Frammenti accostati dal caso (ma forse no) della capitale dell’intraprendenza. Città del fare si dice, ma soprattutto città del sognare che sa rendere concreti i sogni. Oggi come ieri è una metropoli che osa e, alla fine, cambia, ma sa come restare fedele a se stessa

Bosco verticale e Vigna di Leonardo

Il Bosco verticale è una forma di venerazione per il verde come lo fu a suo tempo la Vigna di Leonardo. Oggi spese di condominio da 19.600 euro all’anno (per lo più per i giardinieri e la manutenzione delle piante secondo regole ferree) per un sistema abitativo unico che, per paradosso, esalta una natura contro natura; ieri un valore non solo affettivo per quelle 16 pertiche donate al Genio da Ludovico il Moro e mai vendute, semmai caparbiamente recuperate alla fine della vita dopo la requisizione dei francesi. Oggi un grattacielo pluripremiato nel mondo in una delle zone della riqualificazione urbana più redditizia; ieri un terreno del valore di 1.400 ducati nel cuore di una zona ad alto potenziale di sviluppo in cui il Moro voleva creare abitazioni per i suoi fedelissimi secondo nuovi canoni di equilibrio tra edifici e giardino. La sfida architettonica si specchia in un’altra: quella dell’Università, di Confagricoltura e di Expo 2015 che hanno isolato il dna delle viti leonardesche, svelate in Malvasia di Candia aromatica, e l’hanno fatto rivivere. Milano è questo: la conoscenza come avventura, la natura come innamoramento e rispetto. Proprio come 500 anni fa.

La rinata vigna di Leonardo all’interno della Casa degli Atellani in corso Magenta. Dal recupero, nel 2015, è visitabile.
Il Bosco verticale, progettato da Stefano Boeri Architetti e inaugurato nel 2014 nella zona di Porta Nuova.

 

Torre Velasca e Torre del Filarete

La Torre Velasca è un fungo sgraziato che patisce gli acciacchi dell’età e dal 2002 ha cambiato ben quattro volte proprietario. Ultimi gli americani di Hines. La vogliono riportare agli splendori degli anni del boom (è stata completata nel 1957). In fin dei conti, con il grattacielo Pirelli, è una delle prime sfide verticali mosse da Milano alla sua natura di pianura placida, anche se operosa. La dimensione verticale come plastica rappresentazione del progresso è ormai diventata redditizia routine, con il suo corollario di miliardi e di fondi immobiliari e magari di fondi sovrani arabi, padroni della nuova città dell’altezza. Nei prossimi cinque anni cambieranno volto ben 4 milioni di metri quadrati; in dieci anni sono attesi 10 miliardi di ulteriori investimenti. Un fungo, si diceva, ma anche una mazza ferrata, di quelle tenute nell’armeria del Castello Sforzesco che di torri ne ha diverse e marziali. La Torre del Filarete ne è il simbolo; forse è il primo vero prototipo della Milano verticale. L’ansia ieratica della salita al cielo è nel dna di questa città che, non a caso, ha il Duomo che ha. Dio e mammona, entrambi con gli occhi verso l’alto.

La Torre Velasca, che sorge sull’omonima piazza. Fu progettata dallo Studio BBPR e inaugurata nel 1961.
La Torre del Filarete, all’ingresso del Castello Sforzesco. Deve il suo nome all’architetto rinascimentale Antonio Averulino detto il Filarete, che la progettò nel 1452. Crollata nel 1521, è stata ricostruita nel 1905.

Piazza Affari e Piazza dei Mercanti

Tra Piazza dei Mercanti e Piazza Affari ci sono 600 metri e sei secoli. Ma Milano è sempre se stessa: cuore di commerci e di relazioni, città dell’economia fin dal Medioevo. Oggi la Borsa di Palazzo Mezzanotte è un software d’eccellenza inserito nella rete del London Stock Exchange che fa del capoluogo lombardo la città italiana della finanza. Allora era un quadrilatero a loggiato, intorno le vie consacrate alla nascente idea borghese: via degli Spadari, degli Orefici, degli Speronari, dei Cappellari e anche dei Fustagnari (poi scomparsa). Piazza d’incontri per un business che si chiamava solo commercio, ma anche per amministrare la giustizia sui casi di fallimento o di frode. Quell’idea borghese dell’economia si ritrova ancora adesso nei nuovi listini (Star e Aim) che animano la Borsa e i 40 titoli del FtseMib. È cresciuta l’attenzione all’economia reale: ad Aim e Star sono approdate 202 medie imprese in cerca di investitori pronti a scommettere su innovazione e intraprendenza. La finanza occupa decine di migliaia di persone tra broker, avvocati d’affari, bancari, consulenti. Molti di più di quante ne impegnava la Milano dell’Ansaldo, della Innocenti, della Breda o dell’Alfa Romeo. E c’è di più. Ancora una volta la Milano della cultura si permette lo sberleffo con la gigantesca statua del dito medio di Cattelan, inequivocabile “vaffa” eretto di fronte alla facciata del tempio del capitalismo. Autoironia, di quelle che attirano i turisti e aumentano il business. Roba da giullare di corte che ai banchetti del sovrano può dire le verità più scomode. Una risata e tutto finisce lì.

Biblioteca Ambrosiana e Fondazione Feltrinelli

La Biblioteca Ambrosiana è, più di molti altri, simbolo della città. Quando il cardinale Federico Borromeo la fece costruire nel 1609 voleva creare un luogo dove diffondere cultura e renderla popolare, aperta a tutti, almeno per chi sapesse leggere e scrivere. Oggi conta un milione di stampati, moltissimi manoscritti tra cui il Codice Atlantico di Leonardo, dodicimila disegni (tra gli altri il cartone della Scuola di Atene di Raffaello e il ritratto vinciano del Musico). E curiosità: come una teca dove si conservano i lunghissimi capelli biondo rame di Lucrezia Borgia. Un’eredità aperta al mondo che contribuisce ad arricchire l’idea cosmopolitica di Milano. La Fondazione Feltrinelli, su scala ovviamente molto più ridotta, continua quella vocazione quando crea la grande piramide sghemba di via Pasubio, 2.700 metri quadrati progettati da Herzog & de Meuron, dove è ospitata anche la sede di Microsoft Italia (curioso gioco di specchi: Bill Gates è oggi il proprietario del Codice Leicester di Leonardo da Vinci). Libreria, biblioteca, centro polifunzionale per la cultura con una grande attenzione al rapporto interno-esterno: è in programma il recupero delle mura spagnole da valorizzare in un parco per bambini e anziani dove far fluire anche una nuova serie di piste ciclabili. Milano evolve, ma non cambia. E, giorno dopo giorno, cresce ancora quella «gioia continua di una speranza ineffabile» che Alessandro Manzoni aveva pennellato come tratto del carattere del Borromeo, diventato, chissà come, eredità culturale di una intera città.

La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, in piazza Pio XI: è una biblioteca, una pinacoteca e un’accademia di studio.
Il palazzo che ospita Fondazione Feltrinelli e Microsoft Italia, in via Pasubio, visto dai Caselli di Porta Volta.

 

Palazzo Morando e Armani/Silos

Palazzo Morando è il volto della milanesità. Austero nella facciata cinquecentesca e scrigno poco esibito dei tesori della famiglia Morando Attendolo Bolognini. Da quando la sezione Costume Moda Immagine del Comune di Milano lo ha rilanciato come sede per ospitare anche la collezione di abiti antichi, uniformi e accessori, questa dimora ha ritrovato un suo equilibrio come luogo iconico della vita nobiliare (dal Settecento fino ai primi del Novecento). La moda è Milano nel mondo. Un modo originalissimo per unire cultura, impresa e business che porta nella città almeno 10 miliardi l’anno. Con 128mila posti di lavoro. La moda è mito e racconto di ciò che sappiamo fare, di ciò che siamo, ma anche di ciò che vorremmo essere (e mai saremo). Denaro e fiaba, cultura e materiali, saperi e mestieri. Palazzo Morando è il volto pubblico di ciò che, nel mondo dell’impresa privata, è Armani/Silos, un ex granaio del 1950 dove il Maestro ha raccolto 40 anni di collezioni e di successi e dove ospita mostre di fotografia, arte e architettura o sul cinema, le altre sue passioni. I celebrati tailleur, come forma di arte contemporanea, laddove un tempo si stivavano i cereali. Come il cibo anche il vestire serve per vivere, dice Giorgio Armani nell’illustrare l’idea di fondo del suo Silos. A Milano, nel frattempo, l’idea del cibo e del vestire sono diventate sinonimo di lusso. Ben oltre l’idea della sopravvivenza.

Palazzo Morando, in via Sant’Andrea. L’edificio è stato donato al Comune di Milano nel 1945 e oggi ne ospita la collezione di moda e costume.
Armani/Silos, in via Bergognone. Lo spazio ospita una selezione di oltre quarant’anni di creazioni di Giorgio Armani e mostre temporanee.

 

Gaetano Pini e Chiesa di San Bernardino alle Ossa

Milano è città di ossa. L’ossario della chiesa di San Bernardino è fatto solo di parti di scheletro. Un uso ossessivo di tibie, omeri, scapole e teschi come materiale da costruzione e da decorazione mostra una città dedita a un rituale comunque macabro, seppur addolcito dalla composizione baroccheggiante. Macabro, ma esibito per sentirsi vivi e vitali come sono in genere i culti dei morti. Si direbbe un’eco napoletana delle capuzzelle delle Fontanelle, gli scheletri delle anime del Purgatorio. I frati Disciplini, flagellanti con cicatrici ben visibili, erano i custodi di questa eredità ossea della metà del Seicento, ancora adesso visitabile in piazza Santo Stefano, l’agorà degli studenti che, tra i primi in Italia, hanno portato Halloween e i suoi rituali anglosassoni, oltre alla sua inevitabile coltre di scheletrico consumismo. Milano però ha fatto dello studio delle ossa uno dei suoi punti di eccellenza. Gaetano Pini è il medico che traccia la strada e crea l’Istituto per rachitici, quando ancora il rachitismo è malattia infantile diffusa per generazioni malnutrite e in caccia di vitamina D. È stato il più antico istituto ortopedico d’Italia (1881), sede della prima cattedra di ortopedia dell’Università di Milano. A fine Ottocento il primo laboratorio ortopedico sfornava protesi sperimentali e apparecchi di correzione; oggi l’ospedale accorpato al Cto (altro centro d’eccellenza italiano) accoglie 300mila pazienti all’anno e offre le più avanzate tecnologie operatorie via robot. Non sono mancati scandali dove, per alcuni medici, la perizia si è sporcata con l’avidità – e Milano è anche la città che sa fare le inchieste giudiziarie – ma non sono bastati a incrinare il prestigio e la storia del Pini. Del resto Milano è questa, una città sempre sospesa tra slancio solidale e brivido del denaro.

l’Istituto Ortopedico Gaetano Pini (oggi ASST Gaetano Pini-CTO), considerato il più antico d’Italia.
La Chiesa di San Bernardino alle Ossa in piazza Santo Stefano. La sua origine è legata all’ospedale del Brolo, accanto al quale nel 1210 venne costruita la camera destinata ad accogliere le ossa dei malati defunti. La primitiva chiesa sorse nel 1269 proprio accanto all’ossario.

Conservatorio e Mediolanum Forum

Il Conservatorio è un’intuizione napoleonica: era stato ubicato nella collegiata della Chiesa di Santa Maria della Passione, perché fosse lontano dai frastuoni della città operosa e tentatrice. E doveva ospitare orfanelli in un primo tempo. Finirà per laureare Giacomo Puccini, Riccardo Muti e Luciano Chailly solo per citare i più celebri. Ma non Giuseppe Verdi, scartato perché troppo grande (diciottenne) e perché male impostato nella mano. Gaffe planetaria che restituisce a quell’istituzione algida e distante un che di perfettibilissima umanità. Una ferita che il Conservatorio chiude con una mostra permanente: La mano, l’errore, il trionfo, anche a documentare come, a volte, la deriva burocratica possa indurre in clamorosi errori di valutazione. Nella Milano degli eterni ritorni, quel test rivive (blasfemia per puristi e parrucconi) nelle sembianze social e giovanili della città di X Factor e della kermesse finale al Mediolanum Forum di Assago. Il capoluogo lombardo è città della musica da almeno due secoli. Il Teatro alla Scala è, naturalmente, l’inarrivabile monumento riconosciuto nel mondo: troppo scontato, troppo facile. Milano riesce a essere città della musica totale, anche di quella che scaturisce oltre ogni canone formale, oltre ogni etichettatura per essere, alla fine, solo il risultato di un’energia più forte di ogni tassonomia burocratica. E da questa spinta Milano trae ulteriore vantaggio dalla nuova economia smaterializzata.

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