Magazine / Agorà

Titolo onorario: matrone d’Europa

IL 114 12.09.2019

Ursula Von der Leyen, ex Ministro della difesa tedesca e nuovo Presidente della Commissione europea

Custodi del potere, ma solo in condizioni emergenziali. È dai tempi di Pericle che le donne riescono a ritagliarsi ruoli di primo piano solo durante conflitti e periodi di profonda crisi politica. Da Penelope a Ursula, anche il presente sembra non fare eccezioni

«Di tutte le creature che hanno anima e cervello, noi donne siamo le più infelici». è la primavera dell’anno 431 a. C. Siamo ad Atene, nel teatro di Dioniso. Un attore s’avanza sulla scena e pronuncia queste parole. Lo fa interpretando il personaggio di Medea nella tragedia appena scritta da Euripide. La maga barbara dell’Asia è stata abbandonata da Giasone e ora medita, per vendetta, di uccidere i figli che ha avuto dall’eroe. Ma il coro delle donne di Corinto, a cui Medea si rivolge, non sa ancora di questo piano criminoso. E ascolta, partecipe, le parole dolenti di Medea sulla condizione femminile: «Per prima cosa dobbiamo, a peso d’oro, comprarci un marito, che diventa padrone del nostro corpo. Separarsi è un disonore per le donne, e rifiutare lo sposo è impossibile. Quando si stanca di stare a casa, l’uomo può andarsene fuori e vincere la noia: noi donne invece dobbiamo restare sempre con la stessa persona. Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli, mentre loro vanno in guerra: che follia! È cento volte meglio imbracciare lo scudo piuttosto che partorire una volta sola».

Queste parole sono diventate il manifesto di un femminismo ante litteram. Mentre reclamavano il diritto di voto per le donne, le suffragette inglesi agitavano il discorso di Medea come uno stendardo. In anni più recenti, Franca Rame ha portato in giro per i teatri il suo monologo Medea, scritto insieme a Dario Fo, celebrando l’antica eroina come modello di indipendenza ed emancipazione femminile. è un fatto strano. L’Atene del V secolo, quando la tragedia di Euripide fu messa in scena, era una delle società più misogine del mondo antico. La donna godeva di una scarsissima libertà: viveva da reclusa, non aveva diritti. La condizione delle ateniesi era peggiore persino di quella delle spartane, per non parlare dell’antico Egitto, dove le donne (come lavoratrici, spose e madri) godevano di molte tutele anche giuridiche. Eppure, proprio quella società ateniese ha prodotto alcuni dei modelli femminili più potenti e duraturi. E questi modelli (magari forzando qualche dato storico o stravolgendo il senso di qualche testo letterario) sono diventati simboli della lotta per l’emancipazione femminile.

Non c’è solo Medea. Pensate a Lisistrata, protagonista della commedia di Aristofane rappresentata nel 411 a. C. e appena rimessa in scena dall’Istituto del dramma antico di Siracusa per la regia di Tullio Solenghi, con la magnifica interpretazione di Elisabetta Pozzi. Lisistrata cerca di fermare la decennale guerra tra ateniesi e spartani convincendo le donne di tutta la Grecia a fare uno sciopero del sesso. Ebbene, nel 2011, il Premio Nobel per la pace è stato assegnato a Leymah Gbowee. Una donna africana che, per bloccare la guerra civile nel suo Paese natale, la Liberia, si è messa sulle orme di Lisistrata e ha convinto anche lei le madri e le mogli dei soldati a proclamare uno sciopero del sesso.

Poi, certo, l’antichità ci ha trasmesso anche altri modelli. Quello della seduttrice fatale, come Elena di Troia, divenuta già ai tempi del Decadentismo il paradigma della vamp, della “donna vampiro”. O quello della moglie fedele, come la paziente Penelope, che siede per vent’anni al focolare attendendo il ritorno del marito Odisseo. I modelli antichi, però, sono sempre ambigui. E una grande grecista, Maria Grazia Ciani, alla quale dobbiamo anche la traduzione della Medea appena citata, ha appena scritto un affascinante romanzo, La morte di Penelope (Marsilio), in cui racconta l’altra faccia dell’eroina omerica. Alcuni testi antichi ci narrano, infatti, che Penelope non era stata affatto fedele ma si era innamorata, anzi, di uno dei Proci. Su queste notizie antiche, Maria Grazia Ciani costruisce la sua “Penelope segreta”: «Una donna forse non bella, ma certo intelligente, abile e forte. Conscia dei suoi doveri, specie di fronte al figlio, e tuttavia capace di innamorarsi, di riconoscere il desiderio». Non un’eroina che lotta in modo clamoroso per l’emancipazione, insomma, ma una donna capace di scegliere da sola, sorella antica di molte donne contemporanee che devono costruirsi una vita senza (o contro) un maschio.

Pericle diceva che le donne devono non solo tacere ma anche far parlare di sé il meno possibile. E, probabilmente, si sarebbe schierato anche lui con gli uomini politici nostrani che, di recente, hanno puntato il dito contro quelle deputate o senatrici che, a loro avviso, si presentavano in aula troppo scollacciate. In realtà Pericle, mentre in pubblico invitava le donne al decoro e al silenzio, in privato viveva con una donna indipendente, libera e tutt’altro che silenziosa come l’etera Aspasia. Ma anche questa doppia morale è tanto antica quanto moderna. Certo, nel mondo antico la politica era di norma preclusa alle donne. Che non solo non governavano, ma non avevano neppure diritto di voto.

Tutto il contrario, si direbbe, di quello che accade oggi: da poco, per esempio, abbiamo proprio due donne, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, alla guida delle più importanti istituzioni europee. Eppure, anche qui, si potrebbe adombrare un parallelismo con il mondo antico. Per esempio, come scrive la storica Francesca Rohr Vio nel suo recentissimo Le custodi del potere. Donne e politica alla fine della Repubblica romana (Edizioni Salerno), ci sono momenti della storia romana in cui le donne si ritagliano ruoli di primo piano. Sono, in genere, i momenti di crisi, le “situazioni emergenziali”. Come appunto le guerre civili del I secolo a. C. Le donne romane riescono ad assumere una nuova importanza, scrive l’autrice, quando saltano i quadri istituzionali e il conflitto politico si trasferisce nelle piazze o nei tribunali. In questi frangenti, può capitare che siano le matronae a elaborare strategie o a tessere alleanze tra le fazioni contrapposte.

Se non fosse troppo ardito e forse irriverente, verrebbe voglia di conferire a von der Leyen e a Lagarde, chiamate a governare il continente in questi difficili tempi di crisi e spinte sovraniste, il titolo onorario di matrone d’Europa.

Chiudi