa dei quattro musicisti, le tensioni, il brusco risveglio nel cuore di una realtà in continuo mutamento dentro e fuori il quartetto di Liverpool: questo è Abbey Road, con le sue diciassette canzoni, tracce di un ennesimo mondo possibile generato dall’amore per la musica, regalatoci dai Beatles a imperituro godimento.

La storia dell’ultimo album registrato dalla band tra la primavera e l’estate del 1969, e pubblicato il 26 settembre di quell’anno, è una delle narrazioni più avvincenti della storia del rock. Erano ancora tutti under 30, i Beatles che di lì a pochi mesi sarebbero diventati ex Beatles. E insieme al loro produttore George Martin, con l’ingegnere del suono Geoff Emerick, diedero forma e sostanza a un’opera struggente, unitaria proprio perché composita. Per citare You Never Give Me Your Money, «è un dolce sogno / prendi le valige, entra nella limousine/ Saremo presto lontani da qui/ Pigia sul pedale, asciuga la tua lacrima/ Perché oggi si è avverato un dolce sogno…», perché mormorando questa indimenticabile melodia appare sotto la retina l’iconica fotografia dei quattro che attraversano le strisce pedonali di Via Abbazia, Abbey Road, di fronte agli studi discografici della EMI, location che dopo l’uscita di questo album verrà ribattezzata Abbey Road Studios.

Riascoltata oggi, questa raccolta di canzoni colpisce anche più di un tempo: colpisce perché ringiovanisce invece di invecchiare. Eppure, è l’icona della maturità, nuda e cruda, totale, di un’arte inimitabile. Finito il lavoro, George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr sapevano che quella era stata l’ultima traversata insieme. Ma erano anche consapevoli di avere dato ai posteri qualcosa che prima non esisteva, una collezione di composizioni musicali che di nuovo sapeva irraggiarsi in ogni direzione conosciuta della musica popolare, e che lo stavano facendo con una nuova consapevolezza. E questo resta il loro messaggio più grande diretto a ogni artista: puoi essere popolare, ma allo stesso tempo puoi fare qualcosa che non è mai stato tentato prima.

La celeberrima cover dell'album...

© Apple Corps Ltd.

... E il suo retro

© Apple Corps Ltd.

L’occasione per parlare di Abbey Road arriva con la pubblicazione di un succulento box set, disponibile dal 27 settembre, che celebra lo splendido cinquantenne, l’album che proseguendo sulle tracce frammentarie e irresistibili di The Beatles (il famoso “White Album” uscito un anno prima) indirizzava il vascello pop verso distese un tempo ignote, ma di cui ora sembrava di scorgere l’approdo in lontananza. Il cofanetto celebrativo, frutto di un lungo lavoro operato dalla Apple e dalla EMI (ora parte di Universal Music) iniziato negli anni Novanta con la realizzazione dei tre volumi The Beatles Anthology, ci attende in diverse configurazioni. L’aspetto commerciale ha certo un peso rilevante, in un’epoca nella quale vige l’idea che la musica sia un accessorio gratuito allegato all’offerta di ammennicoli tecnologici, ma questo non ci deve distogliere dai reali contenuti dell’operazione discografica.

L’aspetto tecnico è fondamentale, perché ci regala un’esperienza d’ascolto di altissimo livello, anche grazie ai delicati, ma importanti, nuovi missaggi operati dal produttore Giles Martin, figlio del compianto George; un lavoro certosino, a riprova di come il medium sia fondamentale per non avvilire le emozioni sincere che la musica sa suscitare attraverso la percezione sensoriale del suo invisibile messaggio. Ai 17 brani dell’album – presentati in stereo, stereo in alta risoluzione, 5.1 surround e Dolby Atmos – sono state aggiunte 23 tracce tra sessioni di registrazione e demo, la maggior parte delle quali era rimasta finora inedita. L’edizione Super Deluxe contiene 3 cd, un dvd Blu-Ray e un volume di cento pagine con un’introduzione firmata da Paul McCartney; l’edizione Deluxe 2CD è contenuta in un digipack con un booklet di 40 pagine, che riprende in forma ridotta i contenuti di quello dell’edizione Super Deluxe; non mancano i vinili: cofanetto triplo, versione album singolo e versione picture disc.

Abbey Road non fu l’ultima uscita discografica dei Beatles. Nel maggio 1970 venne pubblicato Let It Be, album compilato contro la volontà dei Beatles da Phil Spector. Il produttore fu incaricato dalla EMI di trovare un senso al materiale inciso nel gennaio 1969, decine di canzoni destinate a una registrazione dal vivo intitolata Get Back (in parte ciò avvenne con il famoso concerto sul tetto della Apple a Londra il 30 di quel mese). L’insoddisfazione dei Beatles fu tale che, nel 2003, venne pubblicato Let It Be Naked, in onore dello spirito originale di un progetto che avrebbe dovuto restituire i quattro nudi e crudi al proprio pubblico. Il fallimento di quelle session di inizio ’69 portò i quattro a rivedersi con George Martin per registrare un album. Nessuno disse mai che sarebbe stato l’ultimo, ma quando in aprile si ritrovarono ad Abbey Road, questa sensazione era nell’aria. I cinque mesi seguenti segnarono un periodo di serenità e collaborazione: per amore della musica, per amore di un’eredità che era già ingombrante e che nel tempo sarebbe diventata gigantesca, i cinque lavorarono a scolpire l’aurea magnificenza di Abbey Road.

A casa di John e Yoko: la band a Tittenhurst Park (ad Ascot, contea di Berkshire) il 22 agosto 1969. L'uscita delle edizioni speciali di “Abbey Road” sarà festeggiata il 27 sera al Base di Milano con un "B Day Party” aperto al pubblico a base di storytelling e dj set

© Apple Corps Ltd.

Il 20 marzo 1969 John Lennon aveva spostato Yoko Ono, il 14 aprile John e Paul entrano in studio per registrare The Ballad Of John & Yoko, una sorta di cronaca della movimentata vita della coppia. Il singolo (con un’altra nuova registrazione, Old Brown Shoe di George Harrison) segna a tutti l’inizio dei lavori sul nuovo album. Ed è in questo senso che va letta la presentazione dei demo di questo cofanetto. Un ascolto che ci tramortisce con un magnifico provino di Something, magnifico capolavoro di Harrison, del quale ascoltiamo anche una versione soltanto con le parti orchestrali. Presentare questa sequenza riassuntiva del work in progress vissuto in quei mesi, oltre a essere di per sé emozionante, è istruttivo per capire come lavoravano i Beatles quando alla consolle c’era George Martin. Ascoltate The Long One (Trial Edit & Mix – 30 July 1969), sedici-minuti-sedici della fatidica sequenza che entrerà nella storia come chiusura dell’intera opera: tutto sembra correre alla velocità della luce, al punto da fermare il tempo; siamo in uno spazio cosmico dove la musica si impadronisce dei quattro ragazzi ancora innamorati della propria alchimia umana e professionale. Erano cresciuti insieme, ora stavano per andarsene insieme, ognuno verso la propria strada. Ognuno con un suo Abbey Road nel cuore, per sempre.

Ho incontrato George Martin a Abbey Road nel 2006, in occasione del lancio dell’album Love. Alla fine della nostra conversazione, con gli occhi lucidi, prima dei saluti mi disse: «“Amore” è una parola fondamentale nel mondo Beatles. Quei quattro ragazzi facevano tutto per amore della musica. Non per soldi, ma perché ci credevano, sino alla fine. Un giorno, nella mia vita, arrivarono i Beatles e con loro divenne impossibile annoiarsi: ogni volta che tornavamo in studio era come lavorare con un gruppo diverso. Avevano sempre tantissime idee, e toccava a me realizzarle con loro. Erano come alieni che ogni tanto venivano a farmi sentire che cosa avevano scoperto, per poi tornare al loro viaggio in un mondo sconosciuto».

Mercoledì 20 agosto 1969. I Beatles e George Martin sono nello studio 3 della EMI. Tra le 14 e le 18 completano la complicata registrazione di I Want You (She’s So Heavy), quindi i cinque si trasferirono nello studio 2. Provano una nuova sequenza dei diciassette brani selezionati per l’album che viene pensato ancora con i due lati invertiti: Here Comes The Sun apre il lato A, Come Together il lato B. In quell’edificio, verso l’una di notte, arrivati ai saluti nessuno sa che è l’ultima volta di George, John, Paul e Ringo, con George Martin, nello stesso studio di registrazione. La loro creatura definitiva è pronta ad affrontare il viaggio verso l’eternità. Il sacro Graal della musica esiste, si trova diffuso in tanti album dei Beatles, ma forse in Abbey Road più che altrove. Per riprendere il racconto di George Martin, oggi sembra davvero che questo album provenga da un pianeta sconosciuto. Che abbia compiuto cinquant’anni è una pura formalità. Non resta che abbandonarsi all’ascolto, spegnere il mondo e seguire i sogni dorati verso l’origine: «Che i sogni dorati/ ti riempiano gli occhi/saranno sorrisi ad attenderti quando ti sveglierai».

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