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Vecchia storia, le fake news

03.09.2019

Jean Dujardin (Oscar per “The Artist”) in “J'accuse”, il nuovo film di Roman Polanski

Visti a Venezia, “J’accuse” di Roman Polanski e “Seberg” di Benedict Andrews mostrano – in modi e gradi di successo diversi – come la faccenda delle verità alterate e diffuse alla pubblica opinione non sia un'esclusiva dei giorni nostri

Chissà se gli addetti alla programmazione della 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia abbiano deliberatamente accostato — uno dopo l’altro durante le proiezioni stampa — il J’accuse di Roman Polanski e Seberg dell’australiano Benedict Andrews. Perché, in modi e gradi di successo diversi, entrambi mostrano come la piaga delle fake news sia faccenda antica. Esemplificazione di come operano le fake news oggi (e di chi ci gioca a proprio favore) è stato il baccano creatosi intorno alla presidentessa di giuria Lucrecia Martel e alle sue affermazioni riguardo il regista polacco. Al discorso inaugurale della Mostra, la regista argentina — la cui breve filmografia offre posizioni assai articolate in merito a temi importanti come donne e colonialismo — ha dichiarato di sentirsi a disagio ad applaudire Polanski ma pronta ad accogliere il suo lavoro al festival. Questo finché alcuni giornali spagnoli e italiani non hanno riportato falsamente che Martel si sia rifiutata di vedere il film. Come reazione, i produttori — tra cui ci sono anche Luca Barbareschi e Paolo del Brocco — hanno minacciato di ritirare il film dal concorso. Dopo comunicati stampa, rassicurazioni e chiarimenti vari, l’episodio non ha avuto conseguenze. Eccetto una massimizzazione della visibilità. Forte (e rassicurante) è il dubbio che Polanski, non pervenuto al Lido, non sia stato l’ideatore di tale operazione pubblicitaria.

È vero che è difficile non tracciare parallelismi tra la storia personale di Polanski e la vicenda Dreyfus. Ma è il titolo originale, J’accuse, a fornirci letture maliziose. L’editoriale con cui Émile Zola denunciò l’insabbiamento del caso Dreyfus da parte del governo francese gioca in realtà un ruolo minore. A definire meglio il clima del film è il titolo con cui verrà distribuito in Italia e Paesi anglofoni, L’Ufficiale e la Spia. Che Polanski abbia optato per un marketing meno politico per favorire gli incassi? Allo stesso tempo, il suo interesse principale non è lo spauracchio di una caccia alle streghe, nonostante il caso abbia fatto germogliare l’antisemitismo che avrebbe di lì (1894) a poco sconvolto l’Europa. J’accuse è una “detective story” di fine secolo, sepolta forse sotto i baffoni impomatati dei generali e la polvere da sparo dei cannoni, ma attuale come poche altre.

Guida degli eventi e protagonista è il colonnello Picquart (Jean Dujardin) che, posto a capo dei servizi segreti, scopre per caso come la verità — per fanatismo o approssimazione — può essere fabbricata a piacimento. È comico pensare che, un tempo, il lavoro delle spie fosse così rudimentale: apro le buste delle lettere da controllare col vapore o il taglierino? Oggi i metodi saranno più sofisticati, ma tra smiley, bacioni e il suggerimento di deviare gli uragani con la bomba atomica (tra le ultime di Trump), è spaventoso notare come i potenti comunichino e prendano decisioni in nome di pregiudizi o — ancora peggio — sulla base della casualità più totale. Tra i guizzi comici è emblematica una scena in cui un grafologo (Mathieu Amalric) è chiamato a fornire una perizia tecnica. Ingrandendo al massimo alcune lettere e parole dei pizzini incriminati, propone una teoria dell’assurdo solo per confermare il verdetto già espresso. Più che tirar acqua al suo mulino, Polanski suggerisce come non esista scienza esatta per controllare le “magnifiche sorti e progressive”. L’approccio ragionevole e umano che resta è riguardare il passato come se fosse il presente.

Kirsten Stewart in “Seberg” di Benedict Andrews

Meno riuscita è la Jean Seberg di Benedict Andrews, impersonata dalla laconica Kirsten Stewart. La protagonista di Fino all’ultimo respiro fu mira di un progetto di spionaggio dell’Fbi alla fine degli anni Sessanta: questo è l’evento centrale nel secondo lungometraggio di Andrews, regista australiano perlopiù attivo in teatro. Dopo la morte-suicidio di Seberg circa 10 anni più tardi, l’ex marito e scrittore Romain Gary identificò quell’esperienza come la causa principale del suo deterioramento mentale. Tornata a Hollywood dopo una lunga parentesi europea, l’attrice si avvicina ideologicamente e sentimentalmente all’attivista Hakim Jamal, prossimo sebbene non affiliato alle Pantere Nere. Seberg donerà oltre 10mila dollari dell’epoca per la causa, trasformandosi in una “minaccia” alla sicurezza dello Stato.

La sua ingenuità nei confronti della lotta politica — il pugno alzato più come accessorio che come simbolo — appare vagamente insultante, e non è chiaro se la superficialità fosse proprio un tratto dell’attrice o sia il risultato una scelta artistica (com’è che la Stewart, sempre attenta alle scelte di copione, sia caduta nella trappola?). Forse la direzione di Andrews intendeva enfatizzare non tanto la genuinità dell’attivismo politico, quanto la disperazione prodotta dall’essere vittima di un sistema di controllo. Se esercitati male, Hollywood, il cinema, addirittura la stampa, possono diventare l’arma di tale sistema — la scena del rogo in apertura, ricreata dalla Giovanna d’Arco di Otto Preminger (1957), ne è funesta anticipazione.

Come in altri film di questo sotto-genere (Le vite degli altri su tutti), il rapporto tra spione e spiato si ribalta a favore del primo: dopo un inizio ossequioso all’interno nel bureau, l’agente Jack Solomon perde progressivamente fiducia nella sensatezza dell’investigazione, guadagnandoci però in empatia per l’attrice perseguitata. Le implicazioni del rapporto tra i due — lo spettatore cinematografico altro non è, in fondo, che un grande spione — non vengono esplorate a livello visivo. Un’occasione persa, soprattutto considerando il ruolo giocato dalla carriera dell’attrice — il suo “New York Herald Tribune!” su e giù per gli Champs Elysées — nella storia del cinema, che è innanzitutto una storia di desiderio nei confronti di ciò che si osserva. Chi, all’interno del FBI, le tira davvero un colpo basso è l’iper conservatore collega di Solomon, che, per screditarla definitivamente con l’annuncio di una gravidanza inattesa, scrive di proprio pugno la bozza per una testata scandalistica. Interpellato sulla legalità del gesto, l’infimo agente — un Vince Vaughn che finalmente brilla nel ruolo del maschilista radicale — risponde, tronfio di potere: «Something like this is too good to check». Tra tante false notizie, una certezza: la verità si inventa o si compra. Non sempre è quella che fa la storia.

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