Appendice

Storia di un culto nato a Lumezzane

IL 114 09.09.2019

Manolo Pestrin, 40 anni, è nato a Roma. Gioca a San Marino, nella Polisportiva Tre Fiori

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/3. Manolo Pestrin: una divinità maggiore nel Pantheon delle serie minori. Non sapete chi è? Male! A Cesena, invece, se lo ricordano benissimo

«Gioca come Zidane,
Picchia come Bruce Lee
È Manolo Pestriiiiin…»
(Coro della Curva Mare)

Appartengo a quella grande maggioranza di tifosi che non vedranno mai la propria squadra del cuore vincere qualcosa. Ma non è solo questo. Raramente vedrò la mia squadra giocare nella massima serie. Spesso non la vedo nemmeno, perché la categoria è così bassa che non viene coperta dalla televisione, e non c’è altra strada che recarsi allo stadio.

È un destino particolare.

Si festeggiano le promozioni, più spesso le salvezze.

E si venera un Pantheon di divinità minori, che un po’ assomigliano agli oscuri Dei di Lovecraft, sanguinari e misteriosi, oggetti di culto per una minoranza sperduta e imbruttita.

Io ho visto Manolo Pestrin mettere una palla all’incrocio da quaranta metri, contro il Catania. L’ho visto arrampicarsi sulla barriera di vetro davanti alla Curva Mare, quando il Cesena rimontò un 2 a 0 nel derby contro il Rimini, segnando tre gol in sei minuti. Sono apparizioni. Come capitava a Fatima o a Lourdes.

Se esistessero dei santini per giocatori del genere, il suo lo raffigurerebbe con un’aureola di fuoco intorno alla testa, che benedice il cerchio di centro campo brandendo due tibie spezzate.

Il culto di Manolo Pestrin cominciò per me il 20 giugno del 2004, di pomeriggio, durante la finale Playoff nella esotica Lumezzane.

Il Cesena aveva perso uno a zero all’andata. Doveva vincere. Pareggiò i conti nel primo tempo. Poi, nei supplementari, il Lumezzane segnò e successe quello che sempre succede nelle categorie inferiori: qualcosa di molto sconveniente e poco ortodosso.

L’allenatore del Cesena, Castori, entrò in campo, e con i suoi giocatori iniziò a picchiare gli avversari. La tecnica lasciava a desiderare, ma ardevano di furore agonistico. Furono poi rinviati a giudizio dal Gip di Brescia. Pare che evitarono la condanna con un accordo privato.

Un mio amico c’era, a Lumezzane. Da allora millanta di avere in casa la maglietta insanguinata di Castori. Sotto una teca, appesa in salotto. Una sacra sindone dei culti di C. Il Mister si beccò due anni di squalifica. L’anno successivo allenò da un gabbiotto in tribuna. In serie B. Perché quando la rissa fu sedata, alla fine dei tempi supplementari, il Cesena segnò il gol della vittoria. Pestrin non lo vide. Era stato espulso. Non c’erano schermi nello spogliatoio degli ospiti a Lumezzane: pare che gli fece la telecronaca un magazziniere. Saltò le prime sei giornate.

«Ci faremo mangiare il cuore, prima di lasciare la serie B al Lumezzane», aveva detto prima della partita. Più che una frase da intervista, un versetto da Santo Guerriero.

Giocò a Cesena per tre anni. Non tolse mai la gamba in un contrasto. Quando colpiva il pallone, mandava un suono pieno, di quelli che solo i giocatori di categoria superiore sanno evocare dal cuoio.

Aveva esordito nelle giovanili della Lazio, lui, che andava in giro con uno zippo della Roma. Perché poi andasse in giro con uno zippo non si sa, non l’ho mai visto fumare. Però a 18 anni fu squalificato per uso di cannabis. Il primo in Italia. Non c’erano ancora regole precise allora, prese solo due mesi di sospensione. Lo lessi da qualche parte, e divenne subito un idolo, una specie di Sant’Agostino, che cede al peccato prima di ritrovare la luce. Un curriculum da profeta.

Nel corso della sua carriera, giocò in serie A, fece una presenza nella vecchia Coppa Uefa, credo fosse in rosa nel Torino. Si tolse le sue soddisfazioni, immagino. Non ne ho idea. Per quanto mi riguarda, ha giocato sempre e solo nel Cesena. Poi, è asceso al cielo, verso le alte sfere, in luoghi extraterreni che i nostri occhi da serie minori non possono guardare. Troppa luce e troppa poca polvere. Telecamere a bordo campo. Telecronache e commenti post partita. Analisi tecniche. Approfondimenti. Nella nostra religione gli unici approfondimenti sono le bestemmie quando perdi e le birre medie quando vinci.

Manolo Pestrin salì in paradiso il 1° gennaio del 2007, alla fine di un normale allenamento.

Il mister e i dirigenti lo aspettavano a bordo campo.

Immagino che gli strinsero la mano e lo ringraziarono. Poi gli dissero di fare le valigie. Era stato ceduto al Messina. Pestrin si mise a piangere.

I siciliani giocavano in serie A. Avrebbe guadagnato molto di più. A 29 anni, aveva finalmente raggiunto il traguardo che ogni ragazzino sogna da quando esordisce nelle giovanili. Avrebbe timbrato con i tacchetti polpacci milionari.

Scoppiò a piangere.

Lo raccontò anni dopo, in una intervista. Chissà, forse giocherellando nervosamente con lo zippo della Roma.

«Mi sentii morire dentro», disse. «Cesena era tutta la mia vita». C’è gente che è diventata santa per molto meno.

Manolo Pestrin, classe 1978, ha lasciato il calcio nazionale. Gioca all’estero. Nella Polisportiva Tre Fiori di San Marino, con cui ha già vinto una Coppa Titano.

Il 3 luglio, a quasi 41 anni, con la fascia da capitano e la maglia numero 7 – che sembra davvero una canzone di De Gregori – ha esordito in Europa League, contro il Klaksvík, i campioni delle Fær Øer.

E anche se non ho visto le partite, so che avrà giocato come Zidane e picchiato come Bruce Lee.

 

Cristiano Cavina è cresciuto a Casola Valsenio (sull’Appennino, in provincia di Ravenna) e per lui “Made in Casola” è come una firma, che appone anche in calce alle mail, laddove in quelle di molti altri si legge “Inviato da iPhone” o qualcosa di analogo. Ha fatto molti lavori e scritto molti libri, quasi tutti pubblicati da Marcos y Marcos:il suo ultimo romanzo è Ottanta rose mezz’ora (2019). È appena uscito il suo terzo libro per bambini, Pepi Mirino e la macchina del buio. Ha giocato nell’Osvaldo Soriano Football Club, la “nazionale” degli scrittori. Tifa Cesena.

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