Autore di un progetto pionieristico di musica elettronica negli anni Settanta, Graig Leon è tornato a bordo della sua navicella sonica per un viaggio che ora fa tappa in Italia, al Romaeuropa Festival

Ci sono poche manifestazioni in Italia in grado di farci respirare pienamente l’atmosfera di un evento internazionale; pochissime, se parliamo di spettacolo dal vivo, un mondo troppo spesso governato da logiche (e poetiche) antiquate. Non è questo il caso di Romaeuropa Festival: perché se è vero che nessun competitor può misurarsi con la manifestazione capitolina quanto a budget e sostegno istituzionale (supera il milione di euro il finanziamento stanziato annualmente dal solo Ministero a partire dal 2017), è anche ineccepibile che quasi nessuno può vantare una proposta artistica di uguale livello.

Lo dimostra, ancora una volta, lo sterminato programma dell’edizione 2019, che come sempre affianca il meglio del teatro e della danza da tutto il mondo a un ricco cartellone dedicato alla musica e alle sue evoluzioni tra spazio virtuale e mondo reale (grazie alla sezione Digitalive, di cui abbiamo avuto modo di parlare lo scorso anno con la curatrice Federica Patti). Tra i molti appuntamenti da non perdere ce n’è uno particolarmente interessante, che il 28 settembre vedrà alternarsi sul palco dell’Auditorium Parco della Musica (Sala Petrassi) due mostri sacri della musica contemporanea: il pianista e compositore di origine ucraina Lubomyr Melnyk e l’americano Craig Leon.

Compositore e arrangiatore, Leon è divenuto celebre dalla metà degli anni Settanta come produttore discografico di alcuni degli artisti-chiave della scena punk e post-punk, newyorkese e non. Dopo aver contribuito al successo di Ramones e Suicide (di cui ha prodotto il disco d’esordio), ma anche di Richard Hell & the Voidoids, Blondie e The Fall, Leon è diventato un’icona nel panorama della musica elettronica grazie a due album seminali quali Nommos e Visiting (1981/1982), realizzati insieme alla cantante Cassell Webb e raccolti nel 2014 in un’unica Anthology of Interplanetary Folk Music Vol. 1. Un’autentica esplorazione elettronica, che a dispetto del suo radicale minimalismo si fonda su un complessa cosmogonia e su un vasto immaginario antropologico: visitando nel 1973 al Brooklyn Museum una mostra dedicata all’arte Dogon (antica popolazione del Mali), Leon rimase affascinato dal mito della creazione tipico delle tribù maliane, che vuole la Terra visitata in un tempo lontanissimo dai Nommos, razza aliena semi-anfibia che viaggiò dalla nana bianca Sirius B fino a noi per donare all’umanità la propria saggezza.

Realizzato inizialmente – fatto piuttosto curioso – per la Takoma Records di John Fahey’s, Nommos è la manifestazione di questo coup de foudre: una collezione di musica astratta che avrebbe potuto fungere da perfetta colonna sonora per il viaggio verso la Terra di questi ancestrali visitatori. Un autentico caposaldo del contemporaneo cui, dopo aver percorso anche il cinema e la televisione (le sue composizioni sono apparse negli anni in diverse opere), Leon ha deciso nel maggio di dare un seguito con il secondo volume dell’antologia, intitolato The Canon.

Siamo riusciti a fare qualche domanda al compositore statunitense prima della sua partenza per Roma, e per il tour che lo porterà in giro per il mondo tra 2019 e 2020 insieme alla Webb – partner fondamentale anche in questo secondo capitolo del lavoro.

“The Canon” prosegue il viaggio iniziato in Mali arrivando all’Egitto e all’antica Grecia, culla dell’Occidente: una parabola che ci ricorda – tra l’altro – quanto l’Occidente e la sua cultura siano debitori di saperi e concezioni del mondo considerate primitive eppure profondamente radicate. È anche questa l’attualità del suo nuovo lavoro?
«È un discorso che sta davvero alla base di questo album: come giustamente sottolinei, non ha senso descrivere una credenza o un sapere, solo perché decisamente più antico dei nostri, come “primitivo”. Voglio dire: siamo “avanzati” così tanto come specie? Davvero? La risposta mi sembra abbastanza ovvia: basta guardare lo stato del nostro pianeta…».

L’aspetto pionieristico di lavori come “Nommos” e “The Visiting”, per il panorama musicale di allora, è stato senza dubbio averlo realizzato interamente con synth e drum machine. Oggi che l’elettronica ha travalicato i confini di genere per diventare una componente fondamentale di molte produzioni, dove crede che si collochi l’avanguardia – sempre che abbia ancora senso parlare di avanguardia? Ci sono musicisti o scene musicali che consiglierebbe di tenere d’occhio oggi?
«L’uso estensivo di strumenti elettronici, per non parlare della distribuzione digitale della musica a un’audience ampia, erano un tempo considerati avanguardistici, oscuri, futuristici. Oggi tutto ciò è un dato di fatto, l’elettronica è considerate un genere come un altro. Eppure, ci sono moltissimi nuovi artisti che ogni giorno spingono in avanti le frontiere del lavoro audio e visual. In questo sviluppo, l’uso di internet come piattaforma di distribuzione istantanea e globale è una componente fondamentale. Personalmente sono piuttosto felice di fare la mia parte, insieme ai miei colleghi nel mondo dei media “elettronici”, per lo sviluppo di questo percorso. In questo periodo sto sperimentando nuovi formati per la distribuzione di musica e di materiali audiovisivi: credo che attraverso nuove piattaforme possa prendere vita un nuovo ambiente di ascolto e di visione capace di mutare e implementare le dinamiche della nostra stessa fruizione. In molti stiamo lavorando su queste nuove tecnologie, e posso anticiparti che molto presto vedremo lavori capaci di circolare liberamente nel mondo grazie a formati assolutamente inediti».

A Romaeuropa Festival condividerà il palco con Lubomyr Melnyk, un altro “mostro sacro” della musica contemporanea: pensa che i vostri due percorsi artistici siano in qualche modo accostabili anche nell’attitudine?
«Assolutamente sì. Non solo: credo che i nostri due lavori siano decisamente compatibili. Lubomyr crea ed esegue le proprie composizioni su uno strumento percussivo intonato, usando ritmi ripetitivi e melodie ad hoc al fine di indurre nello spettatore uno stato profondo di meditazione e di riflessione: è lo stesso tipo di effetto che cerco di raggiungere attraverso il mio lavoro, solo utilizzando una strumentazione differente».

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