Sul perché la rottura della suddetta band viene trattata dall’opinione pubblica come uno psicodramma collettivo che manco quando McCartney, mezzo secolo fa, annunciò la fine dei Beatles

Ammettiamolo: viviamo tutti quanti chiusi dentro una dannatissima bolla. Un maledetto acquario, un ecosistema chiuso, autoreferenziale, privo di qualsiasi connessione con quanto sta succedendo là fuori. Se non boccheggiassimo in questo simpatico microcosmo, credete forse che in edicola troveremmo giornali che aprono con quel che Di Battista pensa del Pd? Ci potrebbe mai capitare di sfogliare magazine che celebrano i primi 40 anni di Saviano? Una band che, musicalmente parlando, esprime il vuoto pneumatico potrebbe mai diventare la band più importante in circolazione? E, ancora, la rottura della suddetta band potrebbe mai essere trattata dall’opinione pubblica come uno psicodramma collettivo che manco quando McCartney, mezzo secolo fa, annunciò la fine dei Beatles? Benvenuti nel Paese di Thegiornalisti e dei giornalisti cui i primi devono quello che sono diventati.

Non sono fenomeni
Perché Thegiornalisti non saranno dei fenomeni, come potrà facilmente convenire chiunque mastichi un minimo di musica, non sono neanche questo grandissimo fenomeno commerciale (leggetevi le classifiche consuntive Fimi GfK e ne riparliamo), ma sono soprattutto uno straordinario fenomeno mediatico. Il prodotto di una stampa prona e un airplay importante, quel certo non so che chiacchierino coinciso con l’uscita di Completamente Sold Out (2016) che ne ha fatto i profeti indiscussi del cosiddetto indie italiano. Movimento che in realtà non esiste.

E non sono neanche Umberto Tozzi
La storia la conoscete ormai da una settimana: nella bolla si comunica con i social e, tramite stories di Instagram, a poche ore dall’annuncio via Facebook dell’uscita di Renzi dal Pd, abbiamo appreso dell’uscita del front leader Tommaso Paradiso da Thegiornalisti, con i comprimari Primavera e Musella che apparivano sempre più destinati a una parabola da novelli Mauro Repetto. La storia neanche ci interesserebbe più di tanto, perché la considerazione che nutriamo nei confronti di Thegiornalisti è nota: i loro brani sembrano outtake dell’Umberto Tozzi di fine anni Settanta. Ognuno fa ciò che gli pare, ci mancherebbe, ma difficilmente ci salterebbe in testa di scrivere un pezzo sull’Umberto Tozzi di fine anni Settanta. Meno che mai sui pezzi che il Maestro ha ritenuto di scartare, perché non all’altezza del proprio repertorio.

Da Bologna con furore: c'erano una volta i Lùnapop

Quella paura del Paradiso
La storia neanche ci interesserebbe più di tanto, non fosse altro che per tre aspetti. Uno: tra gli argomenti del contendere, nel duello a stories incrociate tra Paradiso e Musella, pare che ci sia il diritto d’autore sul songbook della band e non potrebbe essere altrimenti perché è soprattutto di diritto d’autore (e concerti) che oggi più che ieri campa chi fa musica. Due: i concerti, appunto. La band si è lasciata dopo il Circo Massimo, a chiusura di un biennio di esibizioni fortunate. Il che lascerebbe pensare a contratti che scadevano e alla difficoltà di rinegoziare, per i nuovi, il “fee” tra una parte contrattualmente forte (Paradiso) e due deboli (Primavera e Musella). Nuovi contratti evidentemente più remunerativi dei precedenti. Tre: dallo stesso duello social apprendiamo che Paradiso avrebbe tolto la password dei profili social ufficiali di Thegiornalisti agli altri membri della band. Circostanza che meriterebbe approfondimenti di ordine sociologico: nell’epoca della bolla, signore e signori, esistete finché avete accesso al profilo social. Per un attimo ci è venuto il ghiribizzo di indagare in chiave music business sull’accaduto, ma, dopo qualche telefonata a una serie di persone più o meno informate dei fatti, abbiamo preferito desistere. Al telefono sfilava gente frastornata, talvolta addirittura terrorizzata, manco fosse a conoscenza del Terzo Segreto di Fatima e meditasse nel profondo sul senso dell’esistenza sopportandone il peso. Com’è possibile tutto ciò? Ci abbiamo riflettuto per una settimana e, alla fine, ci siamo detti: è la bolla, bellezza. Qui dentro tutto quello che sai è sbagliato, proprio come recitavano i tubi catodici alle spalle di Bono Vox nello Zoo Tv Tour.

Come i Lùnapop (sì, magari!)
Illuminante è stata poi la rilettura dei giornali usciti tra il 18 e il 20 settembre. Mentre le pagine di politica erano tutte di Italia Viva, quelle di spettacoli s’impegnavano nella delicata operazione di elaborazione del lutto in casa Thegiornalisti. Qualcuno ha avuto l’ardire di infilare i grandi precedenti: Beatles, Guns N’ Roses, Matia Bazar. Restando fedele all’identità di quello che, per Ennio Flaiano, era il Paese in cui la situazione è sempre grave ma non seria. Qualche altro si lasciava lacerare dagli interrogativi: da quanto tempo i tre cantori di Roma Nord si trascinavano dietro il dramma della vita da separati in casa? Da quanto tempo avevano doppio manager, doppio camerino? Prima o dopo il concerto-evento del Circo Massimo? Sopravvivranno all’uscita di Paradiso? Sì, hanno forse già il cantante, Leo Pari. Avete sentito bene: non Fausto Pari, mediano della Sampdoria campione d’Italia, ma Leo Pari, amico di Paradiso e Thegiornalisti che, interrogato sul caso, non commenta ma anzi, in preda al proverbiale quarto d’ora warholiano, straparla: «I gruppi possono continuare dopo l’uscita del cantante: i Genesis, i Beach Boys… e moltissimi altri». A noi, chissà perché, la vicenda Thegiornalisti a questo punto fa più venire in mente i Lùnapop. Non ci aspettiamo tanto un A Thrick of the Tail, quanto un intenso lavoro per cancellerie e uffici legali delle parti in causa. Con un importante distinguo: i Lùnapop erano comunque una band da 1,5 milioni di copie vendute, quando per comprare un disco ti mettevi ancora il cappotto e uscivi di casa. Anzi due: Cremonini, 15 e passa anni dopo i Lùnapop, riempie gli stadi. Cari Paradiso, Primavera e Musella, tanti auguri di cuore.

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